venerdì 5 dicembre 2008

"Tempo di Avvento, tempo di vigilanza" (di padre Valter ARRIGONI)


Abbiamo iniziato domenica scorsa, 30 novembre, il tempo di Avvento, il tempo che ci prepara al Natale. La parola chiave di questa attesa del Signore che viene è “vigilanza”. Le vigilie sono le ore della notte. Stare attenti ai segni dei tempi per riconoscere il Signore presente nella storia. Stare attenti a noi stessi per educarci alla centralità di Dio nella nostra vita. Abbiamo abbandonato le vie del Signore ed abbiamo preferito le vie del mondo. Le gioie che ci vengono offerte a buon mercato e che hanno sepolto la misteriosa e silenziosa presenza di Dio nella nostra vita, nelle scelte, nei giorni che passano. Dopo aver contemplato gli ultimi tempi in queste ultime domeniche con il Vangelo di Matteo, adesso siamo accompagnati da Marco al Natale. Ci si ferma a riflettere, si riconoscono le nostre malattie spirituali e si intraprende la via che avevamo abbandonato per poter tornare a Gesù. Anche noi nella notte di Natale andremo con i pastori e gli angeli alla grotta santa e lì troveremo Maria, sua e nostra madre, Giuseppe che custodisce il mistero di Dio, e Gesù, un bambino come tanti altri ma che porta in sé la risposta di Dio agli uomini. L’Avvento è il tempo della carne che grida la sua domanda (così come la Quaresima sarà il tempo della carne che fa penitenza per i suoi peccati).Il Natale è la festa della risposta di Dio alla domanda della carne. Poveri gli uomini che si ritengono saziati, riempiti, soddisfatti, dalle cose che hanno e pensano di non avere domande, desideri, bisogni ai quali Dio e Dio solo, può rispondere! Poveri gli uomini che non hanno altri desideri che quelli della loro carne, del loro mondo, del portafoglio o della soddisfazione dell’egoismo, della superbia! Nel fermarci a verificare dove siamo e che strada stiamo percorrendo l’esame di coscienza ha come tema gli idoli che hanno preso il posto di Dio. L’amarezza che ci viene lasciata nel cuore, il senso di inutilità, di fallimento, di scontentezza e di insoddisfazione sono la voce di Dio che parla alla nostra vita nella coscienza. Accorgersi che qualcosa non va è l’inizio della conversione. La strada per uscirne, per guarire, ci viene indicata in questo tempo di Avvento. Ogni domenica, ogni Parola che ci viene proclamata, ogni preghiera ed ogni atto che ci viene suggerito serve a rimettere al centro Gesù Cristo.
In questo anno liturgico che inizia con l’Avvento e che secondo il calendario della Chiesa è l’anno B il Vangelo che ci accompagna è il Vangelo di Marco. Nipote di Barnaba, Giovanni Marco segue nella prima missione lo zio e san Paolo ma ad un certo punto torna a casa e lascia i compagni di missione. Per questo motivo Paolo si oppone a Barnaba quando partono per il secondo viaggio e Barnaba vuole portare con sé il nipote. Fra Paolo e Barnaba nasce un disaccordo e si separano. La famiglia di Marco aveva seguito Gesù fin dall’inizio tant’è che Marco, ancora giovinetto, era con gli apostoli e con Gesù nell’orto degli ulivi quando Gesù fu arrestato. Nel racconto dell’arresto di Gesù infatti Marco inserisce quello che tecnicamente si chiama “sfraghìs”, cioè segno distintivo, firma. “Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovinetto lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via, nudo”. Marco parla di se stesso. Per quanto giovane era ben inserito nella primitiva comunità cristiana. Il suo racconto delle parole e dei gesti di Gesù inizia il nuovo genere letterario che prende il nome di Vangelo. Riporta i ricordi suoi e di Pietro su Gesù: Gesù è il Vangelo, la buona notizia. Gesù è la risposta di Dio a tutti, all’umanità intera. Ci sono tre affermazioni della centralità di Cristo riconosciuto come il figlio di Dio, il Vangelo, la buona notizia, Dio egli stesso. All’inizio del Vangelo troviamo l’espressione: “Buona notizia che è Gesù Cristo, Figlio di Dio”. A metà del Vangelo troviamo Pietro che afferma: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. Alla fine del Vangelo, ai piedi della croce dove c’è Gesù morto, il centurione romano confessa: “veramente quest’uomo è il Figlio di Dio”. Gesù è venuto per tutti, ebrei e pagani. Pietro ed il centurione. Tutti. E’ ormai unanimemente accettato che il Vangelo di Marco è il primo ad essere stato scritto. E’ servito da base ai Vangeli di Matteo e Luca. Riporta i ricordi del giovane Marco che è diventato, nel frattempo, il “segretario” di Pietro. Struttura il suo racconto secondo il discorso di Pietro al centurione Cornelio, secondo il suo annuncio: Giovanni il Battista, il battesimo di Gesù e la missione in Galilea. I miracoli di Gesù fuori dalla Giudea ed infine il viaggio a Gerusalemme. L’attività a Gerusalemme. Tutto è centrato su Gesù. Qualche esegeta parla del Vangelo di Marco come del Vangelo del discepolato, il catechismo per gli adulti romani che si avvicinano alla nuova fede. Secondo me in questo racconto che Marco ci offre c’è la sua dichiarazione d’amore per Gesù. Il mettere il Cristo al centro della propria vita. Far ruotare tutto attorno a Lui. E’ la sua esperienza ed è anche quella di Pietro e di Paolo, dei suoi maestri. E’ il Vangelo che non si adegua mai né al moralismo dei giudei e neppure all’intellettualismo dei greci. Rischi che la fede nascente incontrava. Lo stesso Paolo infatti scrive ai corinzi: “annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i greci”. Il Vangelo è la persona di Gesù, la sua carne, quello che ha detto e fatto. Anche nella prima domenica abbiamo sentito la parabola di un uomo che parte ed affida ai servi i suoi beni. Ma l’attenzione questa volta è sul fatto che tornerà quando meno ce lo aspettiamo. Ritornerà di certo “la sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino presto”. Il Signore viene nella notte. Le indicazioni del momento infatti sono tutte legate alla notte. Buio del mondo e della vita. Morte, disperazione, solitudine, tradimento, povertà, peccato, ingiustizie, violenze, guerre, miserie. In questa notte siamo chiamati ad essere luce nelle tenebre, sale della terra. Non si parla in queste letture del giudizio (come nelle letture delle scorse domeniche) ma del ritorno del Signore. San Paolo ci dice che abbiamo tutti i doni, le grazie dal Signore per svolgere il nostro compito di luce e sale. Il profeta Isaia ha una invocazione bellissima “se tu squarciassi i cieli i scendessi”. E Dio lo ha fatto in Gesù. Ha squarciato i cieli ed è disceso. Noi siamo testimoni di questo. Noi siamo i testimoni di questo. A noi il compito di essere per gli uomini la risposta di Dio. Il suo orecchio che ascolta, le sue mani che curano, la sua bocca che conforta. A noi il compito di essere la voce della domanda, del grido disperato dell’umanità ferita, che si leva a Dio nella preghiera. L’avvento è il tempo della carità che si curva con misericordia e tenerezza sulle pieghe degli uomini e della preghiera che grida a Dio: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”. Nella seconda domenica sottolineo due aspetti che sono l’inizio del Vangelo di san Marco e la figura di Giovanni il precursore (nelle icone bizantine viene definito il prodromo).Il Vangelo non è un libro come superficialmente noi pensiamo ma è la persona di Gesù Cristo. Vangelo è una parola greca che significa “buona notizia”. Veniva usata per indicare la notizia della fine vittoriosa di una guerra o la nascita dell’erede al trono. Veniva accompagnata dalla distribuzione gratuita di dolci (solitamente schiacciate d’uva), di pane, di denaro. Portava con sé una gioia anche molto concreta. Marco inizia il suo Vangelo con questa frase: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo”. Di “Gesù Cristo” sia in greco che in italiano può voler dire “che è di Gesù Cristo”, “che parla di Gesù Cristo” (si chiama genitivo oggettivo: “la mela di Pietro”, “il romanzo dei Promessi sposi). Ma può anche significare, come in questo caso “il Vangelo che è Gesù Cristo” (si chiama genitivo soggettivo: “la città di Milano”!). Marco inizia il suo Vangelo, la sua buona notizia, la risposta ai secoli di domande degli uomini affermando che la risposta, la nascita dell’erede, la vittoria nella guerra è la persona, la carne, di Gesù. Gli ebrei attendevano la venuta del Messia che sarebbe stata preannunciata dalla figura del profeta Elia (figura che appartiene anche alla tradizione islamica con il nome di “profeta verde”). Per molti ebrei del tempo di Gesù il Battista è questa figura di Elia che annuncia la venuta del Messia. Si capisce allora perché accorrevano a lui per ricevere il battesimo, il lavacro, di penitenza. Si trattava di un rituale che prevedeva lo scendere nell’acqua del Giordano per lavarsi dai propri peccati. Torneremo sulla figura del Battista, del precursore. E’ sua la voce che grida nel deserto. Qui c’è una questione di punteggiatura. Isaia scrive: “voce di uno che grida: nel deserto preparate le vie del Signore”. Significa che tutti quelli che ascoltano devono fare deserto nella propria vita, nella loro anima. Solo nel deserto si sanno vedere le oasi, riconoscere i segni della vita presente dietro le apparenze della morte. Solo nel silenzio e nella solitudine si può sentire e riconoscere la voce di Dio. Marco invece scrive: “voce di uno che grida nel deserto: preparate le vie del Signore”. Cioè nel tempo della notte, della morte, dell’attesa, della domanda viene un profeta che annuncia la venuta del Signore. Il deserto è cioè la condizione del profeta. Potremmo dire di ogni profeta, anche nostra oggi.
Il sette dicembre festeggio i venti anni della mia ordinazione sacerdotale per le mani del Vescovo Casale. Sarò a Lourdes. Ricordatemi.
Rimando ogni festeggiamento al 14 febbraio nel ricordo del quinto anniversario della mia Professione solenne. nelle mani del Vescovo Tamburrino, come monaco diocesano. In quella occasione presenterò il mio secondo libro, “Essere amici di Gesù”. Vi farò sapere il programma.
p. Valter Arrigoni

Nessun commento: