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mercoledì 14 gennaio 2009

Pietro e il Signore dei miracoli – “In compagnia di Pietro” (di Padre Fabrizio Carli)

Quasi tutti noi abbiamo sentito parlare delle cose grandi e meravigliose che il Signore può realizzare; abbiamo certo sentito parlare dei miracoli che avvengono in tutte le parti del mondo e in fondo nessuno di noi dubita che Dio, creatore di tutte le cose, possa fare miracoli.
Tuttavia, spesso pensiamo che Dio li faccia agli altri e non a noi. Io credo che Pietro, incontrando Gesù, fosse di questa stessa idea; e così una mattina piena di sole, quando il Signore salì sulla barca di Pietro per predicare da lì, questi rimase ammirato dalle sue parole. Che bel modo di parlare -pensò- come di uno che ha autorità. Di certo Pietro non si sarebbe mai aspettato che Gesù, ad un certo punto, gli dicesse: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca” (Lc. 5,4). Simone prontamente rispose: “Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti” (Lc. 5,5).
Anche se con molto rispetto, Pietro tra le righe dice a Gesù: “Signore, tu sei un falegname, un grande oratore, un grande maestro di Israele; però sono io il pescatore, io conosco il mare, so quello che produce e so anche che la pesca in pieno giorno è un’assurdità, una perdita di tempo; però per farti piacere getterò le reti”.
Indubbiamente, dopo il sermone di Gesù, era nata in Pietro la volontà di cambiare, ma non era così facile, come non lo è per noi. Come Pietro, tutti ci portiamo dietro un gran bagaglio di vizi, di atteggiamenti e di abitudini che ci intralciano nel compiere la volontà di Dio, ed è Cristo che ci aiuta a spogliarci di quello che ci è di impedimento nel seguirlo; possiamo dire che, in qualche modo, il Signore si serve delle circostanze della nostra vita ponendole al servizio del suo progetto per noi.
Il Signore, quel giorno, aveva approfittato del fatto che Simone e gli altri non avessero pescato nulla per operare un prodigio così grande da spingerli a confrontarsi con lui, con la sua verità. E così, gettate le reti in mare, pescarono una grande quantità di pesce, tanto che le reti si rompevano ed essi dovettero chiamare in aiuto i compagni dell’altra barca, che pure si riempì tanto che quasi affondava. L’evangelista Luca racconta che, vedendo ciò, Simon Pietro cadde in ginocchio davanti a Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc. 5,8).
Pietro aveva seguito senza convinzione l’invito di Gesù, ma adesso, come tutti quelli che erano con lui, era colto da grande stupore per la pesca che aveva fatto.
Allora Gesù disse a Pietro: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc. 5,10b). Ed essi tirarono le barche a terra e, lasciando tutto, lo seguirono.
Molte volta noi, che pure abbiamo voluto seguire il Signore, ci sentiamo “vuoti” di Gesù; vorremmo che egli controllasse la nostra vita, che vivesse in noi; combattiamo contro noi stessi, ma questo ci scoraggia. È necessario che venga il Cristo, vivo e realmente presente fra noi, a toccare la nostra vita con la sconvolgente esperienza di lui, perché possiamo sperimentare la sua presenza, la sua potenza, la sua signoria. Facendosi presente nella nostra vita, ci porta a riflettere profondamente sulla nostra realtà.
Questo è ciò che successe a Pietro. Quando ascoltò Gesù, egli lo sedusse. Quando gli disse di gettare le reti, Pietro, pur dubitando, obbedì, ma davanti a quella miracolosa pesca, egli non poté far altro che cadere in ginocchio e riconoscere apertamente la grandezza di Gesù e la propria piccolezza.
È quello il momento in cui Pietro scopre e accetta il suo essere peccatore e riconosce di non essere degno di stare accanto al Signore; allo stesso tempo Gesù gli mostra la sua infinita misericordia e gli ribatte la promessa di usarlo a servizio del Regno.
Chi non compie, nella sua vita, questo medesimo processo, non potrà avanzare molto sulla via del Signore. Finché ci sentiamo buoni, normali, senza problemi, non avremo nemmeno bisogno di Gesù.
Dobbiamo arrivare a sentire il nostro cuore spezzarsi per il dolore del peccato, per poter gridare con il salmista: Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera (Sal. 130,1-2).
Solo così, in queste condizioni, potrai aprire pienamente il cuore alla misericordia del tuo Dio.
Attraverso l’esperienza della pesca miracolosa Pietro scoprì un’altra realtà: Gesù gli andava rivelando quale sarebbe stata realmente la sua missione. Nel momento in cui il Signore aveva dato a Simone il nome di Pietro e gli aveva detto che sarebbe stato la roccia su cui edificare la Chiesa, non aveva certo chiarito le idee all’apostolo riguardo a ciò che voleva da lui. In questo caso, invece, Gesù è più preciso e conforta il cuore di Pietro: “D’ora in poi sarai pescatore di uomini”.
Che grande impressione per Pietro, che vedeva la sua miseria e il suo peccato, ascoltare quella voce meravigliosa che diceva: “Dimentica il tuo peccato perché io lo guarisco. Comincia a camminare, mettiti al lavoro, perché ho bisogno che il mio amore giunga agli uomini per mezzo di te. Da adesso userai una nuova esca per pescare, cioè l’annuncio del Regno dei cieli”. Sembra quasi incredibile il destino che il Signore ha preparato per quelli che confidano in lui! Appena lo scopriamo possiamo dire con San Paolo: Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo e ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore (1Cor. 1,27-31).
Una terza conseguenza deriva da questo incontro con il Signore dei miracoli: Pietro, infatti, non si preoccupa di recarsi al mercato con tutto quel pesce per concludere l’’affare della sua vita e nemmeno propone a Gesù di diventare suo socio e fondare quella che oggi definiremmo una “multinazionale”. Era come se all’improvviso per Pietro, pescatore da una vita, la pesca e il pesce non avessero più alcuna importanza: ciò che veramente contava era seguire Gesù, in quel momento egli si consegnava totalmente a lui e, lasciando tutto, lo seguì.
Il Vangelo ci parlerà poi della barca di Pietro, della sua casa e perfino di sua suocera; ed è allora che ci si domanda: che cosa ha in realtà lasciato Pietro? Oggi si sente spesso parlare di povertà radicale, ma dobbiamo capire quello che gli apostoli lasciarono per poterli imitare: Pietro lasciò Pietro.
Egli consegnò il suo cuore e il suo spirito a Dio.
Scoprì che la cosa più grande nella sua vita era la necessità che aveva dell’amore di Dio; scoprendo questo, tutto il resto passò in second’ordine nella sua vita, ed egli trovò la sua vera dimensione. La sua barca e la sua casa divennero luoghi d’incontro con Gesù, dove cresceva e si sviluppava la comunità d’amore sotto la guida del Salvatore.
Signore Gesù, anche noi ti abbiamo scoperto, perché tu con prodigi e segni, hai chiamato ognuno di noi per nome e ci hai affidato una missione. Dacci, Signore, umiltà per riconoscere la nostra piccolezza confrontata con la tua gloria, e per poterci vantare solo in te. Dacci coraggio e generosità per rinunciare al nostro io e affidarti tutto il nostro essere, pienamente e totalmente, senza rancori e senza sotterfugi.
Fa' che quelle cose che ci appartengono diventino secondarie e che le usiamo solo per incontrarci con te, nell’amore per i nostri fratelli. Aiutaci a “pescare”, Signore, per te e con il tuo stile, tutte le persone che incrociano la nostra strada; e fa' che, alla fine della nostra giornata, possiamo dire: “Siamo servi, non dobbiamo far altro che compiere il nostro dovere”. Con la speranza che tu, Signore nostro, ci dica con infinita tenerezza: “Vieni, servo buono e fedele, a godere della gloria del tuo Signore”.

Domanda:
Gesù, come Pietro, ti sta cambiando e ha compiuto meraviglie nella tua vita. Te ne sei reso conto? Come?

MEDITAZIONE
Rifletti:
- se hai trovato la vera dimensione di tutto quello che ti circonda;
- su che cosa hai lasciato in realtà per seguire Gesù.

TRACCE DI RIFLESSIONE

Per mezzo dei suoi miracoli, il Signore insegna che chi si dedica al suo apostolato sarà pescatore di uomini. Io vedo con quanto amore e con quanta gioia, nella mia comunità, molti fratelli si impegnano nell’evangelizzazione. Osservo anche che alcuni si stancano presto. Sarà il peso dei peccati?
Gesù ci ha chiamati senza considerare il nostro peccato e la sua chiamata serve a convertirci, a farci lavorare per il suo Regno e così dargli gloria.
Noi ci sentiamo spesso coloro che sono scelti, ma gli rispondiamo come lui vuole? Quanti, finora, abbiamo evangelizzato? Credo ben pochi. Io confesso che non sempre ho approfittato del mio tempo per realizzare ciò che Gesù vuole; tuttavia, quando lo faccio, Dio mi aiuta e mi ascolta guidandomi attraverso lo Spirito Santo.
Signore, riconosco di aver urgenza del tuo amore.
Continua a trasformare la mia opaca esistenza. Fa’ che possa brillare con la luce della tua presenza.
Signore, per poterti incontrare, ho dovuto rendermi conto della mia piccolezza; vicino a te che sei il Signore comprendo la tua immensa bontà perché, malgrado la mia miseria, ti occupi di me, mi aiuti, mi consoli nelle mie angosce, mi accogli fra le tue braccia nei momenti di debolezza. Sempre, quando ho bisogno di te, tu sei pronto ad aiutarmi. Adesso capisco che, durante tutta la mia vita, anche se non lo sapevo, tu eri sempre vicino a me; ma adesso mi rendo conto che tutti i giorni mi fai “partecipe” dei tuoi miracoli, che continuamente posso ringraziarti per qualche cosa, talvolta anche di cose tanto insignificanti che sembra impossibile che tu te ne curi. Vorrei ricambiare in qualche modo, ma che potrei fare per te, Signore? È così poco quello che sono capace di fare; ma voglio darti il mio cuore e tutto il mio essere e voglio incontrarmi con te in ogni momento del giorno e servirti e lodarti tutti i giorni della mia vita.

lunedì 12 gennaio 2009

Simone incontra Gesù - "In compagnia di Pietro" (di Padre Fabrizio Carli)

Torniamo al lago di Tiberiade, quella mattina in cui Simone lavava le reti, frustrato e di cattivo umore per aver passato tutta la notte senza aver pescato nulla. Ma quella mattina quegli occhi che lo guardavano da un’eternità senza che lui se ne rendesse conto, lo fissarono intensamente; egli aveva già saputo di Gesù da Andrea, che voleva presentarglielo. Il loro incontro ci è raccontato in modo molto profondo dall’evangelista Giovanni:
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: “ Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)” e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)” (Gv. 1,40-42).

Forse non abbiamo ancora scoperto nel profondo ciò che significano queste parole di Gesù; in esse possiamo già scorgere la grande verità e la grande promessa. Ma analizziamole un po’ meglio: “Simone, figlio di Giovanni!”: in tre parole il Signore racconta tutta la storia dell’uomo vecchio, cioè di Simone, sin dalla sua nascita. Ne aveva già conosciuto le tentazioni e le debolezze, i peccati, le lotte interiori e le ribellioni, ne conosceva il temperamento.
A Simone, figlio di Giovanni, Gesù avrebbe potuto dire ogni cosa delle sue liti e delle sue risse, della sua dedizione al peccato, delle sue qualità naturali di uomo molto dotato che tuttavia porta nel cuore il peso di tutta la sua miseria. Gesù, invece di gettare in faccia a Pietro queste pesanti verità, gli fa una promessa che, a tempo opportuno, si compirà, come sempre accade per la parola di Dio.
Questa promessa, tuttavia, non si realizzerà secondo i modi e i tempi di Pietro, ma secondo quelli di Gesù. Pietro sarà la roccia sulla quale Cristo edificherà la sua Chiesa, ma questo grande masso dovrà essere spezzato, scolpito, limato, per poter sostenere il grande progetto dell’ “Architetto”.
Per quest’uomo Gesù prepara un cambiamento del suo stato attuale: “Tu sei Simone, diventerai Pietro”. In quel momento Simone era ben lontano dall’essere una roccia e Cristo lo sapeva bene, ma sapeva anche che sarebbe venuto il tempo in cui Pietro, insieme agli altri apostoli, avrebbe trasformato il mondo con al potenza dello Spirito Santo.
Così scrive San Paolo nella Prima lettera ai Tessalonicesi: “Coli che vi chiama è fedele e farà tutto questo!” (5,24). Pietro doveva percorrere un cammino particolare nel corso della sua vita, attraverso esperienze molto diverse tra loro: doveva crescere spiritualmente e cambiare in modo radicale la sua mentalità, il suo carattere, le sue abitudini; doveva lasciare da parte il suo egoismo per potersi dare agli altri; doveva smettere di essere egli stesso il centro della sua vita per lasciare spazio a Gesù.
Attraverso il racconto dei Vangeli ci rendiamo conto che in varie occasioni Pietro era l’apostolo più lodato per i suoi progressi, come quando riconosce Gesù quale Figlio di Dio: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt. 16,17); ma allo stesso tempo il più criticato, allorché non vuole accettare il pensiero della futura morte di Gesù: “Lungi da me, satana” (Mt. 16,23).
Pietro non sapeva quel che gli sarebbe successo nella vita, né poteva immaginarlo; sapeva soltanto di aver incontrato il Signore: qualcuno degno di essere seguito. Il Vangelo ci racconta che gli apostoli lasciarono tutto per seguire Cristo, ma la cosa davvero importante non è la scelta di abbandonare ogni cosa, quanto quella di seguire il Maestro: “ Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo” (Mt. 13,44).
Dal momento in cui Pietro accetterà di seguire Gesù, il suo compito sarà quello di tenere gli occhi fissi su quel tesoro, senza mai volgersi indietro.
Questo ci fa riflettere sulla nostra vita, sulle esperienze che abbiamo vissuto, sul nostro comportamento spirituale: Gesù ci chiama tutti per nome, e questo nome rappresenta, come nel caso di Simone, l’uomo vecchio e peccatore che Cristo ha, in seguito, cambiato e redento.
Quante volte, tuttavia, invece di dire a Gesù il nostro “eccomi” gli contrapponiamo la nostra durezza di cuore e gli impediamo così di entrare nella nostra vita. Molto spesso è difficile per noi accettare la misericordia di Dio; forse perché talvolta non siamo in grado di perdonare nemmeno a noi stessi, o forse perché misuriamo la bontà di Dio con la nostra. Immaginiamo un Dio meschino, limitato nella tenerezza nella compassione, come se, ad un determinato punto, oltre un certo peccato, la sua misericordia dovesse finire. Dimentichiamo che egli è totalmente “altro”, il misericordioso, l’eterna bontà, l’amore infinito e perfetto.
Se egli viene a noi accettandoci come siamo, allo stesso modo esige che lo accettiamo come è, senza limitazioni: Padre di amore e di bontà.
Già le prime parole di Gesù prefiguravano, per Pietro, una promessa, ed egli pensava di dover fallire, nonostante dietro questa consegna ci fosse tutto il potere di Cristo. Io mi domando allora: se quella promessa, che ancora oggi è la stessa, si compì in Pietro, perché non dovrebbe compiersi anche per me? Tutte le debolezze, i problemi, i peccati e le passioni, che sommuovono così spesso il mio cuore, erano le stesse che turbavano anche il cuore di Simone; tuttavia, quando Gesù termina la sua opera di “trasformazione”, nasce il grande apostolo che fu Pietro.
Dobbiamo vivere coscienti, fiduciosi e pieni di speranza nella grande promessa di Gesù, per la quale siamo figli di Dio e avremo parte del suo Regno, perché…colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù (Fil. 1,6). L’opera di Dio in noi avviene attraverso il cambiamento e la trasformazione, anche se noi ne dubitiamo poiché siamo consapevoli della difficoltà della lotta contro noi stessi, e sappiamo quanto siano radicate le nostre passioni. Ma il potere di Cristo vince per noi, se soltanto sappiamo essere docili a questa trasformazione.
Tutte le cose insignificanti che ci procurano il piacere del mondo e ci tengono in schiavitù, ci fanno dimenticare la grande avventura di Dio; siamo chiamati, tuttavia, a non guardare a ciò che ci lasciamo indietro, ma a comportarci come quell’uomo della parabola che, una volta trovato il tesoro nel campo, non rimpiangere ciò che ha impegnato per averlo.
Domanda
Sei cosciente della chiamata del Signore e della sua promessa di salvezza? Come?
MEDITAZIONE
Domandati se continui a guardarti indietro, verso quelle cose che ti tenevano schiavo nel peccato, oppure se lasci tutto nelle mani di Gesù cercando di camminare con lui verso il suo Regno.
TRACCE DI RIFLESSIONE
Desidero assolutamente con tutto il cuore camminare con il Signore verso il suo Regno e gli ho consegnato la sola cosa che è mia: il mio peccato; non voglio più essere legato a ciò che non potrà mai darmi la vera felicità. A volte mi capita di guardarmi indietro e sentire che si risveglia ciò che era apparentemente morto, come se di nuovo volesse dominarmi: la differenza è che adesso non mi dà piacere, ma al contrario, quando mi accade, quasi inconsapevolmente, mi aiuta nella disciplina, facendomi comprendere chiaramente quali sono – quasi sempre le stesse – le mie debolezze. Gesù, nella sua bontà, continua a rivelarmele e allo stesso tempo mi dà la possibilità di allontanarmene, mettendomi nelle mani le armi per combatterle. E, al momento della battaglia, mi affascina essere suo soldato!

Come Pietro, anch’io ho avuto questo primo incontro con il Signore, quando ho sentito il suo sguardo dolce e profondo con il quale mi chiamava; quando lo incontrai ricevetti tutta la consolazione di cui avevo bisogno in quel momento della mia vita.
Egli venne a me quando ne avevo maggiormente bisogno; quando la vita mi era diventata difficile da vivere, quando oramai nulla aveva senso. Cercavo solo di continuare a lottare per portare avanti i miei figli, ma senza speranza, senza incentivo.
Tuttavia, come tanti altri, anch’io cercavo qualcosa che sapevo esistesse, pur senza riuscire a trovarla. Questo incontro venne a cambiare tutto; mi sono sentito amato e fortificato e, soprattutto, la mia vita ha acquistato uno scopo e una meta. Avevo incontrato qualcuno che mi spingeva a vivere e a lottare, e la cosa più importante è che lo facevo, finalmente, pieno di gioia e di speranza. Dopo tre anni da questa chiamata, capisco che il Signore è veramente fedele, che tutte le sue promesse si stanno compiendo in me; che la mia vita ora è piena di frutti d’amore e di pace; che conoscere e seguire Gesù, rende la nostra vita piena e degna di essere vissuta.
Io chiedo a Gesù la docilità, per accettare il suo piano nella mia vita, per permettergli di continuare a trasformarmi, affinché, come Pietro, possa terminare la sua opera in me.

lunedì 5 gennaio 2009

Andrea e Giovanni - "In compagnia di Pietro" (di Padre Fabrizio Carli)



Nonostante gli uomini di questo nostro mondo siano così numerosi e così diversi, esiste qualcosa che li raggruppa tutti: il senso che ognuno di loro attribuisce alla vita.
Ci sono delle persone che, preoccupate solo di se stesse, vivono cercando di approfittare di tutte le cose e di tutte le persone; sono coloro che, evidentemente, hanno scelto dèi diversi: il piacere, i soldi, il potere.
Ma, a ben guardare, un solo idolo dirige la loro vita: quello dell’“io”. E’ l’“io” che costantemente vuole distinguersi, essere al centro dell’attenzione, mostrare tutta la sua prepotenza, cercare a tutti i costi il proprio benessere. Tutti, se pure in misure diverse, siamo influenzati da questo piccolo, grande idolo: il nostro egoismo. Molti, però, fanno di esso la loro unica ragione di vita.
Esiste anche un’altra categoria di persone che attraversa le medesime difficoltà e tentazioni, soggette alla stessa debolezza umana; tuttavia, con una profonda inquietudine nel cuore, capiscono che vivere nell’egoismo produce stoltezza, e che in noi stessi esiste qualcosa di più importante: una verità sublime e perenne, un amore profondo e inesauribile che non riescono a scoprire del tutto, pur intuendo quale felicità dà loro il trovarlo. Sono quelle persone che instancabilmente cercano, tentando di scoprire dove sia questo Dio, questo essere totalmente altro da loro, che può tuttavia regalare pienezza di vita, di realizzazione.
Ebbene, Andrea e Giovanni appartenevano a questa categoria; erano uomini religiosi, veri israeliti. Avevano probabilmente ascoltato dalla bocca dei loro padri e dei maestri di Israele le promesse che Jahvè, nella sua infinita misericordia, aveva fatto al suo popolo e poiché vivevano, come tutti in quell’epoca, in attesa del Messia, cercavano affannosamente il modo di incontrarlo. Giovanni il Battista proclamava a gran voce: “Preparate le vie del Signore!… Convertitevi! Perché il regno di Dio è vicino…” (cf. Gv. 1,19 ss).
Andrea e Giovanni, diventati discepoli del Battista, avevano udito con chiarezza le sue parole: “Io non sono il Messia, né Elìa, né il profeta, ma colui che viene dopo di me è più grande di me” (cf. Gv. 1,20 ss). E ancora: “E’ necessario che egli cresca e io diminuisca” (cf. Gv. 3,30).
I due discepoli credevano fermamente nelle parole di Giovanni e mettevano in pratica i suoi insegnamenti; per questo essi non si fermavano alla figura del Battista, per quanto grande gli apparisse la santità di questo importante profeta, ma, al contrario, cercavano il Messia.
Così, un pomeriggio, accompagnando Giovanni che impartiva il battesimo sulle acque del Giordano, apparve dinanzi a loro la figura di un uomo che dovette sembrare loro veramente speciale, così umile e privo di ostentazioni. E, a proposito di quest’uomo, essi ascoltano quello che sarà l’ultimo grande insegnamento di Giovanni: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo...colui che battezza in Spirito Santo” (Gv. 1,29.33b).
Non sapremo mai cosa accadde nel cuore di questi due uomini; ma di certo, finalmente, essi avevano udito dalla bocca del precursore la tanto anelata testimonianza: “Questi è il Messia, è la ragione della vostra ricerca, lo scopo della vostra vita, il motivo della vostra speranza…”
Allora, senza una parola, incominciano a camminare con il Messia.
Che bell’atteggiamento quello di cominciare a camminare; essi non soltanto videro il Signore, non soltanto si rallegrarono della sua presenza, ma, lasciato Giovanni, cominciarono a seguire Gesù, ben sapendo che il Battista approvava la loro condotta, poiché proprio a questo li aveva preparati.
Fu così che Gesù, camminando nel deserto, si rese conto che due uomini, timidamente, lo seguivano.
Egli chiese loro: “Che cercate?”
Questa domanda li colse impreparati. Ognuno di loro dovette riflettere seriamente, anche se molte potevano essere le risposte a quella domanda: “Cerco il Maestro, il medico; il personaggio importante; cerco di scoprire le credenziali che quest’uomo può avere”. Tuttavia, un’altra domanda sgorga in risposta dalle loro labbra: “Maestro, dove abiti?” (cf. Gv. 1,38).
Che grande intuizione in questi uomini! Certo lo Spirito Santo ha lavorato in loro con sorprendente velocità, così da fargli comprendere che Gesù non insegnava dottrine, né ideologie, non aveva nulla che in qualche modo potesse impressionare la gente; intuirono che Gesù dava vita e insegnava a vivere. Perciò quando gli domandarono dove vivesse, in fondo gli stavano chiedendo qualcosa di più: “Insegnaci a vivere come te, condividi la tua vita con noi”. Gesù, che per questo era venuto nel mondo, generosamente li invita: “ ‘Venite e vedrete’…e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa l e quattro del pomeriggio” (Gv. 1,39).
Questo giorno si prolungò fino a diventare il giorno di Dio; per Andrea e per Giovanni quel giorno raggiunse dimensioni di eternità. Quando un uomo incontra il vero amore e si sente totalmente preso, non può nasconderlo in nessun modo, tanto è evidente. Per questo motivo gli innamorati vengono subito scoperti, perché l’amore tende a comunicarsi, a darsi agli altri, e quando siamo innamorati vorremmo che tutti partecipassero della nostra contentezza.
Andrea e lo stesso Giovanni, pieni di questo amore, cominciarono la missione alla quale, senza saperlo, erano stati chiamati: sarebbero stati pescatori di uomini e, appena cominciato, “pescarono” subito il primo pesce importante: Pietro.
Lasciatemi raccontare la storia: Andrea e Simon Pietro provenivano da un paesino chiamato Betsaida, ma vivevano a Cafarnao, sulla riva del lago. Giovanni e Giacomo, padroni di barche da pesca, erano loro vicini. Andrea e Pietro erano fratelli e naturalmente avevano trascorso insieme tutta una vita, fatta di decisioni importanti, di gioie, di dolori, di litigi, di feste. Una sera come tante altre, Andrea raggiunge Pietro di corsa, per evitare che questi si mettesse in mare senza di lui, e con gioia gli dà la buona notizia, la migliore fra quante, in passato, aveva condiviso con lui: “Abbiamo incontrato il Messia! Lascia tutto, Pietro, lascia la tua barca, lascia le tue reti, i tuoi guadagni: vieni, poiché ho trovato qualcosa per cui vale la pena farlo!” (cf. Gv. 1,41).
Pietro dovette rimanere interdetto e forse pensò, come molti di noi avremo fatto: “Mio fratello è diventato matto. Probabilmente avrà bevuto!”.
Certo è che, contagiato dall’entusiasmo di Andrea, si lasciò condurre da Gesù.
La storia si ripete più o meno allo stesso modo con Giovanni e Giacomo, Filippo e Natanaele, così come è narrato nel primo capitolo di Giovanni. La notizia si diffonde e tutti vengono condotti da Gesù.
Andrea, Giovanni e gli altri imparano presto la prima lezione: essi saranno dei pastori, e come tali non dovranno trascinare le pecore dietro di loro ma portarle a Gesù. Andrea, inoltre, pur essendo stato il primo ad essere avvicinato da Gesù, non si mostra egoista né superbo e non si ritiene più importante degli altri. Egli esorta Pietro ad essere obbediente agli insegnamenti di Gesù, ne valuta la crescita e l’impegno, ma non si lamenta di nulla né protesta, ben sapendo che ciò che conta davvero è Gesù e l’annuncio del suo Regno. Insomma, Andrea e Giovanni docilmente lasciano che Dio realizzi il suo progetto attraverso di loro.

ESAMINIAMO

alla luce di questa piccola storia:
- quante volte apprendiamo ideologie e crediamo in dottrine che poi difendiamo con passione senza capire che l’importante è seguire Gesù, e da lui imparare un nuovo modo di vivere
- quante volte nell’ambito familiare, sociale, lavorativo ci asteniamo dal diffondere la buona novella del Vangelo condizionati dalla paura di ciò che penseranno o diranno di noi: quante volte, in sostanza, invece di essere dei “pescatori” veniamo irrimediabilmente “pescati”
- quante volte vogliamo serbare per noi tutti gli onori e crediamo che, per il solo fatto di essere stati chiamati per primi, abbiamo maggiori diritti degli altri. Dovremmo chiederci cosa sarebbe successo se Andrea, poiché chiamato per primo, si fosse opposto al ruolo fondamentale di Simone quale pietra fondante della nascente Chiesa.
Dobbiamo scoprire, nella pace del Signore, il progetto che egli ha per ciascuno di noi e docilmente accettarlo. Se sei testa, perché Dio vuole così, non cercare di essere piede; e se sei piede non cercare di camminare sopra le teste.

Domanda
Hai trasformato in vita quello che hai imparato da Gesù? Come?

MEDITAZIONE

Cerchi di essere importante nella tua comunità o compi con docilità il progetto di Dio, obbedendo al tuo pastore? Analizza il tuo atteggiamento.

TRACCE DI RIFLESSIONE

Oggi devo guardare un po’ dentro al mio cuore, per vedere ancora una volta dove mi trovo; che posto ho dato alle cose del Signore. Egli, nel suo infinito amore, senza alcun merito da parte mia, ha voluto che lo servissi nella comunità esigendo da me obbedienza. Perciò, con totale sottomissione, devo escludere me stesso, diminuire perché lui cresca in me.
Egli mi ha scelto nella mia miseria, mi ha dato un cuore nuovo e ha portato via tutto ciò che era impuro, ciò che non serviva; mi ha insegnato a vedere le cose buone che lui stesso ha messo nel mio cuore, e per questo voglio dirgli: “Signore, non permettere mai che il desiderio del riconoscimento dimori nel mio cuore; dammi l’umiltà di cui ho bisogno, per trasformare in vita il progetto che hai per me; non permettere che io gli tolga forza facendo riapparire il mio io. Non permettere che da parte mia nasca un atto di ribellione, di disobbedienza verso i miei carissimi pastori, ai quali voglio essere fedele perché così facendo dimostro a te quanto ti amo. Fa’, o Signore, che io non debba mai perderti di vista e sii sempre con me”.

Cerco di fare in modo che nella mia casa non manchi mai l’amore. Procuro che vi siano comprensione, affetto e aiuto. Vedo che Gesù è giusto e voglio che vi sia giustizia in casa. Mi basta solo vedere con gli occhi del Signore; lasciare che egli penetri con tutta la sua forza dentro di me per allontanare l’oscurità e il peccato, lasciandomi solo pace e felicità. Anelo che il suo volto amoroso si rifletta in me perché io possa manifestarlo ai miei fratelli.
Ho imparato qualcosa della sapienza del Signore, del suo amore e della sua verità e mi sento molto piccola davanti alla sua grandezza. Credo che continuerò a crescere, se mi sforzo di diventare quello che lui vuole; e così è per ognuno di noi.
Amo il mio prossimo e cerco di servirlo con sincerità. Voglio imitare Andrea nel veder crescere un fratello rallegrandomi dei suoi miglioramenti.
Non ho mai cercato di essere importante nella mia comunità. Voglio esserlo per Gesù. Non aspiro ad essere più di quello che posso con le mie capacità.
Non sento invidia e non credo di essere egoista.
Mi piace lodare le capacità dei fratelli. Li ammiro e chiedo a Dio che dia loro più sapienza. Non mi piace dare spintoni per mettermi in vista. So che Dio ha un piano per ognuno di noi e io ho fede in lui. Sto zitta/o e sono docile. Il contrario di quello che ero una volta. Cerco di essere obbediente e umile con il mio pastore; lo considero scelto dal Signore per predicare degnamente la sua Parola; pieno di santità, di doni, di carismi. Perciò mi piace aver cura della sua immagine quando qualcuno cerca di macchiarla. Tutto quello che il Signore ha messo nelle sue mani, lui lo mette a servizio dei suoi fratelli. Conservo gelosamente anche quelle che mi sembrano briciole dell’amore di Dio, ma ogni mattina scopro che egli mi ama molto, vedendo che sono viva. Gli dico: “Padre, perdonami. Grazie per il tuo amore”.

venerdì 2 gennaio 2009

Pietro, l’uomo chiamato Simone - "In compagnia di Pietro" (di Padre Fabrizio Carli)

1° Meditazione

Pietro, l’uomo chiamato Simone

Quando leggiamo la vita di quei santi che ci hanno colpito per la loro grandezza, non pensiamo mai al fatto che, nella faticosa scalata verso la santità, essi hanno cominciato da zero, esattamente come chiunque altro. Così fu per Simone il pescatore, un uomo chiacchierone e grossolano, diventato ancor più rude a causa del suo mestiere.
L e Scritture ci raccontano che quest’uomo, abbronzato dal sole di Cafarnao, fosse nato in Galilea. Aveva cominciato a pescare da ragazzino, probabilmente istruito dal padre; crescendo, aveva imparato insieme al fratello Andrea a conoscere la natura e i “tempi” del mare: la calma che precedeva la tempesta, le burrasche che in più occasioni lo avevano messo in serio pericolo.
Simone conosceva bene anche la propria natura, con le sue debolezze, la sua viltà e anche i suoi momenti di coraggio, quando, sapendo a volte di dover rischiare, metteva in luce le sue doti di leader, acquisite attraverso l’esperienza di capitano della barca. Egli assicurava l’unità e la coesione all’interno del suo equipaggio attraverso lo scherzo e l’allegria, ma sapeva anche essere duro e usare un linguaggio, volgare, per mantenere la sua autorità di “capitano”.
Coloro che seguivano Gesù, in genere, erano estremamente poveri, ma non era questo il caso di Pietro, che era padrone della sua casa e della sua barca. Potremmo dire che, per il suo tempo, era un uomo della classe media al quale le cose non andavano poi tanto male.
A suo modo, egli era felice; i suoi interessi puramente umani consistevano nel pescare in abbondanza e nel riuscire a non pagare le imposte, e, da buon giudeo, non amava molto coloro che le esigevano.
Per la sua personalità, era molto amato dal fratello ed era popolare fra gli amici, con i quali si vantava delle sue prodezze marine.
Viveva la normale condizione di uomo sposato e aveva a casa con sé la suocera.
Una cosa ammiro in Simone: che egli credeva in se stesso; era un uomo che aveva fede nella sua capacità umana, ma credeva in Jahvè e lo cercava, come tanti di noi che abbiamo creduto cercando Cristo, ma evitando di “andare oltre”.
Un giorno della sua vita, però, di ritorno da una nottata in mare, irritato e frustrato per non aver pescato nulla, quest’uomo incontra uno sguardo profondo e colmo di tenerezza, davanti al quale si sente messo a nudo, mentre una voce gli dice: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai “Kefas”, che vuol dire “pietra” (Gv. 1,42).
Comincia così per Kefas la grande avventura verso la salvezza, un viaggio ricco di eventi, talvolta spiacevoli, compiuto però con fiducia, sulla base dell’insegnamento di Dio.
Quanti di noi oggi si ritrovano nella stessa situazione di Simone: commercianti, artigiani, impiegati, professionisti, imprenditori, ognuno con il proprio grado di cultura e di educazione…Abbiamo trascorso la vita cercando di imporre la nostra volontà.
Se abbiamo molto e siamo riusciti a ottenere una buona posizione, ci gonfiamo nella vanità; se abbiamo poco, ci tormentiamo per la frustrazione e l’insoddisfazione, soggetti come siamo alla tentazione di emergere e di farci ammirare.
Forse, se ci fermassimo un istante a riflettere, scopriremmo che non siamo cattivi…ma non siamo neanche buoni. Ci siamo semplicemente messi comodi nei nostri possessi, abbiamo posto le nostre sicurezze negli amici influenti, nel guadagno o nella posizione economica, confidando unicamente nella nostra furbizia e nella capacità di dominare gli altri. O forse, timorosi di rimanere in silenzio e di scoprire il nostro “io”, corriamo alla vita senza sosta, cercando nuove esperienze, tesi a non perdere ciò che abbiamo o ad avere di più, nascondendoci, più o meno consapevolmente, da quell’incontro, da quella riflessione, che potrebbe stravolgere le nostre certezze. Ma, un giorno, ecco uno sguardo davanti al quale ci sentiamo come spogliati da tutto ciò; occhi profondi che ci guardano con tenerezza, e una voce che, ripetendo il nostro nome, ci invita a sperimentare l’amore: “Ti ho amato dall’eternità, seguimi…!”. Questa voce esige una risposta!
Domanda
Analizza sinceramente: dove hai posto la tua fiducia e le tue sicurezze?
MEDITAZIONE
Pensa alla tua vita prima dell’incontro con Gesù, e paragonala a quella che vivi adesso. Trovi differenza?
Rifletti sui tuoi comportamenti in comunità, nella società, nella famiglia.
Brano di riferimento: Gv. 1,35-51
TRACCE DI RIFLESSIONE
La mia fiducia è posta nel Signore. Senza di lui non sono nulla.
Sotto la sua protezione mi sento sicuro; lascio che lui ordini e disponga tutto secondo la sua volontà. Alcune volte manco, però mi correggo e gli chiedo perdono.
Come un grande fiume impetuoso che sbocca nel mare della tranquillità, così è stato il mio abbandono al Signore.
Man mano che passa il tempo e che la serenità e la pace invadono il mio cuore, io affido al mio Signore tutto ciò che i miei talenti fanno germogliare, con la speranza, e nello stesso tempo la certezza, che la mia offerta sia gradita.
Adesso scopro con gioia che vivere nel Signore significa sperimentare ogni giorno la sua pace.
Prima di incontrare Gesù cercavo di riempire il vuoto del mio cuore intraprendendo scelte di ogni tipo, alcune profondamente sbagliate: oggi questo vuoto si è riempito del suo ineffabile amore. Mi sento protetto, coperto, sotto il suo dolce e tenero sguardo. Tutto mi sembra più bello.
Servire il Signore e i miei fratelli è un’esperienza nuova, pura, indescrivibile. Mi sforzo affinché il mio lavoro nella comunità sia sempre più perfetto, e sebbene sia ben lontano dall’esserlo, io mi impegno a fondo e confido nell’aiuto dello Spirito Santo.
Amo sempre più i miei fratelli, e confido in alcuni, tra questi, che sono per me come fratelli maggiori, chiedendo loro consigli e direttive spirituali. Vedo con gioia l’armonia, l’unità e il sostegno reciproco che caratterizzano la comunità.
A casa mia le cose non vanno come io vorrei perché i miei figli non condividono e passano molto tempo fuori casa, però ho la speranza che ad uno ad uno anche loro arriveranno all’incontro definitivo con Gesù, che Egli li converta e li trasformi come ha fatto con me, diventando il Signore della loro vita. Amo Dio e lo ringrazio per tutto quello che ricevo, soprattutto perché a casa mia comincia a crescere l’amore, la comprensione e al carità. E che il Dio vivente agisca nei nostri cuori.
Preghiera

A te, Gesù, tutta la mia lode, la mia riconoscenza e il mio amore. Vorrei poterti offrire di più, perché sei stato tanto buono con me. Prima di conoscerti mi sentivo disorientata/o, triste e soprattutto sola/o. Tu lo sai, Signore, quanti problemi, quante malattie ho avuto, quante disillusioni nel corso della mia vita, sia nel lavoro sia in famiglia. Tutto questo mi rendeva prigioniera/o della tristezza e della stanchezza. Non avevo più voglia di vivere e tante volte alla sera, al momento di andare a dormire, ti chiedevo, o mio Dio, di togliermi la vita e di non lasciarmi risvegliare al nuovo giorno. Che differenza, mio buon Gesù, quando mi chiamasti per nome come Pietro, e mi facesti incontrarenil rinnovamento! Allora compresi l’amore che avevi per me e per tutta l’umanità, amore che ti aveva portato a morire in croce per la nostra salvezza. Da quel momento tu cominciasti a parlarmi attraverso la Bibbia; successivamente mi permettesti di essere pastore di un piccolo gregge affidato alle mie cure. Tutto questo mi servì come incentivo per continuare a vivere e sentirmi nuovamente utile; sperimentando il tuo amore non mi sentivo più sola/o e pian piano imparavo a offrirti le mie malattie, le mie afflizioni fisiche e morali che diventavano sempre meno dolorose al pensiero di quello che tu avevi sofferto per me. Adesso cerco di vedere sempre tutto ciò che della vita è positivo, e grazie a te, mio Signore Gesù, vivo più tranquilla/o, in pace e con gioia, perché so che tu mi ami e che rimani con me, per aiutarmi in ogni momento.
“…fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi” (2Cor. 13,11).