martedì 13 gennaio 2009

CHE COSA CERCATE? (di Padre Valter Arrigoni)

Comincia con questa domenica il tempo ordinario. Dovremmo esserci riempiti di stupore, di meraviglia, di pace, di gioia, di serenità in questi giorni dedicati al mistero del Dio fattosi uomo. Dovremmo avere lasciato spazio a Gesù nella nostra vita e nel nostro cuore per riempire di Lui gli spazi di desiderio. Aver trovato in Cristo le risposte alle nostre domande. Dovremmo riprendere la quotidianità del lavoro, dei rapporti nella famiglia, nei luoghi dove lavoriamo o studiamo, fino a dove facciamo la spesa. Dovremmo aver cambiato il nostro modo di stare in ascensore con i nostri vicini di casa. Dovrebbe trasparire anche dal nostro volto la gioia di chi ha incontrato Dio, sua Madre, san Giuseppe, gli angeli. Le nostre strade dovrebbero essere piene di Re Magi, di pastori che ritornano dalla mangiatoia e dalla casa dove abbiamo, come loro, visto con i nostri occhi e toccato con le nostre mani il Verbo di Dio fatto uomo. Se non è così allora significa che anche questo tempo di Natale è passato inutilmente. Gesù è passato, ha bussato ma noi non gli abbiamo aperto. Forse non lo abbiamo sentito perché assordati dai rumori delle nostre case dove si brindava al nuovo anno ed ancor prima delle mense di Natale. Non lo abbiamo visto troppo presi dal guardare i regali ricevuti, dall’aprire i pacchetti colorati dove era riposta la nostra gioiosa speranza di ricevere ciò che si voleva. I nostri bambini erano distratti dai doni per poter vedere e capire il Dono di Dio. Un po’ come nelle prime comunioni dove a Gesù che si riceve nel cuore viene anteposto tutto il resto dalla festa, al pranzo, ai regali, al ricordino. Forse ancora una volta tutti i buoni propositi, le intenzioni di un Natale essenziale, quasi povero, centrato sul Signore hanno lasciato il posto alle cose del mondo. Ancora una volta Dio ha trovato il nostro cuore preoccupato, già occupato, occupato prima, per cui per Lui non c’era posto. E Dio è passato oltre. Riprendiamo la nostra vita di tutti i giorni così come eravamo prima. Ci riprende la frenesia, la corsa, il tempo che fugge. Mi viene in mente il Mosè di Michelangelo con quei due “corni” sulla fronte che stanno a significare la luce, i raggi di luce, che uscivano dal suo volto dopo che aveva parlato con JHWH. Ritornava fra la sua gente così trasfigurato, così luminoso che gli ebrei non potevano guardarlo. Rimanevano abbagliati ed allora lui era costretto a velarsi il volto. San Paolo ci dice che noi invece possiamo guardare Dio faccia a faccia perché Dio si è fatto uomo, uno di noi, in Gesù Cristo. Le vie della nostra città, le case, le scuole, gli uffici, i negozi dovrebbero essere pieni della luce dei nostri volti che hanno contemplato, visto il Mistero. Ci siamo riempiti di Lui. Gesù ha vinto le nostre tenebre, ha portato la sua luce negli angoli bui della nostra esistenza. Ed invece siamo qui con Giovanni, l’apostolo ed evangelista, con Andrea,il fratello di Pietro a seguire Gesù ancora pieni di domande. Il loro maestro, la guida alla quale si sono affidati nel cammino della ricerca della verità, della gioia, del senso dell’esistere, Giovanni il Battista ha detto loro: ”Ecco l’agnello di Dio”. Ed i due discepoli sentendolo parlare così lo seguirono. Il racconto del primo incontro con Gesù dal Vangelo di Giovanni è pieno di verbi, di azione. La vita di fede, la vita stessa non è un pigro restare fermi ma un muoversi, un andare. Alzarsi e seguire. Tutto è iniziato dall’uscire di casa perché qualcosa dentro era infelice, vuoto. Perché qualcosa dentro era una domanda senza risposta. La famiglia, il lavoro. Moglie e figli. La pesca. La società con il padre ed il fratello. I garzoni. Tutto questo lasciava uno spazio vuoto e questo spazio vuoto gridava la sua domanda. Era come se non bastasse la vita. Tutti gli altri uomini. Le altre persone si accontentavano e quasi non capivano questo bisogno di un di più. Chissà quante volte Giovanni ed Andrea, e poi gli altri che seguirono il Maestro, si sono sentiti ripetere:”che cosa ti manca? Hai tutto!”. Come spiegarlo? Ancora oggi ogni volta che uno compie un gesto di libertà, fa una scelta coraggiosa, lascia tutto per mettersi alla sequela del Maestro non viene capito. Se poi la scelta è quella della vita eremitica o contemplativa è ancora peggio. Questo mondo, e forse anche molti uomini di chiesa, arrivano a comprendere chi parte per le missioni, chi aiuta gli altri, chi agisce per coloro che hanno bisogno. Chi invece si mette, con Maria, ai piedi del Maestro, lo ascolta, pende dalle sue labbra, impara a memoria la sua Parola, cerca di capire sempre di più quello che ha detto e fatto, viene tacciato di essere inutile. La clausura e l’eremo sono capiti da pochi! Giovanni ed Andrea lasciarono la casa e si misero alla sequela del Battista. Si fidarono e si affidarono a lui. Imparavano da lui. Per questo quando il loro maestro fissò lo sguardo su Gesù che passava e disse “ecco l’agnello di Dio” lasciarono anche il Battista e seguirono Gesù. E’ il compito della guida spirituale. E’ il compito dell’amico e del genitore. E’ il compito di chi insegna. Il compito di scomparire davanti alla Verità, a Bene alla Bellezza. Portare chi si affida a noi nella ricerca a riconoscere ciò che cerca e chi si cerca. Giovanni il Battista scompare. Rimangono i suoi discepoli ed il Maestro vero, buono e bello. Lo seguirono, egli si girò, chiese loro: “che cosa cercate?”. E loro rispondono: “Rabbi (che vuol dire maestro” dove abiti”. La ricerca della felicità passa da un “che cosa” ad un “chi”. Possiamo ridire la risposta dei discepoli: “non cerchiamo qualche cosa, siamo sazi delle cose, non ci riempiono, non ci danno niente le cose. Vogliamo Te. Colui che ci ha guidati fino ad ora, colui al quale ci siamo affidati e fidati ci ha detto di seguire te. Tu sei l’agnello di Dio. La vittima per i nostri peccati, per le vite sbagliate. Tu sei venuto da Dio ed a Lui ci riporti. Vogliamo restare con te. In greco “mainein” che significa vogliamo trovare in te la nostra consistenza. Come la casa sulla roccia della parabola che percossa dal vento, dalla tempesta, dallo straripare dei fiumi “mainei”, resta salda, consiste. L’avvenimento è così importante che Giovanni, il quale secondo la tradizione scrive il suo Vangelo quando è già vecchio, circa a novanta anni, nell’isola di Patmos, dove era al confino, si ricorda l’ora. “Erano le quattro del pomeriggio”. La sua domanda per la vita ha trovato la risposta. E la risposta non è un discorso, una idea ma una persona. Giovanni ama questa persona. Questa persona ama Giovanni. Giovanni è il discepolo prediletto, colui che Gesù amava. Giovanni diventa il teologo, colui che conosce Dio, l’esperto di Dio, colui che ne fa una esperienza così profonda e radicale (nel senso che tocca la radice del suo essere) da scrivere il Vangelo teologico, spirituale, per eccellenza. Il simbolo di Giovanni è l’aquila perché secondo il bestiario antico è l’animale che può fissare lo sguardo nel sole senza rimanerne accecato. Torniamo al sole, alla luce, al guardare e contemplare Dio, il suo Verbo fatto uomo. Mosè e Giovanni. Fissano lo sguardo sul Dio, sul mistero. Lo stesso Giovanni finisce il suo racconto della crocifissione citando il profeta Zaccaria: “Volgeranno lo sguardo su colui che hanno trafitto”. Il racconto della vocazione dei primi due discepoli, Giovanni ed Andrea, è un rincorrersi di occhiate, di sguardi. E’ un guardare dentro cercando la verità di chi ti sta di fronte. E’ un guardare che è anche un ascoltare. Il Battista vede Gesù che passa e lo indica ai suoi discepoli. Giovanni ed Andrea guardano, vedono e seguono. Gesù si volge, li vede e pone loro la domanda esistenziale. Ma accanto al guardare c’è un muoversi, un movimento. Uscire di casa, seguire il Precursore, seguire Gesù, restare con Gesù, tornare a casa, mettersi alla sequela del Cristo, andare, dopo la sua morte e risurrezione a testimoniare colui che si è incontrato. Arrivare a morire martiri (per Andrea e per molti degli apostoli) per quell’uomo sul quale alle quattro di quel pomeriggio si è fissato il loro sguardo.

Arrigoni Valter

lunedì 12 gennaio 2009

Simone incontra Gesù - "In compagnia di Pietro" (di Padre Fabrizio Carli)

Torniamo al lago di Tiberiade, quella mattina in cui Simone lavava le reti, frustrato e di cattivo umore per aver passato tutta la notte senza aver pescato nulla. Ma quella mattina quegli occhi che lo guardavano da un’eternità senza che lui se ne rendesse conto, lo fissarono intensamente; egli aveva già saputo di Gesù da Andrea, che voleva presentarglielo. Il loro incontro ci è raccontato in modo molto profondo dall’evangelista Giovanni:
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: “ Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)” e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)” (Gv. 1,40-42).

Forse non abbiamo ancora scoperto nel profondo ciò che significano queste parole di Gesù; in esse possiamo già scorgere la grande verità e la grande promessa. Ma analizziamole un po’ meglio: “Simone, figlio di Giovanni!”: in tre parole il Signore racconta tutta la storia dell’uomo vecchio, cioè di Simone, sin dalla sua nascita. Ne aveva già conosciuto le tentazioni e le debolezze, i peccati, le lotte interiori e le ribellioni, ne conosceva il temperamento.
A Simone, figlio di Giovanni, Gesù avrebbe potuto dire ogni cosa delle sue liti e delle sue risse, della sua dedizione al peccato, delle sue qualità naturali di uomo molto dotato che tuttavia porta nel cuore il peso di tutta la sua miseria. Gesù, invece di gettare in faccia a Pietro queste pesanti verità, gli fa una promessa che, a tempo opportuno, si compirà, come sempre accade per la parola di Dio.
Questa promessa, tuttavia, non si realizzerà secondo i modi e i tempi di Pietro, ma secondo quelli di Gesù. Pietro sarà la roccia sulla quale Cristo edificherà la sua Chiesa, ma questo grande masso dovrà essere spezzato, scolpito, limato, per poter sostenere il grande progetto dell’ “Architetto”.
Per quest’uomo Gesù prepara un cambiamento del suo stato attuale: “Tu sei Simone, diventerai Pietro”. In quel momento Simone era ben lontano dall’essere una roccia e Cristo lo sapeva bene, ma sapeva anche che sarebbe venuto il tempo in cui Pietro, insieme agli altri apostoli, avrebbe trasformato il mondo con al potenza dello Spirito Santo.
Così scrive San Paolo nella Prima lettera ai Tessalonicesi: “Coli che vi chiama è fedele e farà tutto questo!” (5,24). Pietro doveva percorrere un cammino particolare nel corso della sua vita, attraverso esperienze molto diverse tra loro: doveva crescere spiritualmente e cambiare in modo radicale la sua mentalità, il suo carattere, le sue abitudini; doveva lasciare da parte il suo egoismo per potersi dare agli altri; doveva smettere di essere egli stesso il centro della sua vita per lasciare spazio a Gesù.
Attraverso il racconto dei Vangeli ci rendiamo conto che in varie occasioni Pietro era l’apostolo più lodato per i suoi progressi, come quando riconosce Gesù quale Figlio di Dio: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt. 16,17); ma allo stesso tempo il più criticato, allorché non vuole accettare il pensiero della futura morte di Gesù: “Lungi da me, satana” (Mt. 16,23).
Pietro non sapeva quel che gli sarebbe successo nella vita, né poteva immaginarlo; sapeva soltanto di aver incontrato il Signore: qualcuno degno di essere seguito. Il Vangelo ci racconta che gli apostoli lasciarono tutto per seguire Cristo, ma la cosa davvero importante non è la scelta di abbandonare ogni cosa, quanto quella di seguire il Maestro: “ Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo” (Mt. 13,44).
Dal momento in cui Pietro accetterà di seguire Gesù, il suo compito sarà quello di tenere gli occhi fissi su quel tesoro, senza mai volgersi indietro.
Questo ci fa riflettere sulla nostra vita, sulle esperienze che abbiamo vissuto, sul nostro comportamento spirituale: Gesù ci chiama tutti per nome, e questo nome rappresenta, come nel caso di Simone, l’uomo vecchio e peccatore che Cristo ha, in seguito, cambiato e redento.
Quante volte, tuttavia, invece di dire a Gesù il nostro “eccomi” gli contrapponiamo la nostra durezza di cuore e gli impediamo così di entrare nella nostra vita. Molto spesso è difficile per noi accettare la misericordia di Dio; forse perché talvolta non siamo in grado di perdonare nemmeno a noi stessi, o forse perché misuriamo la bontà di Dio con la nostra. Immaginiamo un Dio meschino, limitato nella tenerezza nella compassione, come se, ad un determinato punto, oltre un certo peccato, la sua misericordia dovesse finire. Dimentichiamo che egli è totalmente “altro”, il misericordioso, l’eterna bontà, l’amore infinito e perfetto.
Se egli viene a noi accettandoci come siamo, allo stesso modo esige che lo accettiamo come è, senza limitazioni: Padre di amore e di bontà.
Già le prime parole di Gesù prefiguravano, per Pietro, una promessa, ed egli pensava di dover fallire, nonostante dietro questa consegna ci fosse tutto il potere di Cristo. Io mi domando allora: se quella promessa, che ancora oggi è la stessa, si compì in Pietro, perché non dovrebbe compiersi anche per me? Tutte le debolezze, i problemi, i peccati e le passioni, che sommuovono così spesso il mio cuore, erano le stesse che turbavano anche il cuore di Simone; tuttavia, quando Gesù termina la sua opera di “trasformazione”, nasce il grande apostolo che fu Pietro.
Dobbiamo vivere coscienti, fiduciosi e pieni di speranza nella grande promessa di Gesù, per la quale siamo figli di Dio e avremo parte del suo Regno, perché…colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù (Fil. 1,6). L’opera di Dio in noi avviene attraverso il cambiamento e la trasformazione, anche se noi ne dubitiamo poiché siamo consapevoli della difficoltà della lotta contro noi stessi, e sappiamo quanto siano radicate le nostre passioni. Ma il potere di Cristo vince per noi, se soltanto sappiamo essere docili a questa trasformazione.
Tutte le cose insignificanti che ci procurano il piacere del mondo e ci tengono in schiavitù, ci fanno dimenticare la grande avventura di Dio; siamo chiamati, tuttavia, a non guardare a ciò che ci lasciamo indietro, ma a comportarci come quell’uomo della parabola che, una volta trovato il tesoro nel campo, non rimpiangere ciò che ha impegnato per averlo.
Domanda
Sei cosciente della chiamata del Signore e della sua promessa di salvezza? Come?
MEDITAZIONE
Domandati se continui a guardarti indietro, verso quelle cose che ti tenevano schiavo nel peccato, oppure se lasci tutto nelle mani di Gesù cercando di camminare con lui verso il suo Regno.
TRACCE DI RIFLESSIONE
Desidero assolutamente con tutto il cuore camminare con il Signore verso il suo Regno e gli ho consegnato la sola cosa che è mia: il mio peccato; non voglio più essere legato a ciò che non potrà mai darmi la vera felicità. A volte mi capita di guardarmi indietro e sentire che si risveglia ciò che era apparentemente morto, come se di nuovo volesse dominarmi: la differenza è che adesso non mi dà piacere, ma al contrario, quando mi accade, quasi inconsapevolmente, mi aiuta nella disciplina, facendomi comprendere chiaramente quali sono – quasi sempre le stesse – le mie debolezze. Gesù, nella sua bontà, continua a rivelarmele e allo stesso tempo mi dà la possibilità di allontanarmene, mettendomi nelle mani le armi per combatterle. E, al momento della battaglia, mi affascina essere suo soldato!

Come Pietro, anch’io ho avuto questo primo incontro con il Signore, quando ho sentito il suo sguardo dolce e profondo con il quale mi chiamava; quando lo incontrai ricevetti tutta la consolazione di cui avevo bisogno in quel momento della mia vita.
Egli venne a me quando ne avevo maggiormente bisogno; quando la vita mi era diventata difficile da vivere, quando oramai nulla aveva senso. Cercavo solo di continuare a lottare per portare avanti i miei figli, ma senza speranza, senza incentivo.
Tuttavia, come tanti altri, anch’io cercavo qualcosa che sapevo esistesse, pur senza riuscire a trovarla. Questo incontro venne a cambiare tutto; mi sono sentito amato e fortificato e, soprattutto, la mia vita ha acquistato uno scopo e una meta. Avevo incontrato qualcuno che mi spingeva a vivere e a lottare, e la cosa più importante è che lo facevo, finalmente, pieno di gioia e di speranza. Dopo tre anni da questa chiamata, capisco che il Signore è veramente fedele, che tutte le sue promesse si stanno compiendo in me; che la mia vita ora è piena di frutti d’amore e di pace; che conoscere e seguire Gesù, rende la nostra vita piena e degna di essere vissuta.
Io chiedo a Gesù la docilità, per accettare il suo piano nella mia vita, per permettergli di continuare a trasformarmi, affinché, come Pietro, possa terminare la sua opera in me.

domenica 11 gennaio 2009

Un coraggioso programma di vita (di Mons. Andrea Gemma)


di Sua Eccellenza Reverendissima
Monsignor Andrea Gemma

(Vescovo di Santa Romana Chiesa)
(Articolo tratto da "Petrus" - Il quotidiano on line sull'Apostolato di Benedetto XVI)

CITTA’ DEL VATICANO - La colletta che il Messale Romano colloca alla data del 2 Gennaio, nella memoria dei Santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, è straordinariamente bella. Evidentemente chi l’ha dettata ha tenuto presente la collocazione di tale memoria all’inizio del nuovo anno civile e ha voluto stimolare ogni uomo saggio ad approfittare del nuovo inizio per una più degna impostazione della propria vita. Si tratta, insomma, di un non sottinteso invito a far tesoro della circostanza per il bene della propria anima. La colletta, dopo aver chiesto a Dio uno “spirito umile e ardente”, implora una piena “conoscenza della verità” e di “attuarla con un coraggioso programma di vita”. Specie quest’ultima espressione non poteva non prestarsi ad una approfondita e meditata riflessione, cosa che per me non ho voluto tralasciare. Vorrei rispondere, pertanto, a queste tre domande: Perché un programma di vita? Quale programma di vita? E perché un programma coraggioso? Rispondiamo alla prima domanda. Ogni cosa bella, ogni cosa grande, ogni meta desiderabile deve necessariamente essere preparata da una programmazione, ossia dalla previsione esatta del traguardo da raggiungere, del tempo da impiegarvi, dalla predisposizione dei mezzi necessari per conseguirla, della previsione delle difficoltà e dall’adeguamento ottimale delle proprie forze per conseguire lo scopo. Il navigante, se non vuole sbagliare la rotta, deve sapere la destinazione verso cui dirigersi, le strade che meglio vi conducono, e deve procurarsi il carburante che alimenterà il motore della sua nave, evitando il pericolo di doversi arrestare in panne. Chi si mettesse in mare senza tutte queste precise cognizioni sarebbe certamente dichiarato imprevidente e impari al suo compito e sicuramente destinato al naufragio. La vita - usciamo di metafora - è un vasto mare, spesso tempestoso, da attraversare con la nostra debole personalità, individuale e comunitaria: bisognerà dunque conoscerne bene la meta finale per desiderarla ed arrivarvi. Bisognerà pure conoscere quelle che potremmo chiamare tappe intermedie, per prendere ristoro e per procurarsi il necessario rifornimento. È doveroso pure aver ben presente innanzi agli occhi della mente gli eventuali pericoli a cui la traversata può andare incontro, onde scansarvi con sicurezza. È pure saggezza procurarsi con accurata selezione buoni compagni di viaggio che dividano con noi le fatiche della navigazione. E poi è assolutamente necessario poter contare su una abbondante scorta di viveri. Tutto questo comporta avere preciso innanzi a sé un dettagliato “programma di vita”, assicurando parimenti a se stessi la tenacia e l’impregno di esservi fedele. Si capisce allora come in una società che banalizza ogni cosa, compresa l’esistenza propria ed altrui, che naviga, come si usa dire, “a vista”, sia dovere impreteribile di chi non voglia “vivere a caso”, avere sempre pronto ed in efficienza un bagaglio di cognizioni e di energie spirituali per non restare indietro e addirittura finire sommerso. Quando si sente prorompere qualcuno nella tragica constatazione “nella mia vita ho sbagliato tutto”, si dovrà dire che è mancata la programmazione di cui stiamo parlando. Rispondiamo ora alla seconda domanda. Quale sarà il nostro programma di vita? Per nostra fortuna, di noi che abbiamo il privilegio e la gioia di credere nel supremo “dator di vita”, il programma fondamentale è già tracciato: è un dono misericordioso dell’Onnipotente il quale, come dice il Concilio, ha voluto “parlare agli uomini come ad amici” ed ha indicato nella sua santa Legge i percorsi fondamentali ed insostituibili che una vita degna di esser vissuta deve percorrere, come peraltro già riconosceva il popolo d’Israele. La Legge di Dio, come è stato giustamente rilevato, è ciò che per un treno veloce è il binario, saldo, duttile, scorrevole, condizione impreteribile perché il convoglio raggiunga la destinazione. Alla fondamentale Legge di Dio, la quale coincide con la cosiddetta “legge naturale”, iscritta per di più nell’intimo di ogni coscienza, gli uomini docili ad una superiore saggezza hanno aggiunto, ad ulteriore determinazione e facilitazione, altre leggi che di quelle prime fossero la pratica attuazione. Così, ai seguaci di Cristo, che hanno per legge inderogabile il Vangelo, uomini saggi hanno fatto seguire monumentali corpi legislativi che mantengono, a tutt’oggi, il loro grande valore. Ecco i nomi di alcuni di questi sapientissimi legislatori: Agostino, Basilio, Benedetto, Francesco. Ogni regola composta da questi legislatori, a commento del Vangelo, ha costituito e costituisce per molti un accessibile e proficuo programma di vita, seguendo il quale non si fallisce la meta. Sennonché, ad ulteriore e necessaria specificazione, ognuno di noi deve proporsi, nell’ultima capillare attuazione, un suo proprio, personale, programma di vita. Il che è quanto dire che ogni uomo ha una sua individuale, inconfondibile vocazione a cui egli, ed egli solo, può e deve rispondere con la grazia di Dio e la sua buona volontà. D’altra parte, avere a portata di mano un preciso, direi minuzioso, programma di vita significherà in definitiva mettere ordine nella propria vita, evitare sciocche improvvisazioni, digressioni infauste o, peggio, definitivi fallimenti. Significherà, inoltre, efficienza e fruttificazione in ogni campo, da quello fisico a quello intellettuale, da quello spirituale a quello sociale. Mi rimane da rispondere al perché questo programma di vita, secondo il testo liturgico, debba essere “coraggioso”. Rispondo lapidariamente. Quanto più la meta è ardua e difficile - si pensi ad un abile scalatore -, tanto più è necessario munirsi di coraggio e di tenacia per non cedere alla stanchezza, allo scoramento e, soprattutto, a quella mediocrità, oggi imperante, la quale rischia di tarpare le ali, anche dei più generosi, e impedire loro gli arditi voli verso la pienezza. Se questa pienezza per noi discepoli di Cristo è la “perfezione del Padre celeste”, si capirà come soltanto un uomo coraggioso, deciso a tutto, di provata costanza, di indomita fermezza, potrà conseguire la meta desiderata. In questo - come è dolce costatarlo! - ci hanno preceduto miriadi di purissimi eroi, i Santi della Chiesa cattolica.

sabato 10 gennaio 2009

Comunicato nr. 3 - 10 Gennaio 2009

Martedì 6 Gennaio scorso, festa dell'Epifania, nel salone parrochhiale di Isola Sant'Antonio (AL), si è svolta la premiazione del tradizionale "Concorso dei Presepi".
Abbiamo animato la festa proponendo una selezione di canti su San Francesco.
Non credevamo ai nostri occhi quando abbiamo visto il coinvolgimento e la sintonia con i canti da noi proposti da parte delle persone presenti in sala. Ma la gioia più grande è stata quando tutti i bimbi hanno "preteso" che continuassimo a cantare perché loro volevano ballare, sapientemente coinvolti dalle "animatrici" dei Granelli.
Vogliamo ringraziare Don Giovanni, parroco di Isola Sant'Antonio, per la bellissima opportunità che ci ha dato nell'animare questi momenti di festa nel periodo natalizio.
Granelli di Sabbia


La felicità non è un diritto (di Padre Valter Arrigoni)

La felicità non è un diritto
Ma il frutto di una costruzione
Lenta, paziente, umile ed umiliata +
Tutta la vita, i giorni, ogni singolo gesto
Sono i mattoni di questo edificio +
Io da solo non basto
E neppure noi due soli
Ma se riusciamo a coinvolgere
Un terzo e poi un quarto
Diamo il via ad un fiume immenso
Che diventa mare ed oceano +
Disseteremo tutti e cambieremo il mondo +
Io e te non bastiamo da soli
Ma se io e te non iniziamo …
Niente inizia ...
Neppure la vita +
Padre Valter Maria Arrigoni
Natale 2008

giovedì 8 gennaio 2009

EPIFANIA (di Padre Valter Arrigoni)

Anzitutto occorre spiegare il nome della festa: epifania. E’ una parola greca che vuol dire manifestazione, far vedere fuori ciò che si è dentro. Svelare un mistero. La parola Epifania viene dall’unione del verbo “fainei” mostrare con la preposizione “epì” sopra, fuori, in superficie. C’è un mistero che san Paolo dice che è “avvolto nel silenzio da secoli”, ed è il mistero di Dio. L’indicibile. Colui del quale possiamo solo affermare ciò che non è perché quando diciamo delle definizioni, ci insegna san Tommaso d’Aquino, diciamo delle menzogne, tanto sono lontane le nostre affermazioni dalla verità di Dio. Tanto la nostra esperienza dista dalla realtà di Dio. “Come il cielo è alto sulla terra così le mie vie sono lontane dalle vostre vie, i miei pensieri dai vostri pensieri”. Possiamo solo adombrare, perché non possiamo “significar per verba”, come diceva Dante, o, come pregava san Francesco d’Assisi, “nullo homo ene digno te mentovare”. Questo Dio, l’unico Dio, il Solo, l’Onnipotente, il Creatore, il Misericordioso, il Vincitore della morte e del dolore, Colui che riempie della sua presenza potente tutto l’universo, che neppure i cieli ed i cieli dei cieli possono contenere, che ha fatto della terra il suo sgabello, questo Dio, Dio si è fatto uomo , si è manifestato. Tutto il senso delle feste che abbiamo vissuto in questo tempo: il Natale, la santa famiglia, la Madre di Dio, fino ad oggi, fino all’Epifania è il fermarsi e contemplare, nel silenzio il mistero che si è realizzato, che è divenuto realtà, che “si è fatto carne” qui, adesso, sotto i nostro occhi. Siamo stati, ancora una volta, chiamati a svuotare i nostri cuori per far spazio al Dio che viene, anzi che è venuto, nel mondo, dentro ciascuno di noi, nella vita e nel cuore di ogni uomo. Il tempo prima del Natale, il tempo dell’Avvento ci ha portato a svuotare dall’inutile, dal superfluo, falla vanità vuota, mortifera, disumana, falsa, bugiarda, la nostra vita per riempirci della domanda, del desiderio più vero, più profondamente umano, più liberante. Nel tempo prima del Natale siamo stati chiamati a spegnere i riflettori, le luci fatue della pubblicità, delle cose, della ricchezza, dell’inutile per poter vedere la sola luce vera, quella che illumina ogni uomo, quella che vene nel mondo. Ci insegna Giovanni: “la luce vera viene nel mondo ma il mondo non la accoglie”!. Dio si fa uomo, viene fera i suoi, viene a salvare l’umanità ma gli vengono chiuse le porte in faccia! Nasce povero, rifiutato, emarginato in una stalla perché non c’era posto per lui nell’albergo. Sempre san Giovanni, nel Prologo al suo Vangelo, scrive che “i suoi (in greco scrive idioi, i parenti, quelli di casa) non lo hanno accolto”. Gli esegeti dicono per paura delle spie di Erode che era re in Palestina senza essere ebreo, e temeva che qualcuno della casa di Davide rivendicasse il trono. Per questo aveva mandato spie a Betlemme, il paese di Davide. Per questo la presenza e la domanda dei Re Magi: “dove è nato il re di Israele?” lo ha angosciato e lo ha spinto a chiedere a questi stranieri di fargli sapere dove lo avrebbero trovato per andare anche lui ad omaggiarlo. Sappiamo però, dalla strage degli innocenti, quale sarebbe stato il suo omaggio. Dio si fa uomo ma gli uomini non lo hanno accolto, non lo hanno fatto entrare nelle loro case, nella loro vita, dentro di sé. Ancora oggi, dopo secoli, troppi uomini sono convinti che per affermare la propria dignità, la propria libertà occorre uccidere Dio, eliminarlo dalla storia. In Inghilterra la festa del Natale è stata sostituita, per rispetto alle altre religioni, con la festa dell’Inverno. Tolto Dio ma non il consumismo, la vendita, della festa. Ma forse per la maggior parte anche di noi non è accaduta la stessa cosa? Ho sentito una persona dire “finalmente sono finite queste maledette feste!”. Il ritrovarsi in famiglia per alcuni è stato riaprire ferite, odi, incomprensioni con genitori e fratelli. Il rumore assordante dei botti, dei canti di Natale amplificati nelle vie dei negozi, nei corridoi dei centri commerciali. L’esagerazione di luci, di addobbi (ho visto chiese con degli alberi di Natale, lucine, palline, babbi natale, pacchetti colorati, festoni ). Come possiamo sentire Dio se c’è troppo rumore? Come possiamo vedere dire se ci riempiamo di lucine, di scatole, di regali, di colorati e fastidiosi oggetti ed oggettini? Dio nella voce inaudita di un bambino? Negli occhi pieni di lacrime di un povero? Forse qualcuno pensa che Dio si sia fermato nelle case piene di cose, alle mense dove si sono abbuffati gli uomini? Qualcuno pensa che Gesù si nato accanto a bambini viziati e coperti di doni pretesi? Bambini sazi e capricciosi? Forse convinti di essere buoni perché hanno dato ai poveri i giocattoli (alcuni rotti, li ho visti quando ero Parroco), i vestitini che non vanno più bene o peggio che non sono più di moda. Ci sono persone che hanno speso migliaia di euro in regali “importanti” alle mogli e ai figli. Salvo poi tacitarsi la coscienza con qualche dolce, qualche pacco di pasta, scatola di pelati, salame, formaggio scadente, insalata russa avanzata. Alla fine del loro incontro con Gesù i Magi se ne tornarono a casa per un’altra via che l’angelo aveva indicato loro. Un’altra via cioè era accaduta nella loro vita una conversione. Una era la via, la vita, lo stile, seguito fino ad allora ed un’altra via, un’altra vita, un altro stile quello che iniziava con l’incontro con Gesù. I Magi, coraggiosi camminatori sulle vie degli uomini che cercano Dio. Sulle vie delle domande che rendono così sensibili da sentire il rumor delle stelle, del cosmo che gira, che si muove. I Magi che secondo la tradizione sono sepolti nel Duomo di Monaco perché la strada che hanno iniziato a Betlemme non li ha portati più a casa, alla vita di prima ma sulle strade del mondo, degli uomini. Che differenza fra il loro incontro con Dio, così bello e significativo, così gioioso e radicale, così esaustivo e toccante da cambiare la loro vita e quello che sento dire in questi giorni da persone che pure frequentano la chiesa! Finalmente queste feste sono finite! Non ne potevo più! Adesso dobbiamo metterci a dieta per smaltire! Dove è Dio? Dove il Natale? Dove Gesù bambino? Ma ancora chiediamoci:dove è l’uomo? Dove sono io? Cosa ne ho fatto dei miei ideali, dei sogni, dei progetti? Dove è la mia vita? Questo Natale era un’altra occasione che mi ha offerto Dio per essere uomo vero, per vivere la vita. Cosa ne ho fatto? Ho colto ed usato questa occasione oppure l’ho bruciata andando dietro al mondo, al “così fan tutti”, al ripetermi per convincermi “questo è il mondo in cui viviamo”. Nella speranza che queste false risposte anestetizzino, mettano a tacere, almeno addormentino il senso di fastidio, di fallimento, di noia, che il dopo festa porta con sé.
Io sono venuto qui nel mio eremo per tacere, per vedere le stelle e sentire il loro canto. Perché nel silenzio, nella solitudine, nell’essenzialità Dio si possa ancora far sentire e vedere. Qui non c’è il riscaldamento e sto davanti al camino a guardare le fiamme. E’ legno d’olivo, legno buono, che arde a lungo, che lascia un profumo buono. Per accendere il fuoco uso le pigne raccolte a fatica questa estate. In questa vita tutto ha senso,anche la fatica. Che differenza fra questa bellezza ed il rumore, le cose che non riempiono ma diventano stomachevoli, fastidiose. Che differenza fra la notte e la mancanza di luce!
Valter Arrigoni

mercoledì 7 gennaio 2009

ANNO NUOVO VITA NUOVA (di Padre Valter Arrigoni)

Il primo gennaio la Chiesa lo dedica alla Madre di Dio ed alla giornata della pace. Si tratta di porre l’accento e la nostra meditazione sul senso della vita. Affermare fin dall’inizio dell’anno per noi credenti che con l’anno nuovo inizia una vita nuova. Ci è data una occasione per convertirci, per cambiare ed affermare, non solo a parole, ma con la vita stessa che cambiare è possibile. Non solo doveroso. Nei nostri giorni stiamo assistendo al crollo del modello di vita capitalistico, dove tutto era consumismo in qualche modo dominato da un egoismo viscerale, dall’attenzione così centrata su di sé che gli altri, il prossimo, come lo chiama Gesù, i nostri fratelli, come lo chiamiamo in tutte le liturgie, sono legati a noi e noi a loro. Non si può, oggi, pensare di salvarsi da soli. Occorre riscoprire il senso della comunità umana. Il nostro Vangelo, quello che Dio ci insegna, quello che è il cuore del messaggio del Signore Gesù è che l’amore salva. San Giovanni della Croce insegna che al termine della nostra vita saremo giudicati sull’amore. I gesti concreti che facciamo, abbiamo fatto, colorano la nostra esistenza quotidiana. Un anno che inizia, un anno nuovo, segue un anno che finisce, una esistenza fino ad ora. Mi chiedo, in questi giorni che ho deciso di passare all’eremo dove ho passato l’estate, di guardare con verità, unica possibilità di essere liberi, la mia vita, il mio esistere fino ad oggi. Di leggere i fatti che hanno costruito i giorni, l’essere, il vivere. Io chi sono? Non chi penso di essere, non l’ideale che vorrei essere ma chi sono realmente. Nella sua lettera ai colossesi, letta nella domenica della santa famiglia, Paolo compila un elenco di virtù che sono il modo di essere dell’uomo di Dio. “Tenerezza”: avere il coraggio di manifestare i nostri sentimenti, il voler bene, lo stimare, l’apprezzare. Dire agli amici, alle persone che si amano, alla moglie, al marito, ai figli: “ti voglio bene”. Diciamo così facilmente la nostra rabbia, il rancore, le cose negative. Affermare la nostra tenerezza verso le persone che ci circondano non è segno di debolezza, di non virilità, ma è lasciare spazio a sentimenti buoni. Creare intorno a noi un clima di bellezza. Quando qualcuno muore,non si può più dirgli il bene che gli si è voluto. E’ troppo tardi! Non lasciamo spazi di rimpianto nei nostri rapporti. Dopo la tenerezza, Paolo, scrive “la bontà”. Essere buono significa avere l’altro al centro della nostra vita. Essere attento all’altra persona. Il contrario di buono è cattivo che significa colui che pensa solo a se stesso. Tutti gli altri, compresi i figli, sono al servizio del cattivo, dell’egocentrico, dell’egoista. “Esisto solo io e tutto il mondo mi gira attorno e mi deve qualcosa”. Così pensa il cattivo, l’uomo che non è buono. Per lui gli altri sono solo cose, possesso, beni proprio da usare ed ai quali non dare niente. Quanti ne conosco! Pieni di belle parole ma aridi di amore e di bene. “Buono” è uni degli attributi di Dio, Dio che è amore, Dio che arriva a donarci suo Figlio che adesso, in questi giorni contempliamo nella culla appena nato ma che nella settimana santa contempleremo nell’atto estremo, sublime del suo amore che si dona totalmente. Buono è colui che, imitando Gesù e Dio, si dona totalmente agli altri, per gli altri, per tutti certo ma almeno per quelli che dice di amare. “Umiltà” è l’altra caratteristica dell’uomo di Dio. San Carlo, della nobilissima e potente famiglia dei Borromeo, quando venne a Milano come Vescovo, scelse come motto dl suo episcopato “Humilitas”, umiltà. La parola umiltà viene dal termine “humus”, terra. E’ il riconoscere che siamo tutti terra. Io ed il presidente della Repubblica siamo uguali, siamo fatti di terra ed in terra torneremo. Così io e la zarina di tutte le Russie, Caterina la grande, siamo fatti della stessa terra. Riconoscere la profonda uguaglianza fra tutti gli uomini è la fonte dell’umiltà. Pone tutti al mo stesso livello. L’umiltà mi porta ad aver rispetto per ogni uomo. Non si tratta di umiltà pelosa, di falsa umiltà, di atteggiamenti ipocriti ma di onorare ogni uomo a cominciare da coloro che sono per noi padre e madre. E’ un comandamento, una legge di Dio: “onora il padre e la madre”. Come è triste andare negli ospizi o nelle cliniche dove figli, anche pieni di fede a parole, hanno chiuso i propri genitori! Ma mi fanno ancora più disgusto i figli che vedono nel loro padre solo l’eredità, i soldi e i beni che il padre può lasciare loro. Quanti figli abbiamo visto a Foggia che non si parlano più da anni. Quanti hanno dilapidato capitali in avvocati. Quanti sono pronti ad uccidersi, si odiano, sono nella più assoluta falsità, perché non hanno ancora diviso, perché non sono ancora arrivati all’eredità. Mi diceva una madre prima di morire:”quando io me ne sarò andata i miei figli si uccideranno!”. E così sta accadendo fra sorrisi e pugnalate! Essere umili è non credersi fatti di una materia diversa dalla terra. Nessuno degli uomini è fatto d’oro. E poi, come insegnava Fabrizio de Andrè, “dal letame nascono i fiori e dai diamanti non nasce niente”. Essere umili non è solo un atteggiamento verso se stessi e verso il prossimo ma anche aprirsi allo stupore, alla meraviglia, alla sorpresa che ogni essere umano può riservarti. Dal letame nascono i fiori. Un altro modo di essere dell’uomo di Dio, un’altra sua caratteristica è la mansuetudine. Caratteristica dell’agnello che veniva immolato per la Pasqua. Il profeta Isaia riferisce questa virtù, questo modo di essere al Servo sofferente, a Gesù. Mansueto è colui che si fida talmente tanto di qualcuno da lasciarsi andare nelle sue mani e di lasciarsi fare tutto. Il beato Charles de Foucauld ha scritto una preghiera che dice “Padre mi abbandono a Te, di me fai quello che ti pare, mi fido di te perché tu sei il Padre mio, il fidarmi è una esigenza del mio amore per te”. Mansueto è colui che si fida e si lascia fare. Da Dio ma anche dagli altri. Da coloro che ama. “Magnanimità” avere l’animo grande. I latini dicevano “de minimis non curat praetor”. Colui che è superiore non si cura delle cose piccole. Dante Alighieri scrive:”Non ti curar di lor ma guarda e passa”. La magnanimità cristiana ovviamente non è una presunzione, una sicumera, un diniego ma è dare alle cose il loro giusto peso e valore. Secondo me il contrario di magnanimo è suscettibile. Colui cioè che si ferma sulle inezie e ne fa un motivo di guerra. Rancoroso. Vendicativo. L’uomo di Dio sopporta tutti. Il verbo sopportare significa che dobbiamo portare insieme (sub portare) la croce, il peso della vita. Non dobbiamo dire “io ti sopporto” ma “con te porto il peso che ti opprime”.
Con tutte queste caratteristiche diventa facile amarci. Diventiamo simpatici. Tutti gli altri ci cercano perché stare con noi è stare bene.
Questo è l’augurio che vi lascio per il nuovo anno e che faccio anche a me stesso:”che tutti stiano talmente bene con me che io possa diventare amico di tutti, amico di Dio ed amico degli uomini”.
Padre Valter Arrigoni