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domenica 18 settembre 2011

La differenza di Dio (di Padre Valter Maria Arrigoni)

Nelle due domeniche precedenti, la Parola di Dio ha evidenziato la vita interna delle comunità cristiane. La condotta da tenere verso i fratelli che peccano il dovere del perdono reciproco derivanti dal fatto che la Chiesa è una comunità di peccatori perdonati. L’uomo religioso è un cercatore di Dio. La sua ricerca è tanto più appassionata quanto più si avvicina colui che solo può soddisfare il desiderio dell’uomo. Coloro che sono chiamati fino dal mattino, gli operai della prima ora, hanno subito, fin dall’inizio il dono di Dio, del padrone del campo: il dono della fede e del senso della vita. Gli latri operai lo scoprono man mano che la vita va avanti. Alcuni poi lo scoprono all’undicesima ora, al termine della vita. Quanti oggi non cercano neppure perché si accontentano di quello che il mondo offre: denaro, potere, sesso. Le famose tre “P” che secondo i padri monaci del deserto sono la radice di ogni male: pecunia, potestas, passio. Ci sono persone che attraversano il mare della vita seguendo la luce di questi fari convinti che sia l’unica luce, la vera luce. Stanno alla porta delle nostre chiese e bussano per poter entrare ma si trovano davanti operai della prima ora che invece di condividere la gioia del dono condiviso, della vita che finalmente, anche se tardi comincia, stanno solo a recriminare. Non sono coscienti del dono che hanno ricevuto, della pienezza di vita che hanno potuto vivere. Molti “credenti” della prima ora pensano che la fede e la religione abbiano tolto loro delle occasioni di essere felici secondo il mondo, il mondo che un po’ per volta hanno lasciato entrare in se stessi ed ha preso sempre più spazio fino a diventare il loro modo di pensare, di giudicare, di essere, di vivere. “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” così ci dice Dio nella prima lettura attraverso il profeta Isaia. Dio ci fa prendere coscienza di come ormai pensiamo, giudichiamo, viviamo. Oggi e qui. Queste parole ci vengono ridette perché sono valide e vere non solo per il popolo di Israele allora ma per il popolo della Chiesa oggi e qui. Cercare Dio è diventare come Lui, ascoltare la sua Parola non è solo sentirla distrattamente durante la Messa, magari pensando ad altro, forse anche pregando il rosario, ma è fare ciò che dice. “Chi ascolta le mie parole e le mette in pratica sarà per me fratello, sorella e madre”. Come potremo metter in pratica la via della salvezza se neppure la conosciamo? Peggio se siamo come coloro “che presumevano di essere giusti e giudicavano condannandoli gli altri”. Gli operai della prima ora sono solo capaci di mormorare contro Dio perché è misericordioso. “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata ed il caldo”. Ancora una volta siamo di fronte alla radicale differenza fra il modo di pensare di Dio e quello del mondo che è diventato il nostro. Da un punto di vista sindacale, legale, umano, noi la pensiamo come loro. Dio è ingiusto! Eppure la sua risposta ci illumina, ci aiuta a capire come la pensa, ci indica come dovremmo pensare ance noi. “Amico (è la stessa parola con la quale Gesù saluta Giuda nell’orto degli olivi!), io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. E Gesù conclude questa parabola dicendo: “Così gli ultimi saranno primi e i primi saranno, ultimi.” Ricordiamoci come finiva il Vangelo domenica: “Così il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”. E due domeniche fa, sempre parlando della comunione fraterna: “Se due di voi si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà”. Forse le nostre preghiere talora non sono esaudite perchè tra noi, nelle nostre comunità, non c’è amore, unità, pace, concordia? Peguy, i poeta francese, scrive: “Vi sono due formazioni, vi sono due estrazioni, vi sono due razze i santi in cielo. I santi di Dio provengono da due scuole: dalla scuola del giusto e dalla scuola del peccatore. Per fortuna che il maestro è Dio. Per fortuna che non c’è gelosia in cielo”.

Padre Valter Arrigoni

Monaco diocesano

lunedì 5 settembre 2011

Com'è difficile perdonare... (di P. Valter Maria Arrigoni)

Pietro chiede a Gesù quante volte deve perdonare il fratello che lo offende. “Sette volte” è già, nella mentalità ebraica, un cifra che indica “sempre”. Il sette è infatti un numero perfetto, un numero che indica la totalità. Gesù gli risponde “non sette ma settanta volte sette”, come dire “sempre all’infinito”. Siamo nella aritmetica simbolica secondo la quale sette indica la totalità e settanta, cioè dieci volte sette, (anche il dieci è un numero perfetto, anzi divino, perché è dato da tre volte tre più uno). Per spiegare a Pietro, ed anche a noi che oggi leggiamo il suo Vangelo, cosa significa perdonare, racconta una parabola. Un re chiama i suoi debitori per saldare i conti. Se ne presenta uno che gli deve diecimila talenti. E’ una cifra esorbitante che corrisponde a circa dieci milioni di euro, corrisponde alla tassa che il regno di Erode doveva ogni anno all’imperatore. Il debitore non aveva di che saldare il suo debito ed implora una proroga. Il re commosso gli abbuona il debito e lo lascia libero di andare. Uscito dalla sala del trono questo servo incontra un altro servo che gli deve pochi denari,come a dire cento euro. Lo aggredisce e lo fa gettare in prigione. Gli altri servi, davanti a questo atteggiamento vanno dal re e gli riferiscono l’accaduto. Allora il re convoca il malvagio e lo fa gettare in carcere, gli toglie tutto, prende come schiavi la moglie e i figli di quest’uomo, perché a lui era stato cancellato un debito immenso, incommensurabile,lui era stato perdonato e non aveva saputo perdonare. La sua cattiveria, la sua avarizia, la sua grettezza non gli avevano saputo far cancellare un piccolo debito. E’ un episodio del Vangelo fatto di numeri simbolici ma soprattutto fatto di proporzioni smisurate. Il re è Dio contro il quale noi pecchiamo, ed ogni peccato come un debito che apriamo con Lui. Poiché la grandezza del reato dipende anche dall’importanza della vittima, qui si tratta di “lesa maestà”, la vittima è Dio stesso, il re, l’imperatore. Il debito viene descritto con una cifra pari a quanto il re deve al suo imperatore. Il servo è ogni essere umano che contrae con un altro uomo credito descritto con una cifra piccola. Non c’è confronto fra quello che dobbiamo a Dio e quanto ci dobbiamo fra di noi. “Con la misura con la quale perdonate sarà perdonato a voi” dice Gesù nel suo Vangelo. La misura del nostro perdona non deve dipendere dalla grandezza del nostro cuore o dalla orgogliosa presunzione con la quale guardiamo ogni cosa fatta a noi, ma dal perdono, e dalla misericordia, con il quale Dio ci giudica, ci ama, ci guarisce. Ancora una volta siamo chiamati a guardare più in alto dell’orizzonte della terra. Ancora una volta siamo chiamati a pensare come pensa Dio. Dio è amore. Anche noi siamo chiamati ad amare. La domanda di Pietro nasce dalla sua umanità, dal fatto che si vede spesso ferito dagli altri, dalle loro parole, dai loro gesti, dai loro atteggiamenti. Il perdono, diceva mons. Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, è disumano. La nostra umanità, la nostra carne, quello che nel Vangelo viene chiamato “il mondo” non è predisposto al perdono. Perdonare appartiene al cammino dell’ascesi, è frutto della conversione. Basta pensare la legge umana che si basa sulla legge del taglione, “occhio per occhio, dente per dente”. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. I sociologi spiegano che la legge del taglione è già i sego di una evoluzione della civiltà perché comunque pone un freno e non permette l’esagerazione nella reazione, nella vendetta. Quando Gesù risponde a Pietro che deve perdonare settanta volte sette, non intende che deve essere disposto a subire un’infinità di offese ma che il rancore, l’odio, il ricordo del torto subito, gli torneranno alla mante e nel cuore una infinità di volte ed ogni volta deve stendere il mantello del perdono e della misericordia sulla persona che gli ha fatto del male. I perdono del quale siamo capaci noi uomini infatti non dimentica il torto subito. Ogni persona consiste nella sua memoria. Io sono i miei ricordi. Mi è impossibile dimenticare. Il dolore, il male che ho dentro non posso eliminarli, non posso scordarli. Solo il perdono di Dio, ci insegna Gesù Cristo, è capace di dimenticare e quindi di darci la possibilità di una vita nuova, di un altro inizio. Medito da tempo su questa parabola e mi ritrovo però una domanda dentro: quante volte io stesso ho seminato la zizzania del dolore, dell’odio, del desiderio di vendetta nel cuore degli altri? Io stesso mi sento vittima della cattiveria di qualcuno, della sua acida disumanità. Certe volte invece di sentirmi peccatore perché incapace di perdono mi sento vittima di chi mi ha provocato, di chi ha generato nella mia anima del male. “Stavo tanto bene… perché sei venuto a farmi soffrire?” anche questo anno il mio ritorno a Foggia è stato segnato da un furto. L’anno scorso mi è stata rubata l’auto e questo anno ho trovato la casa svaligiata. L’anno prossimo mi devo forse aspettare di essere ucciso? Sinceramente faccio fatica a perdonare. Mi sento indifeso, insicuro anche dentro casa. Guardo le persone con sospetto. Certo che non hanno preso quasi niente perché non c’era niente da prendere ma hanno lasciato nel cuore del male, dell’odio, della maledizione. Sono lontano dal saper perdonare settanta volte sette. Sono lontano dall’iniziare un cammino di conversione. Ancora una volta devo confessare che la mia legge non è quella dell’amore che Gesù mi insegna, mi testimonia. Amo perché sono amato.


Arrigoni Valter

Monaco diocesano


lunedì 13 aprile 2009


Ero cieco

Ed è venuto LUI,

la Luce vera,

ad illuminare le mie tenebre.


Ero morto

Ed è venuto LUI,

la Vita,

a farmi risuscitare.


Ero nel peccato

Ed è venuto LUI,

il perdono,

e mi ha ridato gioia e libertà.


Ero caduto nel baratro della morte, del peccato, del buio,

ed è venuto LUI,

Buon Pastore

Mi ha cercato, mi ha trovato, mi ha caricato sulle spalle

E mi ha riportato nella sua casa.


BUONA PASQUA DI PERDONO, PACE, TENEREZZA, LUCE E VITA NUOVA.

Valter, eremita
Pasqua 2009

venerdì 10 aprile 2009

E’ LA PASQUA DEL SIGNORE (di padre Valter Arrigoni)


Cominciamo a dire che la cosa significa la parola Pasqua. Per gli ebrei ricorda diversi momenti della storia di YHWH con il suo popolo Israele. La notte di Pasqua è la notte nella quale si realizza la maledizione dell’ultima piaga quella della morte dei primogeniti di ogni famiglia degli egiziani. L’angelo della morte passa oltre le case degli schiavi ebrei segnate dal sangue dell’agnello che è stato immolato per essere mangiato in piedi con tutta la famiglia ed i vicini di casa. Si mangia in piedi perché si è pronti per partire. Si mangia con il contorno di erbe amare come segno dell’amarezza che talora riempie del suo sapore la vita. Momenti come il dover fuggire di notte, esuli. Schiavi che scappano inseguiti dai loro padroni. Nel mondo antico, anche quello romano, lo schiavo era considerato una cosa appartenente al suo padrone. Se lo schiavo fuggiva e veniva ripreso poteva essere ucciso. La fuga era uno dei reati più gravi. Eppure questi schiavi sono protetti da Dio. Anche se per loro il credere questo vuol dire aver fiducia in uno sconosciuto come è per loro Mosè. La prima Pasqua allora avviene nella notte della fuga dall’Egitto ed è la Pasqua che darà il senso a tutte quelle che seguiranno. Ci sono in questa notte che, come dice il rituale ebraico del “seder” di “pesach”, è la madre di tutte le notti, la notte più luminosa di tutte, diversi significati che verranno poi presi dalla Pasqua cristiana. E’ la notte del passaggio dalla morte alla vita. Cosa è accaduto nel sepolcro? Il venerdì si è deposto un corpo martoriato e morto. Il corpo di un giovane odiato, maltrattato, umiliato e che ha subito una delle morti più atroci dopo una agonia di ore. Soffocato sulla croce dove era stato inchiodato dopo una via crucis dolorosa. Dolorosa nella carne ma anche e soprattutto nel cuore, nello spirito quando vedeva sua madre, quando ripensava a tutta la sua vita ed alle ultime ore. Quando sentiva le ingiurie, le offese, la rabbia contro di lui della gente che pochi giorni prima lo osannava. Gente alla quale aveva voluto e fatto bene. Nel sepolcro, nell’angusto e stretto ambito di una tomba acceda che l’eterno entra nel tempo, l’infinto nello spazio, la vita nella morte. Dio riprende la sua presenza di vita nel corpo morto del Figlio “Mors et vita duello conflixere mirando. Dux vitae mortuus regnat vivus”. “La vita e la morte hanno combattuto un duello ammirabile. Il Signore della vita che era morte ora regna vivo”. La morte passa oltre, viene sconfitta definitivamente, la salvezza viene offerta a tutti ed il segno primo di questa salvezza è che non si muore più. Altro significato è l’essere sempre sul piede di partenza,a avere sempre chiaro che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Cosa significa concretamente credere nel risorto? Significa anche non porre la propria sicurezza, la certezza della vita, la causa della nostra gioia in altro che non sia capace di sconfiggere la morte. Tutto passa solo Dio resta. Resta con tutta la vera vita resta sconfiggendo la morte, il peccato, tutto ciò, ed è proprio tutto ciò che è destinato a finire. Cristo sconfigge la morte. A Sansepolcro c’è un quadro di Piero della Francesca che rappresenta la risurrezione. Gesù ha un aspetto regale, è il Signore che sconfigge la morte. Accanto a lui ci sono i soldati che dormono e lui sta in piedi con un vessillo in mano. Vero vincitore. Vero Signore. Da un lato del Cristo ci sono alberi spogli, la natura nell’inverno, morta e dall’altro lato ci sono gli alberi nel rigoglio della primavera. La risurrezione i Gesù non è solo la sua, non riguarda solo lui ma è per tutti, di tutti. Occorre fidarsi. Come gli ebrei si fidarono di Mosè e misero a repentaglio la loro sicurezza, la loro vita stessa così occorre fidarsi di Gesù. La sua risurrezione è la prova che Dio ci dona, la prova certa, la ragione per la quale fidarsi di Gesù, credere in lui. La vita vince la morte. Pasqua è la festa della vita. Quelli che non sono di Dio, quelli che con arrogante superbia, come il faraone, rifiutano gli inviti a salvarsi da parte di Dio sono destinati alla morte. Sono destinati ad una apparenza di vita data dal benessere, dalla sicurezza, dalla ricchezza. Molti salmi ricordano questi momenti e questo atteggiamento di coloro “che confidano in carri e cavalli”. “Pensavano:’ inseguiamoli, raggiungiamoli, sterminiamoli, prendiamo i loro beni’ … ma tu, o Signore, hai confuso i loro pensieri”. Anche nella celebrazione della Pasqua ebraica una settimana prima si toglie dalle case tutto il lievito vecchio e si mangiano i pani azzimi, cioè fatti con pasta non lievitata (e’ per questo che usiamo le ostie per la Messa e non il pane lievitato). Il senso di questo segno è che tutto viene reso nuovo con la Pasqua, con il passaggio del Signore. Tutto viene reso nuovo dall’entrare di Cristo nella nostra vita. Nella liturgia della grande veglia pasquale accendiamo il fuoco nuovo, illuminiamo la chiesa con la luce nuova del cero pasquale, benediciamo l’acqua nuova. Con Cristo risorto tutto è nuovo. La nostra vita di fede è troppo spesso stantia. Troppo spesso ha l’odore della muffa ed il sapore rancido.
Pasqua è la parola che indica anche l’attraversamento del mar Rosso e quaranta anni dopo del fiume Giordano per entrare nella Terra Promessa, la terra nuova della libertà vera, la terra che il Signore ha preparato per i suoi e nella quale vive con il suo popolo. C’è sempre da attraversare qualcosa, da avere il coraggio di affrontare un pericolo che ci sembra insuperabile. C’è sempre da chiedere a Dio l’aiuto per andare avanti. E Lui ce lo dona.
Sia questa per noi la Pasqua della fede, della fiducia in Dio. Sia la Pasqua del coraggio di lasciare tutto per andare, per mettersi in viaggio, per attraversare il mare ed il deserto inseguiti da chi è più forte di noi ma non di Dio. Sia questa la Pasqua nella quale esplode in noi la novità della vita. Il profumo nuovo della primavera, del seme caduto in terra che dopo essere morto, e solo dopo essere morto, porta molto frutto.


Vater Arrigoni

lunedì 6 aprile 2009

Ecce Homo (di padre Valter Maria Arrigoni)


Ancora per una volta non offro una riflessione sul Vangelo della domenica prossima perché è la domenica di Pasqua ma degli spunti di riflessione per questa settimana santa, di Passione. Nel rito ambrosiano si chiama “settimana originale” perchè sta all’origine di ogni settimana. E’ il modello originale sul quale si modella il tempo dell’anima. Della vita alla luce di Dio. Il passaggio dalla morte alla vita. Il passaggio del dolore attraverso il venerdì santo della morte alla notte del sabato santo quando fra le tenebre si vede la luce della vita che trionfa, della risurrezione. Uno scrittore russo della letteratura clandestina, del samizdat, scriveva che “tanto più buia è la notte tanto più luminose brillano le stelle, quanto più profondo è il dolore tanto di più sarà la gioia”. Per questo in questa meditazione mi soffermo su alcuni aspetti della Passione, che abbiamo letto la domenica delle palme. Nel lavoro spirituale, nella fatica della conversione, quasi fosse un compito, una lezione, un insegnamento scolastico seguo l’insegnamento di san Bernardo di Chiaravalle che diceva “age quod agis”, fai bene quello che stai facendo. La tappa prima della Pasqua di risurrezione sono i tre giorni del dolore, del tradimento, della solitudine, del disprezzo, della morte. Direi anche della disperazione perché i protagonisti, Maria, Giovanni la Maddalena davanti alla morte di Gesù non fingevano di soffrire ma erano uomini davanti alla morte del figlio, dell’amico, della persona amata. Maria non era Addolorata per finta, non recitava ai piedi della croce. Maria era, in quel momento, una madre alla quale moriva in un modo drammatico il figlio unico. Partendo dalla lettura del Vangelo di domenica, liturgicamente chiamato il “Passio”, cioè la lettura della Passione, ci sono tre parole che sulle quali medito in questi giorni, che illuminano la mia preghiera: silenzio, uomo, preghiera. La prima parola è “silenzio”. Gesù vive la sua passione e morte nel rumore, fra le grida, nella violenza che è anch’essa un rumore, un “non silenzio”. Anzitutto occorre aver chiaro che rumore non sono solo le parole o quello che si sente con le orecchie. E’ rumore la violenza di certe immagini che vediamo quotidianamente durante i telegiornali. E’ rumore lo stupro, la pedofilia, la corruzione dei politici, le immagini pieni di sesso e di erotismo. E’ rumore anche la stupidità di certe trasmissioni (domenica ero a pranzo in una famiglia e sul primo canale della Rai c’erano alcuni che stavano discutendo su Wanna Marchi, Fabrizio Corona, come se fossero una questione di valori, di ideali. Ma quel che è peggio è stato l’aver visto l’interesse per questi argomenti!). Gesù soffre e muore in mezzo al rumore di una città che sta vivendo la vigilia della festa. Oltretutto dopo le quattro della sera tutto veniva chiuso perché si entrava nel giorno della Pasqua. Quando Gesù, carico della croce, passa per le vie di Gerusalemme la città non solo non si ferma ma viene addirittura infastidita da questo corteo del dolore fra le viuzze strette, gremite di folla, fra gente accalcata. Ho visto la stessa cosa attorno alla processione della palme o a quella, la sera prima, della giornata della gioventù. Mi ricordo venti anni fa, quando arrivai a Foggia, che quando passavano le processioni (palme, Corpus Domini, Icona vetere) le saracinesche venivano abbassate, la gente si faceva il segno della croce, tutto significava rispetto. Adesso non solo tutti i negozi rimangono aperti ma vedo gente indaffarata, distratta, infastidita dalla processione che rallenta il traffico, crea impedimenti. Vedo molti ragazzi, sempre più giovani, che con atteggiamento di sfida fumano e continuano a fumare, si sbaciucchiano, per dimostrare non solo il loro disinteresse ma anche il loro disprezzo. Silenzio davanti a Cristo che soffre e muore significa spegnere per questi giorni il rumore del mondo. Lasciare che siano gli occhi a vedere, ad ascoltare, a parlare. “Contempleranno Colui che hanno trafitto”. “Jesus autem tacebat” . in mezzo al gridare arrabbiato dei soldati, del sommo sacerdote Caifa, di suo suocero Hanna, dei falsi testimoni Gesù, dal canto suo taceva. Al rumore della violenza dei soldati che lo schiaffeggiavano, gli sputavano addosso, lo flagellavano, gli gridavano derisioni ed offese, Gesù taceva. Il suo sguardo di Dio fatto uomo, di uomo sacrificato, di uomo di benevolenza e di pace si posava con tenerezza, pace, dolcezza, perdono su chi gli faceva del male. Fermiamoci in silenzio a contemplare questo sguardo. Guardiamo e tacciamo. Questa notte c’è stato un terremoto terribile in Abruzzo e subito sono partite le parole. Inutili e vuote. Orribilmente scontate dei giornalisti, dei politici, di tutti i mestieranti del dolore. Finte compassioni. False condoglianze. Non vere promesse. Perché non rimanere in silenzio, guardare e darsi da fare senza parole? Perché non provare una vera compassione, che vuol dire”soffrire insieme”. Il silenzio non è non avere niente da dire ma lasciare che sia la vita, il cuore, l’anima a parlare. Silenzio vero ed umano, divino come quello di Gesù, non è non avere niente da dire, ma lasciare che parli la nostra vita, il nostro essere. Un proverbio dice “si nasce soli, si soffre soli, si muore soli”. Un aspetto del silenzio è la solitudine. Gesù che è stato circondato dalle folle per tutta la sua vita pubblica, cinquemila persone alle quali ha dato da mangiare pane e pesci, dodici apostoli, che lo seguivano, le pie donne che lo servivano. Tutta la gente che ha visto i suoi miracoli ed ascoltato i suoi insegnamenti. Di tutta questa gente alcune persone si sono trasformate in nemici che volevano la sua morte ed altri, i suoi più intimi, sono fuggiti lasciandolo solo. Lo stesso Pietro giura e spergiura di non conoscerlo. Hanno paura di subire la stessa sorte. Di essere anche essi crocifissi se riconosciuti suoi seguaci. Bestemmiatori come lui. Condannati a morte e crocifissi senza pietà, senza dignità, nudi davanti agli occhi di chi passa, di chi guarda con curiosità morbosa. Gesù soffre e muore solo. C’è la sua mamma, c’è Giovanni, la Maddalena, le altre Marie eppure lui grida la sua solitudine: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Già all’inizio di questa notte di Passione, nell’orto del Getsemani, i suoi discepoli si addormentano. Si sente solo ed abbandonato. Eppure accetta questa solitudine. Il silenzio cosmico. Addirittura il silenzio di Dio Padre al quale si rivolge (“Tu puoi allontanare da me questo calice”). Il “silentium Dei”. Dio che non viene in aiuto alla nostra morte ed al nostro dolore. O forse Dio che è presente in un modo diverso da quello che ci aspettiamo. Dio che è presente ma solo nel silenzio lo possiamo sentire. Nella nudità, nella solitudine, nella morte. Pietro dopo averlo rinnegato tre volte “pianse amaramente”. Il peccato, il tradimento lo hanno reso capace di lasciarsi penetrare, occupare nell’intimo dal vero Gesù, dal volto misericordioso, pieno di tenerezza e di perdono del Signore. Solo nel silenzio che lo contempla potremo vivere l’incontro con Gesù. Parteciperemo a processioni, sacre rappresentazioni, riti rumorosi, tradizionali, spesse volte organizzati dalla pro-loco ma vi chiedo di trovare il tempo per fermarvi, prendere in mano un crocifisso e contemplarlo. Imparare da Cristo che soffre e muore come si vive. Altrimenti il nostro sarà un cristianesimo senza Cristo. Non nel senso del consumismo del Natale, ma proprio dell’esistenza, della vita, del nostro dirci cristiani senza lasciare a Gesù uno spazio nel nostro modo di vivere e di essere. Il silenzio diventi in questa settimana santa del 2009 anche qualche momento di solitudine nel quale essere soli con se stessi e con Cristo. La seconda parola, il secondo spunto della riflessione, è la frase che il Centurione romano, un pagano, uno che non conosceva Gesù (né un ebreo e neppure uno dei discepoli) dice secondo l’evangelista Marco: “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse:’Veramente questo uomo era Figlio di Dio’”. Penso spesso alla scena che si presentava a coloro che passavano, quel venerdì, davanti al Calvario, davanti alle tre croci. I delinquenti venivano infatti crocifissi in un posto dove potevano essere visti da molti perché la loro punizione fosse di monito agli altri perché non facessero le stesse cose. Passavano quel venerdì per entrare nella città di Gerusalemme, tanti perché era la vigilia di una festa importante, di quelle nelle quali i pii israeliti dovevano recarsi al Tempio. Passavano e vedevano tre uomini crocifissi. Uno di questi tre è Dio fatto uomo. E’ l’unica salvezza, l’unica risurrezione, l’unico perdono, l’unica vita vera. Cosa lo differenziava dagli altri due? Niente, assolutamente niente. Dio che si fa uomo, in tutto simile all’uomo, a me, si rivela come vero ed unico Dio, per come muore. Dio mi incontra sulla croce ed io posso incontrare Dio solo sulla croce. La croce di ogni uomo. Solo se divento capace di amare ogni uomo, di rispettarlo, di aiutarlo, addirittura di adorarlo divento capace trovare Dio, di amarlo, di pregarlo, di adorarlo. Inchinarsi davanti all’umanità sofferente. Cristo non è nella statua che portiamo in processione. Cristo non è nel crocifisso artistico di molte delle nostre chiese ma è in ogni uomo. Sono frasi, parole, concetti ripetuti tante, infinite, volte da me ma anche da tanti in questi duemila anni, eppure non hanno scalfito né la vita né il modo di pensare e di agire neppure di molti di coloro che si professano cristiani. Il silenzio, la solitudine, l’adorazione di Gesù contemplato anche nel volto del fratello che soffre (in questi giorni di coloro che vivono il dramma del terremoto) è la preghiera. Pregare non sono le parole che diciamo (che spesso sono il rumore che facciamo davanti a Dio) ma pregare è stare con Dio ogni istante della vita. Avere sempre presente il Signore, non come una idea lontana, astratta, ma come la presenza dell’amico dentro la mia vita. Il vangelo di domenica iniziava con il gesto della prostituta, in casa di Simone, che profuma con un profumo costosissimo Gesù. Un inutile spreco secondo alcuni dei presenti. Proprio come è inutile, per molti, il tempo dedicato alla preghiera. Pregando lasciamo entrare Gesù nella realtà della nostra vita dapprima e poi nel mondo. Come il profumo che si espande. Prima nel mio cuore, nella mia cela interiore, e poi da me nel mondo che mi circonda.
Silenzio che diventa solitudine, silenzio che diventa contemplazione di Dio attraverso il volto e le situazioni dei fratelli, silenzio che è la mia preghiera. Silenzio davanti alla croce di Gesù. Silenzio con Gesù sulla mia croce. Silenzio come unica possibilità per sentire la sua voce che mi parla. Silenzio come unica possibilità, sabato, nella notte, di incontrare il Risorto.

martedì 13 gennaio 2009

CHE COSA CERCATE? (di Padre Valter Arrigoni)

Comincia con questa domenica il tempo ordinario. Dovremmo esserci riempiti di stupore, di meraviglia, di pace, di gioia, di serenità in questi giorni dedicati al mistero del Dio fattosi uomo. Dovremmo avere lasciato spazio a Gesù nella nostra vita e nel nostro cuore per riempire di Lui gli spazi di desiderio. Aver trovato in Cristo le risposte alle nostre domande. Dovremmo riprendere la quotidianità del lavoro, dei rapporti nella famiglia, nei luoghi dove lavoriamo o studiamo, fino a dove facciamo la spesa. Dovremmo aver cambiato il nostro modo di stare in ascensore con i nostri vicini di casa. Dovrebbe trasparire anche dal nostro volto la gioia di chi ha incontrato Dio, sua Madre, san Giuseppe, gli angeli. Le nostre strade dovrebbero essere piene di Re Magi, di pastori che ritornano dalla mangiatoia e dalla casa dove abbiamo, come loro, visto con i nostri occhi e toccato con le nostre mani il Verbo di Dio fatto uomo. Se non è così allora significa che anche questo tempo di Natale è passato inutilmente. Gesù è passato, ha bussato ma noi non gli abbiamo aperto. Forse non lo abbiamo sentito perché assordati dai rumori delle nostre case dove si brindava al nuovo anno ed ancor prima delle mense di Natale. Non lo abbiamo visto troppo presi dal guardare i regali ricevuti, dall’aprire i pacchetti colorati dove era riposta la nostra gioiosa speranza di ricevere ciò che si voleva. I nostri bambini erano distratti dai doni per poter vedere e capire il Dono di Dio. Un po’ come nelle prime comunioni dove a Gesù che si riceve nel cuore viene anteposto tutto il resto dalla festa, al pranzo, ai regali, al ricordino. Forse ancora una volta tutti i buoni propositi, le intenzioni di un Natale essenziale, quasi povero, centrato sul Signore hanno lasciato il posto alle cose del mondo. Ancora una volta Dio ha trovato il nostro cuore preoccupato, già occupato, occupato prima, per cui per Lui non c’era posto. E Dio è passato oltre. Riprendiamo la nostra vita di tutti i giorni così come eravamo prima. Ci riprende la frenesia, la corsa, il tempo che fugge. Mi viene in mente il Mosè di Michelangelo con quei due “corni” sulla fronte che stanno a significare la luce, i raggi di luce, che uscivano dal suo volto dopo che aveva parlato con JHWH. Ritornava fra la sua gente così trasfigurato, così luminoso che gli ebrei non potevano guardarlo. Rimanevano abbagliati ed allora lui era costretto a velarsi il volto. San Paolo ci dice che noi invece possiamo guardare Dio faccia a faccia perché Dio si è fatto uomo, uno di noi, in Gesù Cristo. Le vie della nostra città, le case, le scuole, gli uffici, i negozi dovrebbero essere pieni della luce dei nostri volti che hanno contemplato, visto il Mistero. Ci siamo riempiti di Lui. Gesù ha vinto le nostre tenebre, ha portato la sua luce negli angoli bui della nostra esistenza. Ed invece siamo qui con Giovanni, l’apostolo ed evangelista, con Andrea,il fratello di Pietro a seguire Gesù ancora pieni di domande. Il loro maestro, la guida alla quale si sono affidati nel cammino della ricerca della verità, della gioia, del senso dell’esistere, Giovanni il Battista ha detto loro: ”Ecco l’agnello di Dio”. Ed i due discepoli sentendolo parlare così lo seguirono. Il racconto del primo incontro con Gesù dal Vangelo di Giovanni è pieno di verbi, di azione. La vita di fede, la vita stessa non è un pigro restare fermi ma un muoversi, un andare. Alzarsi e seguire. Tutto è iniziato dall’uscire di casa perché qualcosa dentro era infelice, vuoto. Perché qualcosa dentro era una domanda senza risposta. La famiglia, il lavoro. Moglie e figli. La pesca. La società con il padre ed il fratello. I garzoni. Tutto questo lasciava uno spazio vuoto e questo spazio vuoto gridava la sua domanda. Era come se non bastasse la vita. Tutti gli altri uomini. Le altre persone si accontentavano e quasi non capivano questo bisogno di un di più. Chissà quante volte Giovanni ed Andrea, e poi gli altri che seguirono il Maestro, si sono sentiti ripetere:”che cosa ti manca? Hai tutto!”. Come spiegarlo? Ancora oggi ogni volta che uno compie un gesto di libertà, fa una scelta coraggiosa, lascia tutto per mettersi alla sequela del Maestro non viene capito. Se poi la scelta è quella della vita eremitica o contemplativa è ancora peggio. Questo mondo, e forse anche molti uomini di chiesa, arrivano a comprendere chi parte per le missioni, chi aiuta gli altri, chi agisce per coloro che hanno bisogno. Chi invece si mette, con Maria, ai piedi del Maestro, lo ascolta, pende dalle sue labbra, impara a memoria la sua Parola, cerca di capire sempre di più quello che ha detto e fatto, viene tacciato di essere inutile. La clausura e l’eremo sono capiti da pochi! Giovanni ed Andrea lasciarono la casa e si misero alla sequela del Battista. Si fidarono e si affidarono a lui. Imparavano da lui. Per questo quando il loro maestro fissò lo sguardo su Gesù che passava e disse “ecco l’agnello di Dio” lasciarono anche il Battista e seguirono Gesù. E’ il compito della guida spirituale. E’ il compito dell’amico e del genitore. E’ il compito di chi insegna. Il compito di scomparire davanti alla Verità, a Bene alla Bellezza. Portare chi si affida a noi nella ricerca a riconoscere ciò che cerca e chi si cerca. Giovanni il Battista scompare. Rimangono i suoi discepoli ed il Maestro vero, buono e bello. Lo seguirono, egli si girò, chiese loro: “che cosa cercate?”. E loro rispondono: “Rabbi (che vuol dire maestro” dove abiti”. La ricerca della felicità passa da un “che cosa” ad un “chi”. Possiamo ridire la risposta dei discepoli: “non cerchiamo qualche cosa, siamo sazi delle cose, non ci riempiono, non ci danno niente le cose. Vogliamo Te. Colui che ci ha guidati fino ad ora, colui al quale ci siamo affidati e fidati ci ha detto di seguire te. Tu sei l’agnello di Dio. La vittima per i nostri peccati, per le vite sbagliate. Tu sei venuto da Dio ed a Lui ci riporti. Vogliamo restare con te. In greco “mainein” che significa vogliamo trovare in te la nostra consistenza. Come la casa sulla roccia della parabola che percossa dal vento, dalla tempesta, dallo straripare dei fiumi “mainei”, resta salda, consiste. L’avvenimento è così importante che Giovanni, il quale secondo la tradizione scrive il suo Vangelo quando è già vecchio, circa a novanta anni, nell’isola di Patmos, dove era al confino, si ricorda l’ora. “Erano le quattro del pomeriggio”. La sua domanda per la vita ha trovato la risposta. E la risposta non è un discorso, una idea ma una persona. Giovanni ama questa persona. Questa persona ama Giovanni. Giovanni è il discepolo prediletto, colui che Gesù amava. Giovanni diventa il teologo, colui che conosce Dio, l’esperto di Dio, colui che ne fa una esperienza così profonda e radicale (nel senso che tocca la radice del suo essere) da scrivere il Vangelo teologico, spirituale, per eccellenza. Il simbolo di Giovanni è l’aquila perché secondo il bestiario antico è l’animale che può fissare lo sguardo nel sole senza rimanerne accecato. Torniamo al sole, alla luce, al guardare e contemplare Dio, il suo Verbo fatto uomo. Mosè e Giovanni. Fissano lo sguardo sul Dio, sul mistero. Lo stesso Giovanni finisce il suo racconto della crocifissione citando il profeta Zaccaria: “Volgeranno lo sguardo su colui che hanno trafitto”. Il racconto della vocazione dei primi due discepoli, Giovanni ed Andrea, è un rincorrersi di occhiate, di sguardi. E’ un guardare dentro cercando la verità di chi ti sta di fronte. E’ un guardare che è anche un ascoltare. Il Battista vede Gesù che passa e lo indica ai suoi discepoli. Giovanni ed Andrea guardano, vedono e seguono. Gesù si volge, li vede e pone loro la domanda esistenziale. Ma accanto al guardare c’è un muoversi, un movimento. Uscire di casa, seguire il Precursore, seguire Gesù, restare con Gesù, tornare a casa, mettersi alla sequela del Cristo, andare, dopo la sua morte e risurrezione a testimoniare colui che si è incontrato. Arrivare a morire martiri (per Andrea e per molti degli apostoli) per quell’uomo sul quale alle quattro di quel pomeriggio si è fissato il loro sguardo.

Arrigoni Valter

sabato 10 gennaio 2009

La felicità non è un diritto (di Padre Valter Arrigoni)

La felicità non è un diritto
Ma il frutto di una costruzione
Lenta, paziente, umile ed umiliata +
Tutta la vita, i giorni, ogni singolo gesto
Sono i mattoni di questo edificio +
Io da solo non basto
E neppure noi due soli
Ma se riusciamo a coinvolgere
Un terzo e poi un quarto
Diamo il via ad un fiume immenso
Che diventa mare ed oceano +
Disseteremo tutti e cambieremo il mondo +
Io e te non bastiamo da soli
Ma se io e te non iniziamo …
Niente inizia ...
Neppure la vita +
Padre Valter Maria Arrigoni
Natale 2008

giovedì 8 gennaio 2009

EPIFANIA (di Padre Valter Arrigoni)

Anzitutto occorre spiegare il nome della festa: epifania. E’ una parola greca che vuol dire manifestazione, far vedere fuori ciò che si è dentro. Svelare un mistero. La parola Epifania viene dall’unione del verbo “fainei” mostrare con la preposizione “epì” sopra, fuori, in superficie. C’è un mistero che san Paolo dice che è “avvolto nel silenzio da secoli”, ed è il mistero di Dio. L’indicibile. Colui del quale possiamo solo affermare ciò che non è perché quando diciamo delle definizioni, ci insegna san Tommaso d’Aquino, diciamo delle menzogne, tanto sono lontane le nostre affermazioni dalla verità di Dio. Tanto la nostra esperienza dista dalla realtà di Dio. “Come il cielo è alto sulla terra così le mie vie sono lontane dalle vostre vie, i miei pensieri dai vostri pensieri”. Possiamo solo adombrare, perché non possiamo “significar per verba”, come diceva Dante, o, come pregava san Francesco d’Assisi, “nullo homo ene digno te mentovare”. Questo Dio, l’unico Dio, il Solo, l’Onnipotente, il Creatore, il Misericordioso, il Vincitore della morte e del dolore, Colui che riempie della sua presenza potente tutto l’universo, che neppure i cieli ed i cieli dei cieli possono contenere, che ha fatto della terra il suo sgabello, questo Dio, Dio si è fatto uomo , si è manifestato. Tutto il senso delle feste che abbiamo vissuto in questo tempo: il Natale, la santa famiglia, la Madre di Dio, fino ad oggi, fino all’Epifania è il fermarsi e contemplare, nel silenzio il mistero che si è realizzato, che è divenuto realtà, che “si è fatto carne” qui, adesso, sotto i nostro occhi. Siamo stati, ancora una volta, chiamati a svuotare i nostri cuori per far spazio al Dio che viene, anzi che è venuto, nel mondo, dentro ciascuno di noi, nella vita e nel cuore di ogni uomo. Il tempo prima del Natale, il tempo dell’Avvento ci ha portato a svuotare dall’inutile, dal superfluo, falla vanità vuota, mortifera, disumana, falsa, bugiarda, la nostra vita per riempirci della domanda, del desiderio più vero, più profondamente umano, più liberante. Nel tempo prima del Natale siamo stati chiamati a spegnere i riflettori, le luci fatue della pubblicità, delle cose, della ricchezza, dell’inutile per poter vedere la sola luce vera, quella che illumina ogni uomo, quella che vene nel mondo. Ci insegna Giovanni: “la luce vera viene nel mondo ma il mondo non la accoglie”!. Dio si fa uomo, viene fera i suoi, viene a salvare l’umanità ma gli vengono chiuse le porte in faccia! Nasce povero, rifiutato, emarginato in una stalla perché non c’era posto per lui nell’albergo. Sempre san Giovanni, nel Prologo al suo Vangelo, scrive che “i suoi (in greco scrive idioi, i parenti, quelli di casa) non lo hanno accolto”. Gli esegeti dicono per paura delle spie di Erode che era re in Palestina senza essere ebreo, e temeva che qualcuno della casa di Davide rivendicasse il trono. Per questo aveva mandato spie a Betlemme, il paese di Davide. Per questo la presenza e la domanda dei Re Magi: “dove è nato il re di Israele?” lo ha angosciato e lo ha spinto a chiedere a questi stranieri di fargli sapere dove lo avrebbero trovato per andare anche lui ad omaggiarlo. Sappiamo però, dalla strage degli innocenti, quale sarebbe stato il suo omaggio. Dio si fa uomo ma gli uomini non lo hanno accolto, non lo hanno fatto entrare nelle loro case, nella loro vita, dentro di sé. Ancora oggi, dopo secoli, troppi uomini sono convinti che per affermare la propria dignità, la propria libertà occorre uccidere Dio, eliminarlo dalla storia. In Inghilterra la festa del Natale è stata sostituita, per rispetto alle altre religioni, con la festa dell’Inverno. Tolto Dio ma non il consumismo, la vendita, della festa. Ma forse per la maggior parte anche di noi non è accaduta la stessa cosa? Ho sentito una persona dire “finalmente sono finite queste maledette feste!”. Il ritrovarsi in famiglia per alcuni è stato riaprire ferite, odi, incomprensioni con genitori e fratelli. Il rumore assordante dei botti, dei canti di Natale amplificati nelle vie dei negozi, nei corridoi dei centri commerciali. L’esagerazione di luci, di addobbi (ho visto chiese con degli alberi di Natale, lucine, palline, babbi natale, pacchetti colorati, festoni ). Come possiamo sentire Dio se c’è troppo rumore? Come possiamo vedere dire se ci riempiamo di lucine, di scatole, di regali, di colorati e fastidiosi oggetti ed oggettini? Dio nella voce inaudita di un bambino? Negli occhi pieni di lacrime di un povero? Forse qualcuno pensa che Dio si sia fermato nelle case piene di cose, alle mense dove si sono abbuffati gli uomini? Qualcuno pensa che Gesù si nato accanto a bambini viziati e coperti di doni pretesi? Bambini sazi e capricciosi? Forse convinti di essere buoni perché hanno dato ai poveri i giocattoli (alcuni rotti, li ho visti quando ero Parroco), i vestitini che non vanno più bene o peggio che non sono più di moda. Ci sono persone che hanno speso migliaia di euro in regali “importanti” alle mogli e ai figli. Salvo poi tacitarsi la coscienza con qualche dolce, qualche pacco di pasta, scatola di pelati, salame, formaggio scadente, insalata russa avanzata. Alla fine del loro incontro con Gesù i Magi se ne tornarono a casa per un’altra via che l’angelo aveva indicato loro. Un’altra via cioè era accaduta nella loro vita una conversione. Una era la via, la vita, lo stile, seguito fino ad allora ed un’altra via, un’altra vita, un altro stile quello che iniziava con l’incontro con Gesù. I Magi, coraggiosi camminatori sulle vie degli uomini che cercano Dio. Sulle vie delle domande che rendono così sensibili da sentire il rumor delle stelle, del cosmo che gira, che si muove. I Magi che secondo la tradizione sono sepolti nel Duomo di Monaco perché la strada che hanno iniziato a Betlemme non li ha portati più a casa, alla vita di prima ma sulle strade del mondo, degli uomini. Che differenza fra il loro incontro con Dio, così bello e significativo, così gioioso e radicale, così esaustivo e toccante da cambiare la loro vita e quello che sento dire in questi giorni da persone che pure frequentano la chiesa! Finalmente queste feste sono finite! Non ne potevo più! Adesso dobbiamo metterci a dieta per smaltire! Dove è Dio? Dove il Natale? Dove Gesù bambino? Ma ancora chiediamoci:dove è l’uomo? Dove sono io? Cosa ne ho fatto dei miei ideali, dei sogni, dei progetti? Dove è la mia vita? Questo Natale era un’altra occasione che mi ha offerto Dio per essere uomo vero, per vivere la vita. Cosa ne ho fatto? Ho colto ed usato questa occasione oppure l’ho bruciata andando dietro al mondo, al “così fan tutti”, al ripetermi per convincermi “questo è il mondo in cui viviamo”. Nella speranza che queste false risposte anestetizzino, mettano a tacere, almeno addormentino il senso di fastidio, di fallimento, di noia, che il dopo festa porta con sé.
Io sono venuto qui nel mio eremo per tacere, per vedere le stelle e sentire il loro canto. Perché nel silenzio, nella solitudine, nell’essenzialità Dio si possa ancora far sentire e vedere. Qui non c’è il riscaldamento e sto davanti al camino a guardare le fiamme. E’ legno d’olivo, legno buono, che arde a lungo, che lascia un profumo buono. Per accendere il fuoco uso le pigne raccolte a fatica questa estate. In questa vita tutto ha senso,anche la fatica. Che differenza fra questa bellezza ed il rumore, le cose che non riempiono ma diventano stomachevoli, fastidiose. Che differenza fra la notte e la mancanza di luce!
Valter Arrigoni

mercoledì 7 gennaio 2009

ANNO NUOVO VITA NUOVA (di Padre Valter Arrigoni)

Il primo gennaio la Chiesa lo dedica alla Madre di Dio ed alla giornata della pace. Si tratta di porre l’accento e la nostra meditazione sul senso della vita. Affermare fin dall’inizio dell’anno per noi credenti che con l’anno nuovo inizia una vita nuova. Ci è data una occasione per convertirci, per cambiare ed affermare, non solo a parole, ma con la vita stessa che cambiare è possibile. Non solo doveroso. Nei nostri giorni stiamo assistendo al crollo del modello di vita capitalistico, dove tutto era consumismo in qualche modo dominato da un egoismo viscerale, dall’attenzione così centrata su di sé che gli altri, il prossimo, come lo chiama Gesù, i nostri fratelli, come lo chiamiamo in tutte le liturgie, sono legati a noi e noi a loro. Non si può, oggi, pensare di salvarsi da soli. Occorre riscoprire il senso della comunità umana. Il nostro Vangelo, quello che Dio ci insegna, quello che è il cuore del messaggio del Signore Gesù è che l’amore salva. San Giovanni della Croce insegna che al termine della nostra vita saremo giudicati sull’amore. I gesti concreti che facciamo, abbiamo fatto, colorano la nostra esistenza quotidiana. Un anno che inizia, un anno nuovo, segue un anno che finisce, una esistenza fino ad ora. Mi chiedo, in questi giorni che ho deciso di passare all’eremo dove ho passato l’estate, di guardare con verità, unica possibilità di essere liberi, la mia vita, il mio esistere fino ad oggi. Di leggere i fatti che hanno costruito i giorni, l’essere, il vivere. Io chi sono? Non chi penso di essere, non l’ideale che vorrei essere ma chi sono realmente. Nella sua lettera ai colossesi, letta nella domenica della santa famiglia, Paolo compila un elenco di virtù che sono il modo di essere dell’uomo di Dio. “Tenerezza”: avere il coraggio di manifestare i nostri sentimenti, il voler bene, lo stimare, l’apprezzare. Dire agli amici, alle persone che si amano, alla moglie, al marito, ai figli: “ti voglio bene”. Diciamo così facilmente la nostra rabbia, il rancore, le cose negative. Affermare la nostra tenerezza verso le persone che ci circondano non è segno di debolezza, di non virilità, ma è lasciare spazio a sentimenti buoni. Creare intorno a noi un clima di bellezza. Quando qualcuno muore,non si può più dirgli il bene che gli si è voluto. E’ troppo tardi! Non lasciamo spazi di rimpianto nei nostri rapporti. Dopo la tenerezza, Paolo, scrive “la bontà”. Essere buono significa avere l’altro al centro della nostra vita. Essere attento all’altra persona. Il contrario di buono è cattivo che significa colui che pensa solo a se stesso. Tutti gli altri, compresi i figli, sono al servizio del cattivo, dell’egocentrico, dell’egoista. “Esisto solo io e tutto il mondo mi gira attorno e mi deve qualcosa”. Così pensa il cattivo, l’uomo che non è buono. Per lui gli altri sono solo cose, possesso, beni proprio da usare ed ai quali non dare niente. Quanti ne conosco! Pieni di belle parole ma aridi di amore e di bene. “Buono” è uni degli attributi di Dio, Dio che è amore, Dio che arriva a donarci suo Figlio che adesso, in questi giorni contempliamo nella culla appena nato ma che nella settimana santa contempleremo nell’atto estremo, sublime del suo amore che si dona totalmente. Buono è colui che, imitando Gesù e Dio, si dona totalmente agli altri, per gli altri, per tutti certo ma almeno per quelli che dice di amare. “Umiltà” è l’altra caratteristica dell’uomo di Dio. San Carlo, della nobilissima e potente famiglia dei Borromeo, quando venne a Milano come Vescovo, scelse come motto dl suo episcopato “Humilitas”, umiltà. La parola umiltà viene dal termine “humus”, terra. E’ il riconoscere che siamo tutti terra. Io ed il presidente della Repubblica siamo uguali, siamo fatti di terra ed in terra torneremo. Così io e la zarina di tutte le Russie, Caterina la grande, siamo fatti della stessa terra. Riconoscere la profonda uguaglianza fra tutti gli uomini è la fonte dell’umiltà. Pone tutti al mo stesso livello. L’umiltà mi porta ad aver rispetto per ogni uomo. Non si tratta di umiltà pelosa, di falsa umiltà, di atteggiamenti ipocriti ma di onorare ogni uomo a cominciare da coloro che sono per noi padre e madre. E’ un comandamento, una legge di Dio: “onora il padre e la madre”. Come è triste andare negli ospizi o nelle cliniche dove figli, anche pieni di fede a parole, hanno chiuso i propri genitori! Ma mi fanno ancora più disgusto i figli che vedono nel loro padre solo l’eredità, i soldi e i beni che il padre può lasciare loro. Quanti figli abbiamo visto a Foggia che non si parlano più da anni. Quanti hanno dilapidato capitali in avvocati. Quanti sono pronti ad uccidersi, si odiano, sono nella più assoluta falsità, perché non hanno ancora diviso, perché non sono ancora arrivati all’eredità. Mi diceva una madre prima di morire:”quando io me ne sarò andata i miei figli si uccideranno!”. E così sta accadendo fra sorrisi e pugnalate! Essere umili è non credersi fatti di una materia diversa dalla terra. Nessuno degli uomini è fatto d’oro. E poi, come insegnava Fabrizio de Andrè, “dal letame nascono i fiori e dai diamanti non nasce niente”. Essere umili non è solo un atteggiamento verso se stessi e verso il prossimo ma anche aprirsi allo stupore, alla meraviglia, alla sorpresa che ogni essere umano può riservarti. Dal letame nascono i fiori. Un altro modo di essere dell’uomo di Dio, un’altra sua caratteristica è la mansuetudine. Caratteristica dell’agnello che veniva immolato per la Pasqua. Il profeta Isaia riferisce questa virtù, questo modo di essere al Servo sofferente, a Gesù. Mansueto è colui che si fida talmente tanto di qualcuno da lasciarsi andare nelle sue mani e di lasciarsi fare tutto. Il beato Charles de Foucauld ha scritto una preghiera che dice “Padre mi abbandono a Te, di me fai quello che ti pare, mi fido di te perché tu sei il Padre mio, il fidarmi è una esigenza del mio amore per te”. Mansueto è colui che si fida e si lascia fare. Da Dio ma anche dagli altri. Da coloro che ama. “Magnanimità” avere l’animo grande. I latini dicevano “de minimis non curat praetor”. Colui che è superiore non si cura delle cose piccole. Dante Alighieri scrive:”Non ti curar di lor ma guarda e passa”. La magnanimità cristiana ovviamente non è una presunzione, una sicumera, un diniego ma è dare alle cose il loro giusto peso e valore. Secondo me il contrario di magnanimo è suscettibile. Colui cioè che si ferma sulle inezie e ne fa un motivo di guerra. Rancoroso. Vendicativo. L’uomo di Dio sopporta tutti. Il verbo sopportare significa che dobbiamo portare insieme (sub portare) la croce, il peso della vita. Non dobbiamo dire “io ti sopporto” ma “con te porto il peso che ti opprime”.
Con tutte queste caratteristiche diventa facile amarci. Diventiamo simpatici. Tutti gli altri ci cercano perché stare con noi è stare bene.
Questo è l’augurio che vi lascio per il nuovo anno e che faccio anche a me stesso:”che tutti stiano talmente bene con me che io possa diventare amico di tutti, amico di Dio ed amico degli uomini”.
Padre Valter Arrigoni

giovedì 18 dicembre 2008

Maria e Giovanni (di padre Valter Arrigoni)



“Egli fu annunziato da tutti i profeti, la Vergine Madre lo attese e lo portò in grembo con ineffabile amore, Giovanni proclamò la sua venuta e lo indicò presente nel mondo.” Così prega il Prefazio II dell’Avvento. Unisce le figure di Maria e di Giovanni il Battista. Così in queste ultime due domeniche prima del Natale ci troviamo a fermare lo sguardo della contemplazione, il respiro della preghiera, il fuoco dell’esame di coscienza alla luce della Parola che ci presenta queste due figure, questi due protagonisti del Natale. La terza domenica, sulla quale non abbiamo meditato insieme perché ero a Lourdes e da là vi ho scritto una lettera a cuore aperto, è chiamata “gaudete”,rallegratevi nel Signore che sta per venire. Paolo VI diceva in una udienza del mercoledì che ”un cristiano triste, che non è gioioso, non è un buon cristiano”. La gioia come criterio di giudizio, come metro per misurare la nostra fede. Ogni preghiera ebraica inizia dicendo: “Baruc atta Adonai ki”, “Sii benedetto, tu, o Signore, perché”. C’è un perché benedire il Signore Dio. Perché è buono, perché ha liberato il suo popolo, perché ha cura di ognuno di noi. Solo se c’è un perché benedire Dio allora c’è la possibilità della fede cioè c’è la possibilità di aderire, di credere, di trovare in Lui la vita, la gioia, la luce. E’ il Dio della gioia che annuncia la liberazione degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, che fascia i cuori feriti, così ci dice Isaia profeta. Paolo apostolo ai Tessalonicesi, ed oggi a noi ricorda che in Gesù possiamo pregare incessantemente, rendere grazie per ogni cosa,rallegrarci. Ma c’è una frase nell’annuncio del Battista che ha preso la mia attenzione e mi ha seguito nel meditare questo brano. “In mezzo a voi sta uno che non conoscete”. Conosciamo Gesù? Siamo cresciuti a scuola, sappiamo matematica, geometria, una o due lingue straniere, storia, filosofia … ma conosciamo Gesù? Nel credo che professiamo ogni domenica affermiamo che Gesù è:”unigenito Figlio del Padre, nato prima i tutti i secoli, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero (perché questa ripetizione visto che lo abbiamo professato pochi secondi fa?, generato non creato (cosa significa?) della stessa sostanza (cosa è la sostanza?)…”. Eppure c’è una ignoranza di Gesù che perdona, che ci rivela il vero volto del Padre, che si china con compassione e misericordia, che riaccoglie nel cuore di Dio e della salvezza i ladri, i pubblicani, le prostitute. Gesù è la nostra gioia. Le nostre celebrazioni sono momenti e luoghi di gioia? Certe volte penso alla noia che provano i bambini ed i ragazzi a Messa. Li vedo distratti, annoiati, vogliosi di uscire e certo di non entrare. Giovanni dice che sta in mezzo a noi uni che non conosciamo. Sta in mezzo a noi non solo nella chiesa ma soprattutto nel mondo, nell’Europa cristiana, appena fuori dalle nostre chiese. Per molti, soprattutto giovani e bambini, D io non è la fonte della gioia ma il bastone fra le ruote per raggiungere la felicità. Sesso, droga, denaro, potere, vendetta, gioco sono cose che possono dare felicità e gioia alla mia carne, alla mia vita e Gesù le proibisce. A questa obiezione troppi credenti non sanno rispondere, o peggio, testimoniano il contrario. Giovanni e Maria esprimono la loro gioia nel Signore. Il salmo che abbiamo cantato domenica è il “Magnificat”, l’esultanza della Madonna. Cosa accomuna la Vergine e Giovanni? Questa domenica. Quarta di Avvento, l’ultima prima del Natale, ci viene offerta la figura di Maria. Vorrei sottolineare tre cose su cui meditare, tre similitudini fra Giovanni e Maria: quello che accade e li vede protagonisti accade fuori dal Tempio, dalle strutture ordinarie della vita religiosa; l’umiltà dei due; la solitudine dei due di fronte a Dio e di fronte a chi li circonda.
Giovanni annuncia la presenza del Messia in mezzo a noi “nel deserto”, “en to eremo”. Vive mangiando cavallette, vestito di pelle di cammello. Ha rinunciato a tutto per Dio. Solo nel deserto si diventa capaci di sentire la voce del sottile silenzio nella quale parla Dio (“qol demamah dakkah” come la chiama Elia). Giovanni è un profeta, vive nella libertà, vorrei dire nell’anarchia, la sua fede. Non è classificabile, non è riducibile ad uno stereotipo, come vorrebbero fare gli inviati dal Tempio che gli chiedono se lui è il Messia, Elia, il profeta atteso prima della venuta del Messia. Anche Maria vive il momento centrale della storia dell’umanità, quello che cambia radicalmente tutto, il mistero dell’Incarnazione, non nel Tempio ma in casa sua. Secondo la tradizione della Chiesa d’oriente, l’Annunciazione avviene in due momenti: il primo alla fonte dove la giovane si reca a prendere l’acqua. Lì le appare un angelo e lei presa da timore figge e si rinchiude in casa. Ma l’angelo le appare fra le mura domestiche ed avviene il dialogo fra Dio e la donna prescelta per essere madre del Figlio del Padre. Il miracolo della Immacolata concezione per il quale Maria è nata senza peccato originale, preparata per essere madre del Figlio, Tempio dello Spirito, sposa del Padre. Il miracolo affermato come dogma della Immacolata consiste nel fatto che per Maria l’effetto della passione, morte e risurrezione di Gesù avviene prima che Gesù sia morto in croce. Eppure questa eccezione rispetto agli altri uomini non le toglie la libertà per la quale poteva benissimo dire di no all’angelo che le pone la domanda da parte di Dio. Questo avvenimento fondamentale per la salvezza dell’umanità è stato annunciato ad una giovane donna, in un’umile casa palestinese. Gli atti più liberatori di energia per l’umanità non avvengono necessariamente sotto i riflettori ed al suono di fanfare. Non avvengono neppure nel Tempio. L’accadere di questi avvenimenti fuori dal Tempio, perché Dio non abita nel Tempio, è sottolineato dalla prima lettura nella quale ci viene presentato il re Davide che vuole costruire una casa per YHWH che gli risponde: “Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dai pascoli … sono stato con te dovunque sei andato … il Signore ti farà grande poiché ti farà una casa”. Troviamo qui due accezioni del termine casa. Davide vuole costruire la casa di Dio, il Tempio ed invece Dio darà a Davide una casato, una discendenza, la casa reale di Giuda che vedrà molti secoli dopo come discendente Gesù, il re dei re della terra.
Le grandi opere di Dio non avvengono necessariamente nel Tempio, nel luogo dl culto organizzato, della religione, ma accadono nel cuore della persona. Ed ecco la seconda caratteristica che unisce Maria e Giovanni: l’umiltà. Maria lo canterà nel “Magnificat” dicendo “ha guardato l’umiltà della sua serva” e Giovanni proclama “uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo”. Nella sua umiltà usa per descriversi anche l’immagine della voce rispetto alla parola. Ciò che dona senso e significato alla voce è la parola che la voce proclama e senza la quale sarebbe solo un suono disarticolato e senza senso. Gesù è la ragione della vita di Maria, l’umile ancella che compie la volontà di Dio, e di Giovanni. L’umile testimone, la voce che nel deserto dice la parola. Entrambi soli di fronte alla grandezza della domanda che viene posta loro da Dio. Ad una ragazza vergine di diventare madre, misteriosamente, miracolosamente ed al figlio del sacerdote Zaccaria di rinunciare ad una vita comoda e sicura per diventare un segno di contraddizione, fino a morire martire per amore della verità. La solitudine di fronte alla domanda, alla richiesta di Dio diventa anche la solitudine di fronte agli altri. Giuseppe vorrebbe ripudiare Maria, la fidanzata che attende un figlio da un altro. Maria è sola davanti a Giuseppe, ai suoi genitori, al suo paese, alla gente,sola con il suo immenso ed indicibile (non esistono parole umane per dire quello che è accaduto dentro di lei). Giovanni è solo davanti alla madre ed al padre che sognavano per lui un futuro ordinario, per bene. E’ solo davanti a coloro che lo vorrebbero inquadrare dentro lo schema, dentro una definizione. E’ solo davanti alla verità. Nel deserto. Libero. La verità è la sola condizione della libertà. Solo nella verità, nella libertà, nella solitudine è possibile incontrare Dio e rispondergli.
Verità, libertà, solitudine, umiltà come atteggiamenti per vivere il Natale, l’incontro con Gesù, il volto del Dio della gioia, della tenerezza, del perdono, della compassione, della misericordia. Il volto del Dio fatto uomo per amore degli uomini.
Mancano pochi giorni a Natale. Prepariamo il cuore, il modo di vivere, di vedere, di decidere, di giudicare, di essere. Imitiamo Maria e Giovanni.
Valter Arrigoni

venerdì 5 dicembre 2008

"Tempo di Avvento, tempo di vigilanza" (di padre Valter ARRIGONI)


Abbiamo iniziato domenica scorsa, 30 novembre, il tempo di Avvento, il tempo che ci prepara al Natale. La parola chiave di questa attesa del Signore che viene è “vigilanza”. Le vigilie sono le ore della notte. Stare attenti ai segni dei tempi per riconoscere il Signore presente nella storia. Stare attenti a noi stessi per educarci alla centralità di Dio nella nostra vita. Abbiamo abbandonato le vie del Signore ed abbiamo preferito le vie del mondo. Le gioie che ci vengono offerte a buon mercato e che hanno sepolto la misteriosa e silenziosa presenza di Dio nella nostra vita, nelle scelte, nei giorni che passano. Dopo aver contemplato gli ultimi tempi in queste ultime domeniche con il Vangelo di Matteo, adesso siamo accompagnati da Marco al Natale. Ci si ferma a riflettere, si riconoscono le nostre malattie spirituali e si intraprende la via che avevamo abbandonato per poter tornare a Gesù. Anche noi nella notte di Natale andremo con i pastori e gli angeli alla grotta santa e lì troveremo Maria, sua e nostra madre, Giuseppe che custodisce il mistero di Dio, e Gesù, un bambino come tanti altri ma che porta in sé la risposta di Dio agli uomini. L’Avvento è il tempo della carne che grida la sua domanda (così come la Quaresima sarà il tempo della carne che fa penitenza per i suoi peccati).Il Natale è la festa della risposta di Dio alla domanda della carne. Poveri gli uomini che si ritengono saziati, riempiti, soddisfatti, dalle cose che hanno e pensano di non avere domande, desideri, bisogni ai quali Dio e Dio solo, può rispondere! Poveri gli uomini che non hanno altri desideri che quelli della loro carne, del loro mondo, del portafoglio o della soddisfazione dell’egoismo, della superbia! Nel fermarci a verificare dove siamo e che strada stiamo percorrendo l’esame di coscienza ha come tema gli idoli che hanno preso il posto di Dio. L’amarezza che ci viene lasciata nel cuore, il senso di inutilità, di fallimento, di scontentezza e di insoddisfazione sono la voce di Dio che parla alla nostra vita nella coscienza. Accorgersi che qualcosa non va è l’inizio della conversione. La strada per uscirne, per guarire, ci viene indicata in questo tempo di Avvento. Ogni domenica, ogni Parola che ci viene proclamata, ogni preghiera ed ogni atto che ci viene suggerito serve a rimettere al centro Gesù Cristo.
In questo anno liturgico che inizia con l’Avvento e che secondo il calendario della Chiesa è l’anno B il Vangelo che ci accompagna è il Vangelo di Marco. Nipote di Barnaba, Giovanni Marco segue nella prima missione lo zio e san Paolo ma ad un certo punto torna a casa e lascia i compagni di missione. Per questo motivo Paolo si oppone a Barnaba quando partono per il secondo viaggio e Barnaba vuole portare con sé il nipote. Fra Paolo e Barnaba nasce un disaccordo e si separano. La famiglia di Marco aveva seguito Gesù fin dall’inizio tant’è che Marco, ancora giovinetto, era con gli apostoli e con Gesù nell’orto degli ulivi quando Gesù fu arrestato. Nel racconto dell’arresto di Gesù infatti Marco inserisce quello che tecnicamente si chiama “sfraghìs”, cioè segno distintivo, firma. “Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovinetto lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via, nudo”. Marco parla di se stesso. Per quanto giovane era ben inserito nella primitiva comunità cristiana. Il suo racconto delle parole e dei gesti di Gesù inizia il nuovo genere letterario che prende il nome di Vangelo. Riporta i ricordi suoi e di Pietro su Gesù: Gesù è il Vangelo, la buona notizia. Gesù è la risposta di Dio a tutti, all’umanità intera. Ci sono tre affermazioni della centralità di Cristo riconosciuto come il figlio di Dio, il Vangelo, la buona notizia, Dio egli stesso. All’inizio del Vangelo troviamo l’espressione: “Buona notizia che è Gesù Cristo, Figlio di Dio”. A metà del Vangelo troviamo Pietro che afferma: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. Alla fine del Vangelo, ai piedi della croce dove c’è Gesù morto, il centurione romano confessa: “veramente quest’uomo è il Figlio di Dio”. Gesù è venuto per tutti, ebrei e pagani. Pietro ed il centurione. Tutti. E’ ormai unanimemente accettato che il Vangelo di Marco è il primo ad essere stato scritto. E’ servito da base ai Vangeli di Matteo e Luca. Riporta i ricordi del giovane Marco che è diventato, nel frattempo, il “segretario” di Pietro. Struttura il suo racconto secondo il discorso di Pietro al centurione Cornelio, secondo il suo annuncio: Giovanni il Battista, il battesimo di Gesù e la missione in Galilea. I miracoli di Gesù fuori dalla Giudea ed infine il viaggio a Gerusalemme. L’attività a Gerusalemme. Tutto è centrato su Gesù. Qualche esegeta parla del Vangelo di Marco come del Vangelo del discepolato, il catechismo per gli adulti romani che si avvicinano alla nuova fede. Secondo me in questo racconto che Marco ci offre c’è la sua dichiarazione d’amore per Gesù. Il mettere il Cristo al centro della propria vita. Far ruotare tutto attorno a Lui. E’ la sua esperienza ed è anche quella di Pietro e di Paolo, dei suoi maestri. E’ il Vangelo che non si adegua mai né al moralismo dei giudei e neppure all’intellettualismo dei greci. Rischi che la fede nascente incontrava. Lo stesso Paolo infatti scrive ai corinzi: “annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i greci”. Il Vangelo è la persona di Gesù, la sua carne, quello che ha detto e fatto. Anche nella prima domenica abbiamo sentito la parabola di un uomo che parte ed affida ai servi i suoi beni. Ma l’attenzione questa volta è sul fatto che tornerà quando meno ce lo aspettiamo. Ritornerà di certo “la sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino presto”. Il Signore viene nella notte. Le indicazioni del momento infatti sono tutte legate alla notte. Buio del mondo e della vita. Morte, disperazione, solitudine, tradimento, povertà, peccato, ingiustizie, violenze, guerre, miserie. In questa notte siamo chiamati ad essere luce nelle tenebre, sale della terra. Non si parla in queste letture del giudizio (come nelle letture delle scorse domeniche) ma del ritorno del Signore. San Paolo ci dice che abbiamo tutti i doni, le grazie dal Signore per svolgere il nostro compito di luce e sale. Il profeta Isaia ha una invocazione bellissima “se tu squarciassi i cieli i scendessi”. E Dio lo ha fatto in Gesù. Ha squarciato i cieli ed è disceso. Noi siamo testimoni di questo. Noi siamo i testimoni di questo. A noi il compito di essere per gli uomini la risposta di Dio. Il suo orecchio che ascolta, le sue mani che curano, la sua bocca che conforta. A noi il compito di essere la voce della domanda, del grido disperato dell’umanità ferita, che si leva a Dio nella preghiera. L’avvento è il tempo della carità che si curva con misericordia e tenerezza sulle pieghe degli uomini e della preghiera che grida a Dio: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”. Nella seconda domenica sottolineo due aspetti che sono l’inizio del Vangelo di san Marco e la figura di Giovanni il precursore (nelle icone bizantine viene definito il prodromo).Il Vangelo non è un libro come superficialmente noi pensiamo ma è la persona di Gesù Cristo. Vangelo è una parola greca che significa “buona notizia”. Veniva usata per indicare la notizia della fine vittoriosa di una guerra o la nascita dell’erede al trono. Veniva accompagnata dalla distribuzione gratuita di dolci (solitamente schiacciate d’uva), di pane, di denaro. Portava con sé una gioia anche molto concreta. Marco inizia il suo Vangelo con questa frase: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo”. Di “Gesù Cristo” sia in greco che in italiano può voler dire “che è di Gesù Cristo”, “che parla di Gesù Cristo” (si chiama genitivo oggettivo: “la mela di Pietro”, “il romanzo dei Promessi sposi). Ma può anche significare, come in questo caso “il Vangelo che è Gesù Cristo” (si chiama genitivo soggettivo: “la città di Milano”!). Marco inizia il suo Vangelo, la sua buona notizia, la risposta ai secoli di domande degli uomini affermando che la risposta, la nascita dell’erede, la vittoria nella guerra è la persona, la carne, di Gesù. Gli ebrei attendevano la venuta del Messia che sarebbe stata preannunciata dalla figura del profeta Elia (figura che appartiene anche alla tradizione islamica con il nome di “profeta verde”). Per molti ebrei del tempo di Gesù il Battista è questa figura di Elia che annuncia la venuta del Messia. Si capisce allora perché accorrevano a lui per ricevere il battesimo, il lavacro, di penitenza. Si trattava di un rituale che prevedeva lo scendere nell’acqua del Giordano per lavarsi dai propri peccati. Torneremo sulla figura del Battista, del precursore. E’ sua la voce che grida nel deserto. Qui c’è una questione di punteggiatura. Isaia scrive: “voce di uno che grida: nel deserto preparate le vie del Signore”. Significa che tutti quelli che ascoltano devono fare deserto nella propria vita, nella loro anima. Solo nel deserto si sanno vedere le oasi, riconoscere i segni della vita presente dietro le apparenze della morte. Solo nel silenzio e nella solitudine si può sentire e riconoscere la voce di Dio. Marco invece scrive: “voce di uno che grida nel deserto: preparate le vie del Signore”. Cioè nel tempo della notte, della morte, dell’attesa, della domanda viene un profeta che annuncia la venuta del Signore. Il deserto è cioè la condizione del profeta. Potremmo dire di ogni profeta, anche nostra oggi.
Il sette dicembre festeggio i venti anni della mia ordinazione sacerdotale per le mani del Vescovo Casale. Sarò a Lourdes. Ricordatemi.
Rimando ogni festeggiamento al 14 febbraio nel ricordo del quinto anniversario della mia Professione solenne. nelle mani del Vescovo Tamburrino, come monaco diocesano. In quella occasione presenterò il mio secondo libro, “Essere amici di Gesù”. Vi farò sapere il programma.
p. Valter Arrigoni

domenica 23 novembre 2008

"La domenica di Cristo Re" (di padre Valter ARRIGONI)

Siamo arrivati alla fine dell’anno liturgico e la Chiesa ci invita a contemplare Cristo, re dell’universo. Tre sono le traiettorie delle domande che siamo invitati a porci, i percorsi della riflessione alla luce della Parola che ci viene donata e con la quale dobbiamo confrontare la nostra vita secondo l’ammonimento del Signore: “non chi dice: Signore, Signore ma chi fa la volontà del Padre mio entrerà nel Regno dei cieli”, “chi ascolta la mia Parola e la mette in pratica è per me fratello, sorella e madre.” Anche l’apostolo Giacomo ci invita con la sua abituale franchezza ad essere ascoltatori che mettono in pratica e non solo persone che illudono se stesse dicendosi che hanno ascoltato la Parola. Usa un’immagine eloquente quando paragona gli ascoltatori che non agiscono di conseguenza alle persone che si guardano allo specchio e poi appena si sono allontanate non ricordano più il loro volto. Il nostro volto, la nostra identità, i valori che seguiamo, le verità della nostra vita sono descritte, definite, illuminate dalla Parola.
Questa domenica dunque ci sono almeno tre aspetti su cui fermarci. Cristo è il re dell’universo, siamo chiamati ad adorarlo, a porre il suo trono anche nella nostra vita, nel nostro cuore e questa centralità di Cristo si vede dalle nostre azioni.
Le due premesse, che mi sembra di dover fare, sono sulla necessità di fermarci a riflettere. Sembra un tempo inutile quello della riflessione ma è invece indispensabile e la Chiesa (mater et magistra) ci chiede di fermarci a riflettere proprio prima del tempo di Avvento. Tempo forte di conversione. Quasi che questa domenica dobbiamo tracciare la strada da seguire fino a Natale. La penitenza nella spiritualità cristiana non è fine a se stessa ma è un cammino di formazione, di rieducazione della nostra persona e della nostra vita. Il termine, soprattutto quaresimale, di quaranta giorni, il numero quaranta, non indica un tempo di penitenza ma soprattutto di formazione. Ci fermiamo oggi, rivediamo la nostra vita, ci decidiamo alla conversione, scopriamo la nostra malattia spirituale e lasciamo a Dio il compito di tracciare il cammino da seguire. E dalla domenica che verrà, la prima di Avvento cominciamo a camminare su vie nuove fino all’incontro con il Signore che viene di nuovo in mezzo a noi nel Natale.
L’altra premessa fondamentale riguarda i comportamenti sui quali saremo giudicati. Le opere di misericordia che ci invitano, ci obbligano ad amare “il più piccolo dei fratelli”. Ci sono due tentazioni nella lettura e nella spiegazione delle parole di Gesù; da una parte l’eccessiva spiritualizzazione delle categorie dei poveri cui fa riferimento. Affamati, assetati, nudi, forestieri, malati e carcerati. Alcuni vogliono leggere in queste parole solo delle situazioni dello spirito, come se non esistessero uomini che sono davvero affamati, assetati, nudi, forestieri, carcerati nelle prigioni e non prigionieri dei loro vizi, malati negli ospedali e non come conseguenza dei loro peccati. Questi “spiritualisti” si lavano le mani davanti al male del mondo, alle sofferenze degli uomini. Alimentano e giustificano così la loro avarizia, il loro egoismo, l’impegno profuso nella difesa del loro benessere, del benessere della loro famiglia, dei figli, della patria. L’altro rischio è quello opposto cioè quello di coloro che leggono queste parole solo come aiuto alla carne dell’uomo, vedono solo l’orizzonte della terra e del mondo. Dimenticano che l’uomo è anche spirito, intelligenza e dignità.
Il brano del Vangelo viene dal capitolo XXV di Matteo. E’ il capitolo che ci ha accompagnato in queste ultime tre domeniche. La parabola delle vergine sagge e delle vergini stolte ci è ha detto che dobbiamo vigilare perché lo sposo, il Signore, torna quando non ce lo aspettiamo. Ci viene chiesto di avere abbastanza olio, preghiera e carità, fede e speranza per affrontare la notte e farci trovare pronti. La scorsa domenica il Vangelo dei talenti ci ha insegnato che ci sarà un giudizio perché tutto quanto ci è stato dato in affidamento, in consegna, anche la nostra vita, il mondo, le persone che incontriamo. Tutto ci è affidato e ci vengono dati a talenti per compiere bene l’opera. Talenti che dobbiamo far fruttare senza paura e senza pigrizia. oggi ci viene detto quale è il contenuto del giudizio, le domande alle quali con le opere della nostra vita abbiamo risposto. Sono domande concrete, sono fatti che o ci sono o non ci sono. Domande alle quali possiamo rispondere solo con un sì o un no. “Il vostro parlare sia sì sì, no no, il resto viene dal diavolo”.Qui non si tratta di fare discussioni accademiche. Il giudice è Dio stesso. Non un filosofo o un avvocato.
Il giudizio al quale Matteo si riferisce è il giudizio finale. Fino ad allora c’è il purgatorio come luogo nel quale possiamo ancora purificarci. Dopo ci sarà solo il paradiso o l’inferno.
Finisce allora il tempo intermedio che passa fra la venuta di Gesù sulla terra ed il suo ritorno nella gloria. Il tempo del giudizio particolare che attende ogni uomo al momento della morte. Il giudizio al quale si riferisce Matteo è quello universale, finale.
La pagina del Vangelo inizia con una descrizione apocalittica, gloriosa, densa di immagini, di simboli. “Quando il Figlio dell’uomo verrà … seduto su un trono … con gli angeli e i giusti”. il Figlio dell’uomo fino al profeta Daniele ed alle sue visioni significa l’uomo stesso (“che cosa è l’uomo perché te ne ricordi o il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero?”) ma con il profeta Daniele questa immagine viene ad indicare una creatura divina tanto che quando durante il suo processo Gesù la applicherà a se stesso susciterà scandalo e la reazione del Sommo Sacerdote ch si straccia le vesti. anche le altre immagini usate da Matteo vengono dal cerimoniale di un re d’oriente nella sua corte, nella reggia, nella sala del trono.
“E saranno riunite davanti a lui tutte le genti”. Il giudizio è universale riguarda tutte le genti non solo ebrei e cristiani. Dio è il Dio di tutti gli uomini, Gesù salva tutta l’umanità. Lo ripetiamo ogni volta nella consacrazione quando diciamo del pane che diventa carne di Cristo “prendete e mangiatene tutti” e sul calice del vino “bevetene tutti … versato per voi e per tutti”. Gesù è il salvatore, la via, la vita e la verità di ogni essere umano anche del più lontano da lui.
Il criterio del giudizio è universale. Tutti gli uomini, qualunque sia la loro razza, etnia, religione, qualunque sia il loro credo filosofico, politico, ideologico, sono uomini se amano. le categorie delle quali parla Gesù sono universali. Affamati ed assetati rappresentano i bisogni essenziali dell’umanità che pur tuttavia vengono negati ad alcuni. Nudi e forestieri sono il segno della dignità di chi ha lavoro e casa e dell’umiliazione di coloro che non hanno di che coprirsi ed un tetto sotto cui ripararsi. Infine malati e carcerati sono gli emarginati, gli esclusi coloro che non appartengono a nessuno. Al tempo di Gesù si pensava che la malattia fosse una maledizione di Dio per i peccati commessi. Il malato era escluso come colui che si trovava in carcere.
E’ chiaro per Gesù che questa attenzione all’uomo, alla dignità della persona è così valida per tutti che i giusti, coloro che fanno le opere di misericordia non le fanno per amore di Gesù. Infatti affermano di non avere mai incontrato il Signore.”Signore quando mai ti abbiamo veduto affamato … assetato … nudo … forestiero … malato … in carcere?” Cioè non abbiamo amato il povero per amare te ma perché ci muovevano tenerezza e compassione per l’uomo, per l’essere umano, per la sua dignità. E Gesù dirà loro “ogni cosa che farete al più piccolo dei miei la fate a me”: Non si tratta qui di in Dio solidale col povero, difensore dell’orfano e della vedova, portatore d libertà per il prigioniero, di vista per il cieco ma di Dio che si identifica col povero. “Io, Gesù, il tuo Dio, quello che adori nei tabernacoli, nelle processioni sono il carcerato, il malato, il forestiero”. “Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura … io stesso giudicherò”.
Lascio alla fine di questa meditazione una domanda provocatoria. Che cosa significa amare il prossimo? Cosa vuol dire carità? come aiutare davvero il forestiero? l’ammalato? Il carcerato? dobbiamo riflettere, secondo me, sul vero significato della carità: I pochi spiccioli che diamo per tacitare le nostre coscienze, per sentirci giusti non sono la vera carità. un proverbio cinese dice che all’affamato che ti chiede un pesce tu devi dare una canna da pesca ed insegnargli a pescare. Agli zingari, ai rumeni, ai neri che si trovano agli incroci delle nostre strade a chiedere la carità (non dovremmo mai usare questo termine per al posto di offerta) gli spiccioli che diamo non cambiano la situazione, non la risolvono ma li lasciano senza dignità. La vera, più grande, utile carità è ridare ad ogni uomo la sua dignità di immagine e somiglianza con Dio. per questo Gesù si identifica con ogni uomo, soprattutto il più piccolo, quello al quale è stata tolta la dignità.

lunedì 17 novembre 2008

"La fede e la legge" (di padre Valter ARRIGONI)

Ai tempi di Gesù la sinagoga conosceva 613 comandamenti, di cui 248 positivi (fai questo ...) e 365 (quanti sono i giorni di un anno) negativi (non fare ...). A loro volta questi 613 comandi erano divisi in grandi e piccoli. Una tale lacerazione dell’amore verso Dio tranquillizzava i farisei perché sapevano, con questa morale del permesso e del proibito, fino a che punto potevano spingersi senza commettere peccato. Con questa morale della bilancetta sapevano cioè di che cosa Dio doveva premiarli. Spesso troviamo nei Vangeli farisei, dottori della Legge, gente qualunque che chiede a Gesù: “cosa devo fare?”, “secondo te cosa è giusto”, “dobbiamo o no pagare il tributo a Cesare”. Nella più parte dei casi queste domande sono fatte per “cogliere Gesù in fallo e poterlo condannare”. Anche questa domenica il Vangelo, come domenica scorsa, è introdotto dalla frase “i farisei sapendo che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei”. I farisei sono le guide spirituali del popolo di Israele, sono esperti nella Legge, la Parola di Dio. sono un movimento che oggi chiameremmo trasversale perché al loro interno c’erano sacerdoti, rabbini, laici impegnati. Il loro desiderio era di essere fedeli alla Legge del Signore, di non contaminarsi, di essere esemplari per gli altri e di guidarli sulla vie della vera fede. Non erano mossi da sentimenti negativi. Erano impegnati. Uomini di preghiera. Osservanti. Verso di loro hanno sentimenti molto negativi i primissimi cristiani, gli autori stessi dei Vangeli, perché i farisei erano i persecutori di Gesù e dei cristiani, portarono a morte il Signore ed uccisero Stefano, Giacomo ed altri fratelli. Li uccisero perché il cristianesimo era visto come una eresia, una bestemmia contro YHWH, l’unico e vero Dio. i cristiani affermavano che YHWH non era uno solo ma tre persone. Addirittura che un uomo, conosciuto da tutti, un rabbi autorevole ma pur sempre un uomo, addirittura morto in croce (era la morte dei maledetti), Gesù di Nazaret, era Dio. Questa affermazione per i pii ebrei era una vera e propria bestemmia. Anche le parole di Gesù, del loro maestro, ed i suoi atteggiamenti, andavano contro la Legge. Parlava con i romani. Si intratteneva con pubblicani, ladri e prostitute. Spesso in pubblico li metteva a tacere e faceva loro fare una brutta figura. Gesù dava fastidio a tutti. I sadducei non erano amici dei farisei. Appartenevano alle classi sacerdotali alte, come se fossero la nobiltà, erano filo romani, perché Roma garantiva loro il potere. Poiché per loro la Bibbia consisteva solo nei primi cinque libri, il pentateuco (gli altri, profeti- sapienziali-. Storici, erano stati inseriti nella Bibbia durante l’esilio e dopo dagli scribi e dai dottori della Legge, ed i sadducei non riconoscevano a questi il diritto di aprire il canone della Scrittura) non credevano nella risurrezione dei morti. Erano “nemici” ma quando si è trattato di eliminare Gesù si sono alleati! Oggi un dottore della Legge, fariseo, infastidito da questo Rabbi che non si sa dove abbia studiato, da dove venga, a che scuola appartenga, che si permette di saperne più di tutti e di essere ammirato dal popolo, dai soldati (“parla come nessun altro”, “opera miracoli con la potenza di YHWH”) gli chiede “Maestro (captatio benevolentiae cioè fare un complimento per creare un clima di benevolenza, ma il complimento spesso non è sincero) quale è il grande comandamento?” anche la parabola del buon samaritano viene introdotta dalla domanda di un fariseo, per giustificarsi della brutta figura fatta, inizia anche lei con una “captatio benevolentiae”, e chiede un elenco “chi è il mio prossimo?”. Come dire, “fammi un elenco di coloro che hanno diritto ad essere amati da me così anche se non amo gli altri, non pecco, non vado incontro al castigo di Dio”. Gesù risponde citando due passi presi dal Deuteronomio e dal Levitico, libri del Pentateuco, libri che contengono diversi comandamenti, precetti, indicazioni di atteggiamenti ma che in questi due punti fanno la sintesi della Legge. Quasi che Dio nell’ispirare le leggi si sia accorto del rischio che gli uomini si disperdessero nelle cose da fare perdendo la ragione, il motivo, quello che conta. “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore (intensità di affetti), con tutta l’anima (intensità di ascolto) e con tutta la mente (intensità di meditazione). Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Solo la nostra impossibilità a dire le parole una sopra l’altra ci costringe a fare un elenco, ma il secondo vale come il primo, sono allo stesso livello, sono interscambiabili. Dio si identifica con la sua creatura, dio si identifica con l’uomo. Quello che fai ad un uomo lo fai a Dio. Questa identificazione Matteo la renderà ancora più radicale ed esplicita quando racconterà il giudizio universale nel quale Gesù che verrà nella gloria per giudicare tutti arriva a dire “ogni cosa che fate al più piccolo dei miei fratelli la fate a me ed ogni cosa che non fate loro è a me che non la fate”. Gesù che si identifica, si immedesima, ci chiede di riconoscerlo “nell’affamato, nell’assetato, nel malato, nel carcerato, nel forestiero”. Sempre al dottore della Legge fariseo chiarisce il cuore dei comandamenti di Dio: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge ed i Profeti”cioè “in queste due affermazioni c’è tutta la rivelazione di YHWH”.
“La Legge ed i Profeti” sono infatti un modo per indicare tutta la Bibbia, l’Antico Testamento, per gli ebrei.
Sono solo due i suggerimenti che vi propongo per la riflessione: molti sono tentati di ridurre la fede alla legge, all’osservanza formale di alcune regole; ma che cosa significa la parola “amore”?
La riduzione della fede, della religione (fede organizzata) alla legge, ad un insieme di precetti, di osservanze formali era il peccato che Gesù stesso contestava ai farisei. Diceva loro che per rispetto delle regole dimenticavano gli uomini. Quasi che Dio fosse solo interessato al culto della sua “persona” a scapito dell’amore fraterno, della carità verso i poveri, i deboli (nei salmi troviamo le categorie degli orfani e delle vedove come simbolo di tutti i poveri). Gesù è stato mandato dal Padre per rivelare il suo vero volto, il suo cuore, il cuore della sua legge e della preghiera. Cosa vuol dire cioè essere uomini di Dio, secondo il suo cuore. Cosa fare? Come comportarsi? Come pensare? Come essere? Siamo chiamati a convertirci cioè a cambiare il nostro modo di essere, di pensare, pregare, agire. Non più secondo quello che pensiamo noi o come ci hanno educati ma essere, pensare, agire, pregare come vuole Dio. Ci sono troppi farisei fra di noi. Non solo (anche, purtroppo) nel senso di ipocriti, falsi, pettegoli ...) ma soprattutto gente convinta che le fede, l’esperienza gioiosa di Dio sia solo riducibile all’osservanza della legge. La fede è per prima cosa amore di Dio e del prossimo. Prima e forse unica.
Ma qui viene la seconda riflessione: cosa significa amare?
Oggi mi fermo solo su un aspetto di questa parola che è immensa nei suoi contenuti. D’altra parte “amore” è un nome di Dio. Nel meditare oggi su questa parola ho colto questa aspetto:amare è mettere l’altro al centro della tua vita. Non dargli i ritagli, le frattaglie del tuo tempo, dei tuoi sentimenti, del tuo cuore, della tua vita (se ho tempo ... se mi resta qualcosa ... dopo tutto e tutti vieni anche tu ... prima devo pensare a me stesso ...). Gesù nel mettere sullo stesso piano Dio ed il prossimo ci insegna che Dio stesso esce da se stesso e pone al centro della sua vita, del suo cuore, della sua passione noi, gli uomini, fino a dare suo Figlio, il suo unico Figlio, per noi.
Andare verso Dio è uscire dal mondo dove io sono il centro e mettere al centro un Altro e gli altri.

sabato 15 novembre 2008

"La domenica dell'abito adatto" (di padre Valter ARRIGONI)

Nella prima lettura il profeta Isaia comunica al popolo di Israele che la salvezza di YHWH è per tutte le genti, anche per i pagani, per gli altri che non appartengono al popolo santo. A noi può sembrare scontato ma per un pio israelita non lo era affatto. Coloro che non appartenevano al popolo eletto erano con disprezzo definiti “gojm”, le genti, i non ebrei. La vecchia traduzione della Scrittura traduceva i “gentili”, evidentemente non era questione di buona o cattiva educazione ma di appartenenza alle “genti”. I gojm erano impuri e per questo anche il semplice contatto con loro, anche involontario, era peccato, contagiava del male, tagliava fuori dalla salvezza. Tornando dal mercato o semplicemente dall’essere stati fuori casa, i pii israeliti, i farisei osservanti, si lavavano le mani, le braccia fino al gomito (il resto era coperto dalla tunica), i piedi, per purificarsi perché potevano aver toccato qualcuno o qualcosa di impuro. Ma che cosa ci fa appartenere a Dio? L’essere nati in una determinata religione? L’aver ricevuto in eredità quasi come il cognome, la lingua, la patria senza nessuna cosciente adesione? Le letture di queste ultime domeniche che la Chiesa ci ha offerto parlavano di una vigna che è Israele, la Chiesa, l’anima del fedele e finiscono con Gesù che dice: “Perciò io vi dico:vi sarà tolto il regno di Dio (modo ebraico per indicare Dio stesso, l’innominabile) e sarà dato ad un altro popolo che lo farà fruttificare”. Lo stesso Isaia ci diceva quello che ha fatto soffrire Dio e lo ha spinto a togliere la sua benevola benedizione al suo popolo: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”. Essere di Dio, appartenere a Lui, essere, e non solo dirsi, fedeli, credenti, è dare a Dio ciò che Lui vuole. Si tratta cioè di una adesione libera e decisa. Il nostro essere fragili, peccatori, feriti dal peccato, ci porta talora a percorre vie che ci allontanano da Dio. Sentieri che ci portano a fare il male. A commettere peccati. Il testo di Isaia richiama anche noi, il nuovo popolo di Dio, i fratelli di Gesù, i salvati e redenti dal suo sangue sulla croce a riflettere sul fatto il Signore Gesù è la salvezza di ogni uomo. Di coloro che sono venuti prima di Lui. Di coloro che non lo hanno conosciuto. Il banchetto che viene preparato sul monte della città santa (resa santa non dalla costruzione del Tempio ma dalla presenza di Dio, del suo Figlio Gesù e dello Spirito di Amore) è apparecchiato per tutti. Il banchetto, che per i Padri della Chiesa, è l’eucaristia, il vero corpo e sangue di Gesù, è Gesù stesso che si offre ad ogni uomo. Tutti i popoli, tutti gli esseri umani, ognuno di noi è salvo e chiamato da Dio. convocato. Ogni uomo può vedere Dio faccia a faccia. “Sarà tolto il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti”. Il ricordo corre al racconto della morte di Gesù, momento nel quale si squarcia il velo del Tempio. In Gesù il volto del Padre si svela (toglie il velo). Non è più un Dio lontano e sconosciuto, quasi irraggiungibile. Si è fatto uomo perché ogni uomo o possa vedere, riconoscere e dire di appartenergli. Ancora una volta Isaia ci invita ad esultare. Domenica scorsa l’invito era a cantare, oggi ad esultare. E ne abbiamo ben donde. Siamo salvati da Dio stesso. La morte, il peccato, il male sono sconfitti dalla volontà compassionevole di Dio.
Ma c’è una condizione!
Ogni dono di Dio non ci viene imposto ma è sotto la condizione della libertà. Non sono suo per caso ma perché lo voglio.
E’ il senso della parabola che chiude questo ciclo sul Regno di Dio e su quali sono i fondamenti di questo Regno. Anzitutto sulla misericordia. Tre parabole dove si parlava della vigna di Dio che abbiamo chiarito che è un modo per intendere Israele (gli abitanti di Giuda), la Chiesa che è il nuovo popolo di Dio, l’anima di ciascuno di noi al quale è rivolta questa Parola che deve essere ascoltata, capita, amata, messa in atto. Nella prima parabola Gesù ci dice che la salvezza (il salario), il paradiso è aperto a tutti, anche a chi arriva all’ultima ora. Per chi ha cominciato a lavorare fin dall’inizio della vita il premio è già qui, ora, in questo mondo ed in questa vita ed è la gioia di lavorare per Dio. nella seconda domenica Gesù ci narra di due fratelli, uno che dice ed uno che fa. Chiarisce, definisce, che la volontà del Padre suo e nostro non va detta a parole ma fatta, compiuta nei gesti, negli atti, nelle scelte. Taci e fai! La terza domenica della vigna Gesù parla di se stesso come del Figlio mandato dal Padre a riscuotere l’affitto. Viene il momento di quello che i latini chiamavano il “redde rationem”. Dio ci ha affidato il mondo cosa ne abbiamo fatto? Dio ci ha affidato ogni uomo come lo abbiamo accolto? Dio si è consegnato nelle nostre mani come lo abbiamo trattato? Viene il momento per tutti nel quale ci dobbiamo mettere di fronte con verità, anche cruda, adulta, senza veli né parole illusorie, la nostra vita e tutto quello che ne fa parte (tempo, soldi, lavoro, famiglia, persone …)e rispondere se siamo anche noi come i vignaioli omicidi. Se abbiamo anche noi ucciso il figlio portandolo fuori dalla nostra vigna, dalla nostra vita, per impadronirci di tutto tagliando fuori Dio. Se ci siamo uccisi, siamo suicidi. Il Papa diceva proprio settimana scorsa che un uomo senza Dio è morto, non vive.
Per fortuna la parabola dei vignaioli omicidi è una bugia che Gesù che dice per scuoterci. Nella realtà non ha fatto quello che lì dice. Non ha ucciso tutti ma è morto lui per noi.
Oggi però pone una condizione per la nostra salvezza. L’unica condizione che dipende totalmente, solamente, da ciascuno di noi: la mia personale, libera, totale, radicale adesione al suo progetto. La veste dell’uomo clandestinamente entrato al banchetto è la sua adesione, la sua volontà, la sua libertà, la scelta fondamentale della sua vita.
Altrimenti non sarebbe comprensibile questa parabola.
Ancora una volta c’è un re, Dio, il Re dell’universo, il Signore dei Signori. In altre parabole si usa l’immagine del padrone della vigna, del ricco commerciante, del signore della casa con i suoi servi. Ancora una volta c’è un progetto di gioia e di salvezza al quale sono invitati i suoi amici. Simboleggiati dai vari protagonisti delle parabole che ci siamo sentito dire: il figlio maggiore che dice di sì e poi non fa; gli operai della prima ora che sono invidiosi e gelosi; i vignaioli che uccidono i servi- profeti e il figlio- Gesù. Tutti questi protagonisti come gli invitati al banchetto di nozze sono il popolo di Israele che ha rifiutato Gesù. Allora il Re chiama gli altri al suo banchetto. Gli esclusi, quelli che si pensava non fossero compresi nel piano di salvezza di YHWH. “Andate ai crocicchi delle strade e prendete tutti quelli che troverete”. Tutti, presi nella loro attività ordinaria. Tutti senza che se lo aspettassero. Così come erano. Allora perché il Re si arrabbia quando ne vede uno senza l’abito nuziale. Certamente nessuno era in giro quel giorno per le strade vestito per andare a nozze. L’invito è gratuito ma soprattutto a sorpresa, assolutamente inatteso. Ci coglie (perché quegli invitati al banchetto di nozze siamo noi!)impreparati!. Oppure no? Cosa significa l’abito. Cosa ci è chiesto per entrare alle nozze. Cosa ci è chiesto per salvarci? In paradiso chi entra? L’abito che Dio vede non è quello che indossiamo sopra di noi, non è ciò che si vede fuori ma è quello che siamo dentro. Dio, ci insegna Samuele, non guarda ciò che guardano gli uomini ma vede il cuore di ogni uomo, legge dentro. L’abito nuziale, l’abito adatto per entrare al banchetto di nozze, per essere salvati, per entrare in paradiso è la nostra coscienza. E nella nostra coscienza il desiderio di Dio. Il riconoscimento umile dei nostri peccati e del bisogno di essere salvati. La libera adesione alla volontà che Dio ha di salvarci. La tradizione usa il termine “conversione”. Riconosco di camminare su una sentiero sbagliato, che mi allontana dal Padre mio e voglio tornare a lui. Nella mia fragilità, della quale sono cosciente e ne chiedo perdono, so quanto è difficile ma Dio è con me. L’ospite inadatto è colui che si trova per caso nella sala senza volerlo, senza adesione libera, totale, personale. Fuor di metafora è come se uno fosse cattolico solo perché è nato in Italia e, per caso, per la volontà di altri, è stato battezzato senza mai però accettare e vivere le conseguenze di questo battesimo. Senza mai appartenere coscientemente a Dio ed alla sua Chiesa. È entrato nella sala perché sono entrati anche gli altri ma il suo cuore, la sua veste, la sua coscienza sono altrove, sono fuori da lì. Possiamo anche essere preti, suore, eremiti, catechisti, insegnanti di religione. Possiamo anche essere dei genitori che hanno costretto i figli al catechismo ed ai sacramenti ma anche a noi può accadere quello che è successo a quell’uomo. Dio entra in noi e non si ritrova. Diciamo, parliamo, ma non siamo. Neppure lontanamente vogliamo aprire a Dio, farlo entrare. Essere suoi. Il giudizio al quale siamo chiamati è su chi siamo veramente, sulle opere che compiamo, sulla nostra anima, sul cuore, sulla vita, sulla volontà, sulle azioni.