martedì 6 gennaio 2009

Epifania del Signore



Il Signore ha manifestato in tutto il mondo la sua salvezza

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa(Disc. 3 per l'Epifania, 1-3. 5; Pl 54, 240-244)

La Provvidenza misericordiosa, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo che andava in rovina, stabilì che la salvezza di tutti i popoli si compisse nel Cristo.Un tempo era stata promessa ad Abramo una innumerevole discendenza che sarebbe stata generata non secondo la carne, ma nella fecondità della fede: essa era stata paragonata alla moltitudine delle stelle perché il padre di tutte le genti si attendesse non una stirpe terrena, ma celeste.Entri, entri dunque nella famiglia dei patriarchi la grande massa delle genti, e i figli della promessa ricevano la benedizione come stirpe di Abramo, mentre a questa rinunziano i figli del suo sangue. Tutti i popoli, rappresentati dai tre magi, adorino il Creatore dell'universo, e Dio sia conosciuto non nella Giudea soltanto, ma in tutta la terra, perché ovunque in Israele sia grande il suo nome (cfr. Sal 75, 2).Figli carissimi, ammaestrati da questi misteri della grazia divina, celebriamo nella gioia dello spirito il giorno della nostra nascita e l'inizio della chiamata alla fede di tutte le genti. Ringraziamo Dio misericordioso che, come afferma l'Apostolo, «ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. E' lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1, 12-13). L'aveva annunziato Isaia: Il popolo dei Gentili, che sedeva nelle tenebre, vide una grande luce e su quanti abitavano nella terra tenebrosa una luce rifulse (cfr. Is 9, 1). Di essi ancora Isaia dice al Signore: Popoli che non ti conoscono ti invocheremo, e popoli che ti ignorano accorreranno a te (cfr. Is 55, 5).«Abramo vide questo giorno e gioì » (cfr. Gv 8, 56). Gioì quando conobbe che i figli della sua fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, cioè nel Cristo, e quando intravide che per la sua fede sarebbe diventato padre di tutti i popoli. Diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto il Signore aveva promesso lo avrebbe attuato (Rm 4, 20-21). Questo giorno cantava nei salmi David dicendo: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome» (Sal 85, 9); e ancora: «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia» (Sal 97, 2). Tutto questo, lo sappiamo, si è realizzato quando i tre magi, chiamati dai loro lontani paesi, furono condotti da una stella a conoscere e adorare il Re del cielo e della terra. Questa stella ci esorta particolarmente a imitare il servizio che essa prestò, nel senso che dobbiamo seguire, con tutte le nostre forze, la grazia che invita tutti al Cristo. In questo impegno, miei cari, dovete tutti aiutarvi l'un l'altro. Risplendete così come figli della luce nel regno di Dio, dove conducono la retta fede e le buone opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo che con Dio Padre e con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Vangelo Mt 2,1-12
Siamo venuti dall'oriente per adorare il re.
Dal vangelo secondo Matteo
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

lunedì 5 gennaio 2009

Andrea e Giovanni - "In compagnia di Pietro" (di Padre Fabrizio Carli)



Nonostante gli uomini di questo nostro mondo siano così numerosi e così diversi, esiste qualcosa che li raggruppa tutti: il senso che ognuno di loro attribuisce alla vita.
Ci sono delle persone che, preoccupate solo di se stesse, vivono cercando di approfittare di tutte le cose e di tutte le persone; sono coloro che, evidentemente, hanno scelto dèi diversi: il piacere, i soldi, il potere.
Ma, a ben guardare, un solo idolo dirige la loro vita: quello dell’“io”. E’ l’“io” che costantemente vuole distinguersi, essere al centro dell’attenzione, mostrare tutta la sua prepotenza, cercare a tutti i costi il proprio benessere. Tutti, se pure in misure diverse, siamo influenzati da questo piccolo, grande idolo: il nostro egoismo. Molti, però, fanno di esso la loro unica ragione di vita.
Esiste anche un’altra categoria di persone che attraversa le medesime difficoltà e tentazioni, soggette alla stessa debolezza umana; tuttavia, con una profonda inquietudine nel cuore, capiscono che vivere nell’egoismo produce stoltezza, e che in noi stessi esiste qualcosa di più importante: una verità sublime e perenne, un amore profondo e inesauribile che non riescono a scoprire del tutto, pur intuendo quale felicità dà loro il trovarlo. Sono quelle persone che instancabilmente cercano, tentando di scoprire dove sia questo Dio, questo essere totalmente altro da loro, che può tuttavia regalare pienezza di vita, di realizzazione.
Ebbene, Andrea e Giovanni appartenevano a questa categoria; erano uomini religiosi, veri israeliti. Avevano probabilmente ascoltato dalla bocca dei loro padri e dei maestri di Israele le promesse che Jahvè, nella sua infinita misericordia, aveva fatto al suo popolo e poiché vivevano, come tutti in quell’epoca, in attesa del Messia, cercavano affannosamente il modo di incontrarlo. Giovanni il Battista proclamava a gran voce: “Preparate le vie del Signore!… Convertitevi! Perché il regno di Dio è vicino…” (cf. Gv. 1,19 ss).
Andrea e Giovanni, diventati discepoli del Battista, avevano udito con chiarezza le sue parole: “Io non sono il Messia, né Elìa, né il profeta, ma colui che viene dopo di me è più grande di me” (cf. Gv. 1,20 ss). E ancora: “E’ necessario che egli cresca e io diminuisca” (cf. Gv. 3,30).
I due discepoli credevano fermamente nelle parole di Giovanni e mettevano in pratica i suoi insegnamenti; per questo essi non si fermavano alla figura del Battista, per quanto grande gli apparisse la santità di questo importante profeta, ma, al contrario, cercavano il Messia.
Così, un pomeriggio, accompagnando Giovanni che impartiva il battesimo sulle acque del Giordano, apparve dinanzi a loro la figura di un uomo che dovette sembrare loro veramente speciale, così umile e privo di ostentazioni. E, a proposito di quest’uomo, essi ascoltano quello che sarà l’ultimo grande insegnamento di Giovanni: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo...colui che battezza in Spirito Santo” (Gv. 1,29.33b).
Non sapremo mai cosa accadde nel cuore di questi due uomini; ma di certo, finalmente, essi avevano udito dalla bocca del precursore la tanto anelata testimonianza: “Questi è il Messia, è la ragione della vostra ricerca, lo scopo della vostra vita, il motivo della vostra speranza…”
Allora, senza una parola, incominciano a camminare con il Messia.
Che bell’atteggiamento quello di cominciare a camminare; essi non soltanto videro il Signore, non soltanto si rallegrarono della sua presenza, ma, lasciato Giovanni, cominciarono a seguire Gesù, ben sapendo che il Battista approvava la loro condotta, poiché proprio a questo li aveva preparati.
Fu così che Gesù, camminando nel deserto, si rese conto che due uomini, timidamente, lo seguivano.
Egli chiese loro: “Che cercate?”
Questa domanda li colse impreparati. Ognuno di loro dovette riflettere seriamente, anche se molte potevano essere le risposte a quella domanda: “Cerco il Maestro, il medico; il personaggio importante; cerco di scoprire le credenziali che quest’uomo può avere”. Tuttavia, un’altra domanda sgorga in risposta dalle loro labbra: “Maestro, dove abiti?” (cf. Gv. 1,38).
Che grande intuizione in questi uomini! Certo lo Spirito Santo ha lavorato in loro con sorprendente velocità, così da fargli comprendere che Gesù non insegnava dottrine, né ideologie, non aveva nulla che in qualche modo potesse impressionare la gente; intuirono che Gesù dava vita e insegnava a vivere. Perciò quando gli domandarono dove vivesse, in fondo gli stavano chiedendo qualcosa di più: “Insegnaci a vivere come te, condividi la tua vita con noi”. Gesù, che per questo era venuto nel mondo, generosamente li invita: “ ‘Venite e vedrete’…e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa l e quattro del pomeriggio” (Gv. 1,39).
Questo giorno si prolungò fino a diventare il giorno di Dio; per Andrea e per Giovanni quel giorno raggiunse dimensioni di eternità. Quando un uomo incontra il vero amore e si sente totalmente preso, non può nasconderlo in nessun modo, tanto è evidente. Per questo motivo gli innamorati vengono subito scoperti, perché l’amore tende a comunicarsi, a darsi agli altri, e quando siamo innamorati vorremmo che tutti partecipassero della nostra contentezza.
Andrea e lo stesso Giovanni, pieni di questo amore, cominciarono la missione alla quale, senza saperlo, erano stati chiamati: sarebbero stati pescatori di uomini e, appena cominciato, “pescarono” subito il primo pesce importante: Pietro.
Lasciatemi raccontare la storia: Andrea e Simon Pietro provenivano da un paesino chiamato Betsaida, ma vivevano a Cafarnao, sulla riva del lago. Giovanni e Giacomo, padroni di barche da pesca, erano loro vicini. Andrea e Pietro erano fratelli e naturalmente avevano trascorso insieme tutta una vita, fatta di decisioni importanti, di gioie, di dolori, di litigi, di feste. Una sera come tante altre, Andrea raggiunge Pietro di corsa, per evitare che questi si mettesse in mare senza di lui, e con gioia gli dà la buona notizia, la migliore fra quante, in passato, aveva condiviso con lui: “Abbiamo incontrato il Messia! Lascia tutto, Pietro, lascia la tua barca, lascia le tue reti, i tuoi guadagni: vieni, poiché ho trovato qualcosa per cui vale la pena farlo!” (cf. Gv. 1,41).
Pietro dovette rimanere interdetto e forse pensò, come molti di noi avremo fatto: “Mio fratello è diventato matto. Probabilmente avrà bevuto!”.
Certo è che, contagiato dall’entusiasmo di Andrea, si lasciò condurre da Gesù.
La storia si ripete più o meno allo stesso modo con Giovanni e Giacomo, Filippo e Natanaele, così come è narrato nel primo capitolo di Giovanni. La notizia si diffonde e tutti vengono condotti da Gesù.
Andrea, Giovanni e gli altri imparano presto la prima lezione: essi saranno dei pastori, e come tali non dovranno trascinare le pecore dietro di loro ma portarle a Gesù. Andrea, inoltre, pur essendo stato il primo ad essere avvicinato da Gesù, non si mostra egoista né superbo e non si ritiene più importante degli altri. Egli esorta Pietro ad essere obbediente agli insegnamenti di Gesù, ne valuta la crescita e l’impegno, ma non si lamenta di nulla né protesta, ben sapendo che ciò che conta davvero è Gesù e l’annuncio del suo Regno. Insomma, Andrea e Giovanni docilmente lasciano che Dio realizzi il suo progetto attraverso di loro.

ESAMINIAMO

alla luce di questa piccola storia:
- quante volte apprendiamo ideologie e crediamo in dottrine che poi difendiamo con passione senza capire che l’importante è seguire Gesù, e da lui imparare un nuovo modo di vivere
- quante volte nell’ambito familiare, sociale, lavorativo ci asteniamo dal diffondere la buona novella del Vangelo condizionati dalla paura di ciò che penseranno o diranno di noi: quante volte, in sostanza, invece di essere dei “pescatori” veniamo irrimediabilmente “pescati”
- quante volte vogliamo serbare per noi tutti gli onori e crediamo che, per il solo fatto di essere stati chiamati per primi, abbiamo maggiori diritti degli altri. Dovremmo chiederci cosa sarebbe successo se Andrea, poiché chiamato per primo, si fosse opposto al ruolo fondamentale di Simone quale pietra fondante della nascente Chiesa.
Dobbiamo scoprire, nella pace del Signore, il progetto che egli ha per ciascuno di noi e docilmente accettarlo. Se sei testa, perché Dio vuole così, non cercare di essere piede; e se sei piede non cercare di camminare sopra le teste.

Domanda
Hai trasformato in vita quello che hai imparato da Gesù? Come?

MEDITAZIONE

Cerchi di essere importante nella tua comunità o compi con docilità il progetto di Dio, obbedendo al tuo pastore? Analizza il tuo atteggiamento.

TRACCE DI RIFLESSIONE

Oggi devo guardare un po’ dentro al mio cuore, per vedere ancora una volta dove mi trovo; che posto ho dato alle cose del Signore. Egli, nel suo infinito amore, senza alcun merito da parte mia, ha voluto che lo servissi nella comunità esigendo da me obbedienza. Perciò, con totale sottomissione, devo escludere me stesso, diminuire perché lui cresca in me.
Egli mi ha scelto nella mia miseria, mi ha dato un cuore nuovo e ha portato via tutto ciò che era impuro, ciò che non serviva; mi ha insegnato a vedere le cose buone che lui stesso ha messo nel mio cuore, e per questo voglio dirgli: “Signore, non permettere mai che il desiderio del riconoscimento dimori nel mio cuore; dammi l’umiltà di cui ho bisogno, per trasformare in vita il progetto che hai per me; non permettere che io gli tolga forza facendo riapparire il mio io. Non permettere che da parte mia nasca un atto di ribellione, di disobbedienza verso i miei carissimi pastori, ai quali voglio essere fedele perché così facendo dimostro a te quanto ti amo. Fa’, o Signore, che io non debba mai perderti di vista e sii sempre con me”.

Cerco di fare in modo che nella mia casa non manchi mai l’amore. Procuro che vi siano comprensione, affetto e aiuto. Vedo che Gesù è giusto e voglio che vi sia giustizia in casa. Mi basta solo vedere con gli occhi del Signore; lasciare che egli penetri con tutta la sua forza dentro di me per allontanare l’oscurità e il peccato, lasciandomi solo pace e felicità. Anelo che il suo volto amoroso si rifletta in me perché io possa manifestarlo ai miei fratelli.
Ho imparato qualcosa della sapienza del Signore, del suo amore e della sua verità e mi sento molto piccola davanti alla sua grandezza. Credo che continuerò a crescere, se mi sforzo di diventare quello che lui vuole; e così è per ognuno di noi.
Amo il mio prossimo e cerco di servirlo con sincerità. Voglio imitare Andrea nel veder crescere un fratello rallegrandomi dei suoi miglioramenti.
Non ho mai cercato di essere importante nella mia comunità. Voglio esserlo per Gesù. Non aspiro ad essere più di quello che posso con le mie capacità.
Non sento invidia e non credo di essere egoista.
Mi piace lodare le capacità dei fratelli. Li ammiro e chiedo a Dio che dia loro più sapienza. Non mi piace dare spintoni per mettermi in vista. So che Dio ha un piano per ognuno di noi e io ho fede in lui. Sto zitta/o e sono docile. Il contrario di quello che ero una volta. Cerco di essere obbediente e umile con il mio pastore; lo considero scelto dal Signore per predicare degnamente la sua Parola; pieno di santità, di doni, di carismi. Perciò mi piace aver cura della sua immagine quando qualcuno cerca di macchiarla. Tutto quello che il Signore ha messo nelle sue mani, lui lo mette a servizio dei suoi fratelli. Conservo gelosamente anche quelle che mi sembrano briciole dell’amore di Dio, ma ogni mattina scopro che egli mi ama molto, vedendo che sono viva. Gli dico: “Padre, perdonami. Grazie per il tuo amore”.

domenica 4 gennaio 2009


Il gruppo del canto ed animazione "Granelli di sabbia" ricorda che il giorno 6 alle ore 15, presso il salone parrocchiale di Isola S.Antonio (AL), presentarà una breve selezione di canti incentrati sulla vita di San Francesco.

II Domenica dopo Natale



Vangelo Gv 1,1-18
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.


Dal vangelo secondo Giovanni

[ In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. ]
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
[ Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. ]
Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».
Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

sabato 3 gennaio 2009

Anania, straordinario strumento di Dio (di Rosaria De Simone ed Emiliano Fasolio)

“ ... Mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che diceva “Saulo...Saulo perché mi perseguiti?” rispose “Chi sei Tu Signore?” e la voce “Io sono Gesù, che Tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare”...
Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse “Anania!” rispose “Eccomi Signore”. E il Signore a lui “Su va sulla strada chiamata diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo di Tarso; ecco sta pregando, e ha visto in visione un uomo di nome Anania, venire a imporgli le mani perché recuperi la vista” ... Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse “Saulo, fratello mio, mi ha mandato a Te il Signore Gesù, che Ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo”.( Atti 9, 3-6; 10-12; 17)

E’ Cristo che “chiama” Saulo sulla via di Damasco, apparendogli in visione, ma poi lo “assegna” ad Anania perché riacquisti la vista, cresca nello Spirito Santo e si inserisca nella Chiesa: Saulo diviene così Paolo “l’Apostolo delle Genti”.
Questa è una legge costante che Dio segue nella Sua cura delle anime: Dio, infatti, “provvidenzialmente” guida la vita di ogni uomo, ma di norma si serve di un altro Suo figlio che Egli “manda” quale vero “pastore di anime”.
L’Onnipotente si serve dunque, normalmente, di un “Anania” perché ogni uomo possa, così “accompagnato”, intraprendere e proseguire il faticoso cammino di conversione, scoprendo passo dopo passo l’infinito amore di Dio.
Venendo alla nostra esperienza personale, benché fosse già iniziato quel processo di “destabilizzazione” interiore che caratterizza i primi passi del cammino, eccoci giungere in un’uggiosa serata autunnale di due anni or sono al Convento Francescano di Tortona: proprio durante l’incontro di preghiera del gruppo giovani.
Non dimenticheremo mai quel momento: la porta d’entrata sembrava inesorabilmente chiusa e proprio mentre pareva che le nostre speranze venissero vanificate, ecco l’arrivo di una coppia di ragazzi “veterani” dell’esperienza di preghiera!
L’apertura del portone e il conseguente ingresso nella struttura e nella fraternità di preghiera evidenziavano così una profonda verità che in quel momento diveniva tangibile : “Dio non si nega mai a chi lo cerca con cuore sincero!”.
La Provvidenza ci aveva condotti in quel luogo, di cui noi ignoravamo l’esistenza, perché proprio lì svolgeva il suo Ministero colui che sarebbe divenuto il nostro “Anania”, mentre cresceva la consapevolezza di essere nel luogo giusto al momento giusto (rectius: il momento e il luogo stabiliti da Dio per ognuno di noi).
E’ iniziata così il forte cammino di conversione e di crescita spirituale, in Sequela Christi, accompagnati dalla nostra Guida (Padre ma anche fratello e amico) e circondati da fratelli nella fede. Benché la strada sia ancora lunga e la vetta “ove splende il sole” lontana, innumerevoli sono già stati i frutti ricevuti mentre i raggi dell’amore di Dio riscaldano e vivificano i nostri cuori.
Dio suscita degli Anania meravigliosi nella Chiesa!

Emiliano e Rosaria

venerdì 2 gennaio 2009

Pietro, l’uomo chiamato Simone - "In compagnia di Pietro" (di Padre Fabrizio Carli)

1° Meditazione

Pietro, l’uomo chiamato Simone

Quando leggiamo la vita di quei santi che ci hanno colpito per la loro grandezza, non pensiamo mai al fatto che, nella faticosa scalata verso la santità, essi hanno cominciato da zero, esattamente come chiunque altro. Così fu per Simone il pescatore, un uomo chiacchierone e grossolano, diventato ancor più rude a causa del suo mestiere.
L e Scritture ci raccontano che quest’uomo, abbronzato dal sole di Cafarnao, fosse nato in Galilea. Aveva cominciato a pescare da ragazzino, probabilmente istruito dal padre; crescendo, aveva imparato insieme al fratello Andrea a conoscere la natura e i “tempi” del mare: la calma che precedeva la tempesta, le burrasche che in più occasioni lo avevano messo in serio pericolo.
Simone conosceva bene anche la propria natura, con le sue debolezze, la sua viltà e anche i suoi momenti di coraggio, quando, sapendo a volte di dover rischiare, metteva in luce le sue doti di leader, acquisite attraverso l’esperienza di capitano della barca. Egli assicurava l’unità e la coesione all’interno del suo equipaggio attraverso lo scherzo e l’allegria, ma sapeva anche essere duro e usare un linguaggio, volgare, per mantenere la sua autorità di “capitano”.
Coloro che seguivano Gesù, in genere, erano estremamente poveri, ma non era questo il caso di Pietro, che era padrone della sua casa e della sua barca. Potremmo dire che, per il suo tempo, era un uomo della classe media al quale le cose non andavano poi tanto male.
A suo modo, egli era felice; i suoi interessi puramente umani consistevano nel pescare in abbondanza e nel riuscire a non pagare le imposte, e, da buon giudeo, non amava molto coloro che le esigevano.
Per la sua personalità, era molto amato dal fratello ed era popolare fra gli amici, con i quali si vantava delle sue prodezze marine.
Viveva la normale condizione di uomo sposato e aveva a casa con sé la suocera.
Una cosa ammiro in Simone: che egli credeva in se stesso; era un uomo che aveva fede nella sua capacità umana, ma credeva in Jahvè e lo cercava, come tanti di noi che abbiamo creduto cercando Cristo, ma evitando di “andare oltre”.
Un giorno della sua vita, però, di ritorno da una nottata in mare, irritato e frustrato per non aver pescato nulla, quest’uomo incontra uno sguardo profondo e colmo di tenerezza, davanti al quale si sente messo a nudo, mentre una voce gli dice: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai “Kefas”, che vuol dire “pietra” (Gv. 1,42).
Comincia così per Kefas la grande avventura verso la salvezza, un viaggio ricco di eventi, talvolta spiacevoli, compiuto però con fiducia, sulla base dell’insegnamento di Dio.
Quanti di noi oggi si ritrovano nella stessa situazione di Simone: commercianti, artigiani, impiegati, professionisti, imprenditori, ognuno con il proprio grado di cultura e di educazione…Abbiamo trascorso la vita cercando di imporre la nostra volontà.
Se abbiamo molto e siamo riusciti a ottenere una buona posizione, ci gonfiamo nella vanità; se abbiamo poco, ci tormentiamo per la frustrazione e l’insoddisfazione, soggetti come siamo alla tentazione di emergere e di farci ammirare.
Forse, se ci fermassimo un istante a riflettere, scopriremmo che non siamo cattivi…ma non siamo neanche buoni. Ci siamo semplicemente messi comodi nei nostri possessi, abbiamo posto le nostre sicurezze negli amici influenti, nel guadagno o nella posizione economica, confidando unicamente nella nostra furbizia e nella capacità di dominare gli altri. O forse, timorosi di rimanere in silenzio e di scoprire il nostro “io”, corriamo alla vita senza sosta, cercando nuove esperienze, tesi a non perdere ciò che abbiamo o ad avere di più, nascondendoci, più o meno consapevolmente, da quell’incontro, da quella riflessione, che potrebbe stravolgere le nostre certezze. Ma, un giorno, ecco uno sguardo davanti al quale ci sentiamo come spogliati da tutto ciò; occhi profondi che ci guardano con tenerezza, e una voce che, ripetendo il nostro nome, ci invita a sperimentare l’amore: “Ti ho amato dall’eternità, seguimi…!”. Questa voce esige una risposta!
Domanda
Analizza sinceramente: dove hai posto la tua fiducia e le tue sicurezze?
MEDITAZIONE
Pensa alla tua vita prima dell’incontro con Gesù, e paragonala a quella che vivi adesso. Trovi differenza?
Rifletti sui tuoi comportamenti in comunità, nella società, nella famiglia.
Brano di riferimento: Gv. 1,35-51
TRACCE DI RIFLESSIONE
La mia fiducia è posta nel Signore. Senza di lui non sono nulla.
Sotto la sua protezione mi sento sicuro; lascio che lui ordini e disponga tutto secondo la sua volontà. Alcune volte manco, però mi correggo e gli chiedo perdono.
Come un grande fiume impetuoso che sbocca nel mare della tranquillità, così è stato il mio abbandono al Signore.
Man mano che passa il tempo e che la serenità e la pace invadono il mio cuore, io affido al mio Signore tutto ciò che i miei talenti fanno germogliare, con la speranza, e nello stesso tempo la certezza, che la mia offerta sia gradita.
Adesso scopro con gioia che vivere nel Signore significa sperimentare ogni giorno la sua pace.
Prima di incontrare Gesù cercavo di riempire il vuoto del mio cuore intraprendendo scelte di ogni tipo, alcune profondamente sbagliate: oggi questo vuoto si è riempito del suo ineffabile amore. Mi sento protetto, coperto, sotto il suo dolce e tenero sguardo. Tutto mi sembra più bello.
Servire il Signore e i miei fratelli è un’esperienza nuova, pura, indescrivibile. Mi sforzo affinché il mio lavoro nella comunità sia sempre più perfetto, e sebbene sia ben lontano dall’esserlo, io mi impegno a fondo e confido nell’aiuto dello Spirito Santo.
Amo sempre più i miei fratelli, e confido in alcuni, tra questi, che sono per me come fratelli maggiori, chiedendo loro consigli e direttive spirituali. Vedo con gioia l’armonia, l’unità e il sostegno reciproco che caratterizzano la comunità.
A casa mia le cose non vanno come io vorrei perché i miei figli non condividono e passano molto tempo fuori casa, però ho la speranza che ad uno ad uno anche loro arriveranno all’incontro definitivo con Gesù, che Egli li converta e li trasformi come ha fatto con me, diventando il Signore della loro vita. Amo Dio e lo ringrazio per tutto quello che ricevo, soprattutto perché a casa mia comincia a crescere l’amore, la comprensione e al carità. E che il Dio vivente agisca nei nostri cuori.
Preghiera

A te, Gesù, tutta la mia lode, la mia riconoscenza e il mio amore. Vorrei poterti offrire di più, perché sei stato tanto buono con me. Prima di conoscerti mi sentivo disorientata/o, triste e soprattutto sola/o. Tu lo sai, Signore, quanti problemi, quante malattie ho avuto, quante disillusioni nel corso della mia vita, sia nel lavoro sia in famiglia. Tutto questo mi rendeva prigioniera/o della tristezza e della stanchezza. Non avevo più voglia di vivere e tante volte alla sera, al momento di andare a dormire, ti chiedevo, o mio Dio, di togliermi la vita e di non lasciarmi risvegliare al nuovo giorno. Che differenza, mio buon Gesù, quando mi chiamasti per nome come Pietro, e mi facesti incontrarenil rinnovamento! Allora compresi l’amore che avevi per me e per tutta l’umanità, amore che ti aveva portato a morire in croce per la nostra salvezza. Da quel momento tu cominciasti a parlarmi attraverso la Bibbia; successivamente mi permettesti di essere pastore di un piccolo gregge affidato alle mie cure. Tutto questo mi servì come incentivo per continuare a vivere e sentirmi nuovamente utile; sperimentando il tuo amore non mi sentivo più sola/o e pian piano imparavo a offrirti le mie malattie, le mie afflizioni fisiche e morali che diventavano sempre meno dolorose al pensiero di quello che tu avevi sofferto per me. Adesso cerco di vedere sempre tutto ciò che della vita è positivo, e grazie a te, mio Signore Gesù, vivo più tranquilla/o, in pace e con gioia, perché so che tu mi ami e che rimani con me, per aiutarmi in ogni momento.
“…fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi” (2Cor. 13,11).

giovedì 1 gennaio 2009

1 GENNAIO - MARIA SS. MADRE DI DIO

Il Verbo ha assunto da Maria la natura umana

Dalle «Lettere» di sant'Atanasio, vescovo (Ad Epitetto 5-9; PG 26,1058. 1062-1066)
Il Verbo di Dio, come dice l'Apostolo, «della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2, 16. 17) e prendere un corpo simile al nostro. Per questo Maria ebbe la sua esistenza nel mondo, perché da lei Cristo prendesse questo corpo e lo offrisse, in quanto suo, per noi.Perciò la Scrittura quando parla della nascita del Cristo dice: «Lo avvolse in fasce» (Lc 2, 7). Per questo fu detto beato il seno da cui prese il latte. Quando la madre diede alla luce il Salvatore, egli fu offerto in sacrificio.Gabriele aveva dato l'annunzio a Maria con cautela e delicatezza. Però non le disse semplicemente colui che nascerà in te, perché non si pensasse a un corpo estraneo a lei, ma; da te (cfr. Lc 1, 35), perché si sapesse che colui che ella dava al mondo aveva origine proprio da lei.Il Verbo, assunto in sé ciò che era nostro, lo offrì in sacrificio e lo distrusse con la morte. Poi rivestì noi della sua condizione, secondo quanto dice l'Apostolo: Bisogna che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e che questo corpo mortale si vesta di immortalità (cfr. 1 Cor 15, 53).Tuttavia ciò non è certo un mito, come alcuni vanno dicendo. Lungi da noi un tale pensiero. Il nostro Salvatore fu veramente uomo e da ciò venne la salvezza di tutta l'umanità. In nessuna maniera la nostra salvezza si può dire fittizia. Egli salvò tutto l'uomo, corpo e anima. La salvezza si è realizzata nello stesso Verbo.Veramente umana era la natura che nacque da Maria, secondo le Scritture, e reale, cioè umano, era il corpo del Signore; vero, perché del tuttoidentico al nostro; infatti Maria è nostra è sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo.Ciò che leggiamo in Giovanni «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14), ha dunque questo significato, poiché si interpreta come altre parole simili.Sta scritto infatti in Paolo: Cristo per noi divenne lui stesso maledizione (cfr. Gal 3, 13). L'uomo in questa intima unione del Verbo ricevette una ricchezza enorme: dalla condizione di mortalità divenne immortale; mentre era legato alla vita fisica, divenne partecipe dello Spirito; anche se fatto di terra, è entrato nel regno del cielo.Benché il Verbo abbia preso un corpo mortale da Maria, la Trinità è rimasta in se stessa qual era, senza sorta di aggiunte o sottrazioni. E' rimastaassoluta perfezione: Trinità e unica divinità. E così nella Chiesa si proclama un solo Dio nel Padre e nel Verbo.
Vangelo Lc 2,16-21
I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino. Dopo otto giorni gli fu messo nome Gesù.
Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.