
Nella spiegazione della parabola del seminatore, Gesù dice che la semente caduta in buon terreno rappresenta “coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buone e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza” (Lc 8, 15). Ossia, il “cuore buono” è la condizione indispensabile perché la stessa parola di Dio possa portar frutti di bene nell’uomo. Se dunque manca quell’humus interiore che è la bontà del cuore, tutto rimane sterile nell’uomo, come rimane sterile il seme che non cade in buon terreno.
Gesù lo conferma asserendo che dall’intimo del cuore viene tutto il male: “Dal cuore escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza” (Mc 7, 21).
Sant’ Agostino, commentando l’analogo passo di San Matteo, dice: “Il Signore, dopo aver detto che dal cuore escono i cattivi pensieri, per mostrare che cosa rientri nel concetto di cattivo pensiero, soggiunse: gli omicidi, gli adulteri, ecc. Non elencò tutte le colpe, ma, nominatene alcune a modo di esempio, lasciò intendere anche le altre. Orbene, fra tutte queste colpe, non ce n’è alcuna che possa compiersi esteriormente se prima non sia stata preceduta dal pensiero cattivo, col quale si architetta dentro ciò che poi viene effettuato al di fuori. E questo pensiero, uscendo dal cuore, rende impuro l’uomo, anche se nessuna azione cattiva viene compiuta all’esterno, con le membra del corpo. E in un altro passo: Ci sono molti peccati nelle scelte interiori dello spirito che non sono seguiti da opere esterne; mentre non ci sono peccati esterni, di opere, che non siano preceduti da decisioni interne del cuore.
Il cuore, dunque, è considerato da Cristo come la sorgente interiore, la fonte da cui scaturiscono i nostri pensieri, i nostri desideri, i nostri affetti, i nostri sentimenti, le nostre azioni. Possono bastare queste brevi considerazioni per attirare la nostra seria attenzione sull’importanza del cuore buono. E prima di tutto, per riflettere sul “cuore”, per cercare di capirne la ricchezza, la preziosità, il valore, e imparare a coltivarlo con una finissima disciplina interiore.
Non tentiamo neppure di dare una definizione del cuore. Nessuna parola, per quanto efficace, potrebbe esprimerlo pienamente. Il cuore lo sentiamo, lo viviamo, in un certo modo lo siamo. Ed appunto perché ne abbiamo tutti un’esperienza immediata, ci comprendiamo subito quando ne parliamo. Possiamo dire che esso influisce davvero in tutto il nostro modo di essere, di atteggiarci e di esprimerci. Anche negli atti che riteniamo più razionali e quindi meno impulsivi, come ad esempio i giudizi e le valutazioni che facciamo, può facilmente intervenire il cuore e portarci a dare maggior peso ad una cosa anziché ad un’altra.
In tal caso, il nostro giudizio non coglie nel giusto segno, appunto perché è prevenuto da un segreto moto del cuore. Ed è difficile accorgerci di questi moti interiori che ci impediscono di giudicare rettamente: soltanto una costante abitudine alla riflessione su noi stessi e un’esigenza di assoluta sincerità possono aiutarci ad evitare queste segrete deviazioni. Viene dal cuore, poi, quel muoversi con tutto il nostro essere verso ciò che giudichiamo e valutiamo come bene, quel tendere, quell’agognare un tale bene. Viene dal cuore l’intensità dell’atto con cui abbracciamo il bene desiderato, ce ne immedesimiamo e ne godiamo; è il cuore che ha il potere di trasportarci e trasformarci in ciò che amiamo: e questo potere, questa energia è propriamente l’amore, il palpito più squisito del cuore.
Quando il cuore ha trovato l’oggetto del suo amore, non soltanto ne prova un intimo appagamento, ma sente crescere in sé la capacità di amare, il bisogno di amare di più, e allora l’uomo può giungere anche alla dedizione più completa e persino al sacrificio totale di sé. Poiché lo stesso suo donarsi, lo stesso sacrificarsi è un atto di amore e chi ama veramente ama anche di amare sempre di più.
Appunto per questo l’amore è la voce più potente della natura umana: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non la fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n. 10).L’uomo sente profondo il bisogno di qualcosa che appaghi l’intima brama del cuore. Non si accontenta di quanto può schiarire i suoi dubbi, risolvere i suoi problemi, illuminare la sua mente nel campo puramente razionale; riamane in lui quell’esigenza del cuore che è l’amore e che si appaga e si quieta soltanto nella pienezza di un bene che né la mente né i sensi possono dare. La sete del cuore difatti è sete di infinito. E’ questo l’inestimabile suo valore, e può essere questa la sua terribile tragedia.
Gesù lo conferma asserendo che dall’intimo del cuore viene tutto il male: “Dal cuore escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza” (Mc 7, 21).
Sant’ Agostino, commentando l’analogo passo di San Matteo, dice: “Il Signore, dopo aver detto che dal cuore escono i cattivi pensieri, per mostrare che cosa rientri nel concetto di cattivo pensiero, soggiunse: gli omicidi, gli adulteri, ecc. Non elencò tutte le colpe, ma, nominatene alcune a modo di esempio, lasciò intendere anche le altre. Orbene, fra tutte queste colpe, non ce n’è alcuna che possa compiersi esteriormente se prima non sia stata preceduta dal pensiero cattivo, col quale si architetta dentro ciò che poi viene effettuato al di fuori. E questo pensiero, uscendo dal cuore, rende impuro l’uomo, anche se nessuna azione cattiva viene compiuta all’esterno, con le membra del corpo. E in un altro passo: Ci sono molti peccati nelle scelte interiori dello spirito che non sono seguiti da opere esterne; mentre non ci sono peccati esterni, di opere, che non siano preceduti da decisioni interne del cuore.
Il cuore, dunque, è considerato da Cristo come la sorgente interiore, la fonte da cui scaturiscono i nostri pensieri, i nostri desideri, i nostri affetti, i nostri sentimenti, le nostre azioni. Possono bastare queste brevi considerazioni per attirare la nostra seria attenzione sull’importanza del cuore buono. E prima di tutto, per riflettere sul “cuore”, per cercare di capirne la ricchezza, la preziosità, il valore, e imparare a coltivarlo con una finissima disciplina interiore.
Non tentiamo neppure di dare una definizione del cuore. Nessuna parola, per quanto efficace, potrebbe esprimerlo pienamente. Il cuore lo sentiamo, lo viviamo, in un certo modo lo siamo. Ed appunto perché ne abbiamo tutti un’esperienza immediata, ci comprendiamo subito quando ne parliamo. Possiamo dire che esso influisce davvero in tutto il nostro modo di essere, di atteggiarci e di esprimerci. Anche negli atti che riteniamo più razionali e quindi meno impulsivi, come ad esempio i giudizi e le valutazioni che facciamo, può facilmente intervenire il cuore e portarci a dare maggior peso ad una cosa anziché ad un’altra.
In tal caso, il nostro giudizio non coglie nel giusto segno, appunto perché è prevenuto da un segreto moto del cuore. Ed è difficile accorgerci di questi moti interiori che ci impediscono di giudicare rettamente: soltanto una costante abitudine alla riflessione su noi stessi e un’esigenza di assoluta sincerità possono aiutarci ad evitare queste segrete deviazioni. Viene dal cuore, poi, quel muoversi con tutto il nostro essere verso ciò che giudichiamo e valutiamo come bene, quel tendere, quell’agognare un tale bene. Viene dal cuore l’intensità dell’atto con cui abbracciamo il bene desiderato, ce ne immedesimiamo e ne godiamo; è il cuore che ha il potere di trasportarci e trasformarci in ciò che amiamo: e questo potere, questa energia è propriamente l’amore, il palpito più squisito del cuore.
Quando il cuore ha trovato l’oggetto del suo amore, non soltanto ne prova un intimo appagamento, ma sente crescere in sé la capacità di amare, il bisogno di amare di più, e allora l’uomo può giungere anche alla dedizione più completa e persino al sacrificio totale di sé. Poiché lo stesso suo donarsi, lo stesso sacrificarsi è un atto di amore e chi ama veramente ama anche di amare sempre di più.
Appunto per questo l’amore è la voce più potente della natura umana: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non la fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n. 10).L’uomo sente profondo il bisogno di qualcosa che appaghi l’intima brama del cuore. Non si accontenta di quanto può schiarire i suoi dubbi, risolvere i suoi problemi, illuminare la sua mente nel campo puramente razionale; riamane in lui quell’esigenza del cuore che è l’amore e che si appaga e si quieta soltanto nella pienezza di un bene che né la mente né i sensi possono dare. La sete del cuore difatti è sete di infinito. E’ questo l’inestimabile suo valore, e può essere questa la sua terribile tragedia.
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