
“Egli fu annunziato da tutti i profeti, la Vergine Madre lo attese e lo portò in grembo con ineffabile amore, Giovanni proclamò la sua venuta e lo indicò presente nel mondo.” Così prega il Prefazio II dell’Avvento. Unisce le figure di Maria e di Giovanni il Battista. Così in queste ultime due domeniche prima del Natale ci troviamo a fermare lo sguardo della contemplazione, il respiro della preghiera, il fuoco dell’esame di coscienza alla luce della Parola che ci presenta queste due figure, questi due protagonisti del Natale. La terza domenica, sulla quale non abbiamo meditato insieme perché ero a Lourdes e da là vi ho scritto una lettera a cuore aperto, è chiamata “gaudete”,rallegratevi nel Signore che sta per venire. Paolo VI diceva in una udienza del mercoledì che ”un cristiano triste, che non è gioioso, non è un buon cristiano”. La gioia come criterio di giudizio, come metro per misurare la nostra fede. Ogni preghiera ebraica inizia dicendo: “Baruc atta Adonai ki”, “Sii benedetto, tu, o Signore, perché”. C’è un perché benedire il Signore Dio. Perché è buono, perché ha liberato il suo popolo, perché ha cura di ognuno di noi. Solo se c’è un perché benedire Dio allora c’è la possibilità della fede cioè c’è la possibilità di aderire, di credere, di trovare in Lui la vita, la gioia, la luce. E’ il Dio della gioia che annuncia la liberazione degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, che fascia i cuori feriti, così ci dice Isaia profeta. Paolo apostolo ai Tessalonicesi, ed oggi a noi ricorda che in Gesù possiamo pregare incessantemente, rendere grazie per ogni cosa,rallegrarci. Ma c’è una frase nell’annuncio del Battista che ha preso la mia attenzione e mi ha seguito nel meditare questo brano. “In mezzo a voi sta uno che non conoscete”. Conosciamo Gesù? Siamo cresciuti a scuola, sappiamo matematica, geometria, una o due lingue straniere, storia, filosofia … ma conosciamo Gesù? Nel credo che professiamo ogni domenica affermiamo che Gesù è:”unigenito Figlio del Padre, nato prima i tutti i secoli, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero (perché questa ripetizione visto che lo abbiamo professato pochi secondi fa?, generato non creato (cosa significa?) della stessa sostanza (cosa è la sostanza?)…”. Eppure c’è una ignoranza di Gesù che perdona, che ci rivela il vero volto del Padre, che si china con compassione e misericordia, che riaccoglie nel cuore di Dio e della salvezza i ladri, i pubblicani, le prostitute. Gesù è la nostra gioia. Le nostre celebrazioni sono momenti e luoghi di gioia? Certe volte penso alla noia che provano i bambini ed i ragazzi a Messa. Li vedo distratti, annoiati, vogliosi di uscire e certo di non entrare. Giovanni dice che sta in mezzo a noi uni che non conosciamo. Sta in mezzo a noi non solo nella chiesa ma soprattutto nel mondo, nell’Europa cristiana, appena fuori dalle nostre chiese. Per molti, soprattutto giovani e bambini, D io non è la fonte della gioia ma il bastone fra le ruote per raggiungere la felicità. Sesso, droga, denaro, potere, vendetta, gioco sono cose che possono dare felicità e gioia alla mia carne, alla mia vita e Gesù le proibisce. A questa obiezione troppi credenti non sanno rispondere, o peggio, testimoniano il contrario. Giovanni e Maria esprimono la loro gioia nel Signore. Il salmo che abbiamo cantato domenica è il “Magnificat”, l’esultanza della Madonna. Cosa accomuna la Vergine e Giovanni? Questa domenica. Quarta di Avvento, l’ultima prima del Natale, ci viene offerta la figura di Maria. Vorrei sottolineare tre cose su cui meditare, tre similitudini fra Giovanni e Maria: quello che accade e li vede protagonisti accade fuori dal Tempio, dalle strutture ordinarie della vita religiosa; l’umiltà dei due; la solitudine dei due di fronte a Dio e di fronte a chi li circonda.
Giovanni annuncia la presenza del Messia in mezzo a noi “nel deserto”, “en to eremo”. Vive mangiando cavallette, vestito di pelle di cammello. Ha rinunciato a tutto per Dio. Solo nel deserto si diventa capaci di sentire la voce del sottile silenzio nella quale parla Dio (“qol demamah dakkah” come la chiama Elia). Giovanni è un profeta, vive nella libertà, vorrei dire nell’anarchia, la sua fede. Non è classificabile, non è riducibile ad uno stereotipo, come vorrebbero fare gli inviati dal Tempio che gli chiedono se lui è il Messia, Elia, il profeta atteso prima della venuta del Messia. Anche Maria vive il momento centrale della storia dell’umanità, quello che cambia radicalmente tutto, il mistero dell’Incarnazione, non nel Tempio ma in casa sua. Secondo la tradizione della Chiesa d’oriente, l’Annunciazione avviene in due momenti: il primo alla fonte dove la giovane si reca a prendere l’acqua. Lì le appare un angelo e lei presa da timore figge e si rinchiude in casa. Ma l’angelo le appare fra le mura domestiche ed avviene il dialogo fra Dio e la donna prescelta per essere madre del Figlio del Padre. Il miracolo della Immacolata concezione per il quale Maria è nata senza peccato originale, preparata per essere madre del Figlio, Tempio dello Spirito, sposa del Padre. Il miracolo affermato come dogma della Immacolata consiste nel fatto che per Maria l’effetto della passione, morte e risurrezione di Gesù avviene prima che Gesù sia morto in croce. Eppure questa eccezione rispetto agli altri uomini non le toglie la libertà per la quale poteva benissimo dire di no all’angelo che le pone la domanda da parte di Dio. Questo avvenimento fondamentale per la salvezza dell’umanità è stato annunciato ad una giovane donna, in un’umile casa palestinese. Gli atti più liberatori di energia per l’umanità non avvengono necessariamente sotto i riflettori ed al suono di fanfare. Non avvengono neppure nel Tempio. L’accadere di questi avvenimenti fuori dal Tempio, perché Dio non abita nel Tempio, è sottolineato dalla prima lettura nella quale ci viene presentato il re Davide che vuole costruire una casa per YHWH che gli risponde: “Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dai pascoli … sono stato con te dovunque sei andato … il Signore ti farà grande poiché ti farà una casa”. Troviamo qui due accezioni del termine casa. Davide vuole costruire la casa di Dio, il Tempio ed invece Dio darà a Davide una casato, una discendenza, la casa reale di Giuda che vedrà molti secoli dopo come discendente Gesù, il re dei re della terra.
Le grandi opere di Dio non avvengono necessariamente nel Tempio, nel luogo dl culto organizzato, della religione, ma accadono nel cuore della persona. Ed ecco la seconda caratteristica che unisce Maria e Giovanni: l’umiltà. Maria lo canterà nel “Magnificat” dicendo “ha guardato l’umiltà della sua serva” e Giovanni proclama “uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo”. Nella sua umiltà usa per descriversi anche l’immagine della voce rispetto alla parola. Ciò che dona senso e significato alla voce è la parola che la voce proclama e senza la quale sarebbe solo un suono disarticolato e senza senso. Gesù è la ragione della vita di Maria, l’umile ancella che compie la volontà di Dio, e di Giovanni. L’umile testimone, la voce che nel deserto dice la parola. Entrambi soli di fronte alla grandezza della domanda che viene posta loro da Dio. Ad una ragazza vergine di diventare madre, misteriosamente, miracolosamente ed al figlio del sacerdote Zaccaria di rinunciare ad una vita comoda e sicura per diventare un segno di contraddizione, fino a morire martire per amore della verità. La solitudine di fronte alla domanda, alla richiesta di Dio diventa anche la solitudine di fronte agli altri. Giuseppe vorrebbe ripudiare Maria, la fidanzata che attende un figlio da un altro. Maria è sola davanti a Giuseppe, ai suoi genitori, al suo paese, alla gente,sola con il suo immenso ed indicibile (non esistono parole umane per dire quello che è accaduto dentro di lei). Giovanni è solo davanti alla madre ed al padre che sognavano per lui un futuro ordinario, per bene. E’ solo davanti a coloro che lo vorrebbero inquadrare dentro lo schema, dentro una definizione. E’ solo davanti alla verità. Nel deserto. Libero. La verità è la sola condizione della libertà. Solo nella verità, nella libertà, nella solitudine è possibile incontrare Dio e rispondergli.
Verità, libertà, solitudine, umiltà come atteggiamenti per vivere il Natale, l’incontro con Gesù, il volto del Dio della gioia, della tenerezza, del perdono, della compassione, della misericordia. Il volto del Dio fatto uomo per amore degli uomini.
Mancano pochi giorni a Natale. Prepariamo il cuore, il modo di vivere, di vedere, di decidere, di giudicare, di essere. Imitiamo Maria e Giovanni.
Valter Arrigoni
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