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lunedì 13 aprile 2009


Ero cieco

Ed è venuto LUI,

la Luce vera,

ad illuminare le mie tenebre.


Ero morto

Ed è venuto LUI,

la Vita,

a farmi risuscitare.


Ero nel peccato

Ed è venuto LUI,

il perdono,

e mi ha ridato gioia e libertà.


Ero caduto nel baratro della morte, del peccato, del buio,

ed è venuto LUI,

Buon Pastore

Mi ha cercato, mi ha trovato, mi ha caricato sulle spalle

E mi ha riportato nella sua casa.


BUONA PASQUA DI PERDONO, PACE, TENEREZZA, LUCE E VITA NUOVA.

Valter, eremita
Pasqua 2009

venerdì 10 aprile 2009

E’ LA PASQUA DEL SIGNORE (di padre Valter Arrigoni)


Cominciamo a dire che la cosa significa la parola Pasqua. Per gli ebrei ricorda diversi momenti della storia di YHWH con il suo popolo Israele. La notte di Pasqua è la notte nella quale si realizza la maledizione dell’ultima piaga quella della morte dei primogeniti di ogni famiglia degli egiziani. L’angelo della morte passa oltre le case degli schiavi ebrei segnate dal sangue dell’agnello che è stato immolato per essere mangiato in piedi con tutta la famiglia ed i vicini di casa. Si mangia in piedi perché si è pronti per partire. Si mangia con il contorno di erbe amare come segno dell’amarezza che talora riempie del suo sapore la vita. Momenti come il dover fuggire di notte, esuli. Schiavi che scappano inseguiti dai loro padroni. Nel mondo antico, anche quello romano, lo schiavo era considerato una cosa appartenente al suo padrone. Se lo schiavo fuggiva e veniva ripreso poteva essere ucciso. La fuga era uno dei reati più gravi. Eppure questi schiavi sono protetti da Dio. Anche se per loro il credere questo vuol dire aver fiducia in uno sconosciuto come è per loro Mosè. La prima Pasqua allora avviene nella notte della fuga dall’Egitto ed è la Pasqua che darà il senso a tutte quelle che seguiranno. Ci sono in questa notte che, come dice il rituale ebraico del “seder” di “pesach”, è la madre di tutte le notti, la notte più luminosa di tutte, diversi significati che verranno poi presi dalla Pasqua cristiana. E’ la notte del passaggio dalla morte alla vita. Cosa è accaduto nel sepolcro? Il venerdì si è deposto un corpo martoriato e morto. Il corpo di un giovane odiato, maltrattato, umiliato e che ha subito una delle morti più atroci dopo una agonia di ore. Soffocato sulla croce dove era stato inchiodato dopo una via crucis dolorosa. Dolorosa nella carne ma anche e soprattutto nel cuore, nello spirito quando vedeva sua madre, quando ripensava a tutta la sua vita ed alle ultime ore. Quando sentiva le ingiurie, le offese, la rabbia contro di lui della gente che pochi giorni prima lo osannava. Gente alla quale aveva voluto e fatto bene. Nel sepolcro, nell’angusto e stretto ambito di una tomba acceda che l’eterno entra nel tempo, l’infinto nello spazio, la vita nella morte. Dio riprende la sua presenza di vita nel corpo morto del Figlio “Mors et vita duello conflixere mirando. Dux vitae mortuus regnat vivus”. “La vita e la morte hanno combattuto un duello ammirabile. Il Signore della vita che era morte ora regna vivo”. La morte passa oltre, viene sconfitta definitivamente, la salvezza viene offerta a tutti ed il segno primo di questa salvezza è che non si muore più. Altro significato è l’essere sempre sul piede di partenza,a avere sempre chiaro che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Cosa significa concretamente credere nel risorto? Significa anche non porre la propria sicurezza, la certezza della vita, la causa della nostra gioia in altro che non sia capace di sconfiggere la morte. Tutto passa solo Dio resta. Resta con tutta la vera vita resta sconfiggendo la morte, il peccato, tutto ciò, ed è proprio tutto ciò che è destinato a finire. Cristo sconfigge la morte. A Sansepolcro c’è un quadro di Piero della Francesca che rappresenta la risurrezione. Gesù ha un aspetto regale, è il Signore che sconfigge la morte. Accanto a lui ci sono i soldati che dormono e lui sta in piedi con un vessillo in mano. Vero vincitore. Vero Signore. Da un lato del Cristo ci sono alberi spogli, la natura nell’inverno, morta e dall’altro lato ci sono gli alberi nel rigoglio della primavera. La risurrezione i Gesù non è solo la sua, non riguarda solo lui ma è per tutti, di tutti. Occorre fidarsi. Come gli ebrei si fidarono di Mosè e misero a repentaglio la loro sicurezza, la loro vita stessa così occorre fidarsi di Gesù. La sua risurrezione è la prova che Dio ci dona, la prova certa, la ragione per la quale fidarsi di Gesù, credere in lui. La vita vince la morte. Pasqua è la festa della vita. Quelli che non sono di Dio, quelli che con arrogante superbia, come il faraone, rifiutano gli inviti a salvarsi da parte di Dio sono destinati alla morte. Sono destinati ad una apparenza di vita data dal benessere, dalla sicurezza, dalla ricchezza. Molti salmi ricordano questi momenti e questo atteggiamento di coloro “che confidano in carri e cavalli”. “Pensavano:’ inseguiamoli, raggiungiamoli, sterminiamoli, prendiamo i loro beni’ … ma tu, o Signore, hai confuso i loro pensieri”. Anche nella celebrazione della Pasqua ebraica una settimana prima si toglie dalle case tutto il lievito vecchio e si mangiano i pani azzimi, cioè fatti con pasta non lievitata (e’ per questo che usiamo le ostie per la Messa e non il pane lievitato). Il senso di questo segno è che tutto viene reso nuovo con la Pasqua, con il passaggio del Signore. Tutto viene reso nuovo dall’entrare di Cristo nella nostra vita. Nella liturgia della grande veglia pasquale accendiamo il fuoco nuovo, illuminiamo la chiesa con la luce nuova del cero pasquale, benediciamo l’acqua nuova. Con Cristo risorto tutto è nuovo. La nostra vita di fede è troppo spesso stantia. Troppo spesso ha l’odore della muffa ed il sapore rancido.
Pasqua è la parola che indica anche l’attraversamento del mar Rosso e quaranta anni dopo del fiume Giordano per entrare nella Terra Promessa, la terra nuova della libertà vera, la terra che il Signore ha preparato per i suoi e nella quale vive con il suo popolo. C’è sempre da attraversare qualcosa, da avere il coraggio di affrontare un pericolo che ci sembra insuperabile. C’è sempre da chiedere a Dio l’aiuto per andare avanti. E Lui ce lo dona.
Sia questa per noi la Pasqua della fede, della fiducia in Dio. Sia la Pasqua del coraggio di lasciare tutto per andare, per mettersi in viaggio, per attraversare il mare ed il deserto inseguiti da chi è più forte di noi ma non di Dio. Sia questa la Pasqua nella quale esplode in noi la novità della vita. Il profumo nuovo della primavera, del seme caduto in terra che dopo essere morto, e solo dopo essere morto, porta molto frutto.


Vater Arrigoni

lunedì 6 aprile 2009

Ecce Homo (di padre Valter Maria Arrigoni)


Ancora per una volta non offro una riflessione sul Vangelo della domenica prossima perché è la domenica di Pasqua ma degli spunti di riflessione per questa settimana santa, di Passione. Nel rito ambrosiano si chiama “settimana originale” perchè sta all’origine di ogni settimana. E’ il modello originale sul quale si modella il tempo dell’anima. Della vita alla luce di Dio. Il passaggio dalla morte alla vita. Il passaggio del dolore attraverso il venerdì santo della morte alla notte del sabato santo quando fra le tenebre si vede la luce della vita che trionfa, della risurrezione. Uno scrittore russo della letteratura clandestina, del samizdat, scriveva che “tanto più buia è la notte tanto più luminose brillano le stelle, quanto più profondo è il dolore tanto di più sarà la gioia”. Per questo in questa meditazione mi soffermo su alcuni aspetti della Passione, che abbiamo letto la domenica delle palme. Nel lavoro spirituale, nella fatica della conversione, quasi fosse un compito, una lezione, un insegnamento scolastico seguo l’insegnamento di san Bernardo di Chiaravalle che diceva “age quod agis”, fai bene quello che stai facendo. La tappa prima della Pasqua di risurrezione sono i tre giorni del dolore, del tradimento, della solitudine, del disprezzo, della morte. Direi anche della disperazione perché i protagonisti, Maria, Giovanni la Maddalena davanti alla morte di Gesù non fingevano di soffrire ma erano uomini davanti alla morte del figlio, dell’amico, della persona amata. Maria non era Addolorata per finta, non recitava ai piedi della croce. Maria era, in quel momento, una madre alla quale moriva in un modo drammatico il figlio unico. Partendo dalla lettura del Vangelo di domenica, liturgicamente chiamato il “Passio”, cioè la lettura della Passione, ci sono tre parole che sulle quali medito in questi giorni, che illuminano la mia preghiera: silenzio, uomo, preghiera. La prima parola è “silenzio”. Gesù vive la sua passione e morte nel rumore, fra le grida, nella violenza che è anch’essa un rumore, un “non silenzio”. Anzitutto occorre aver chiaro che rumore non sono solo le parole o quello che si sente con le orecchie. E’ rumore la violenza di certe immagini che vediamo quotidianamente durante i telegiornali. E’ rumore lo stupro, la pedofilia, la corruzione dei politici, le immagini pieni di sesso e di erotismo. E’ rumore anche la stupidità di certe trasmissioni (domenica ero a pranzo in una famiglia e sul primo canale della Rai c’erano alcuni che stavano discutendo su Wanna Marchi, Fabrizio Corona, come se fossero una questione di valori, di ideali. Ma quel che è peggio è stato l’aver visto l’interesse per questi argomenti!). Gesù soffre e muore in mezzo al rumore di una città che sta vivendo la vigilia della festa. Oltretutto dopo le quattro della sera tutto veniva chiuso perché si entrava nel giorno della Pasqua. Quando Gesù, carico della croce, passa per le vie di Gerusalemme la città non solo non si ferma ma viene addirittura infastidita da questo corteo del dolore fra le viuzze strette, gremite di folla, fra gente accalcata. Ho visto la stessa cosa attorno alla processione della palme o a quella, la sera prima, della giornata della gioventù. Mi ricordo venti anni fa, quando arrivai a Foggia, che quando passavano le processioni (palme, Corpus Domini, Icona vetere) le saracinesche venivano abbassate, la gente si faceva il segno della croce, tutto significava rispetto. Adesso non solo tutti i negozi rimangono aperti ma vedo gente indaffarata, distratta, infastidita dalla processione che rallenta il traffico, crea impedimenti. Vedo molti ragazzi, sempre più giovani, che con atteggiamento di sfida fumano e continuano a fumare, si sbaciucchiano, per dimostrare non solo il loro disinteresse ma anche il loro disprezzo. Silenzio davanti a Cristo che soffre e muore significa spegnere per questi giorni il rumore del mondo. Lasciare che siano gli occhi a vedere, ad ascoltare, a parlare. “Contempleranno Colui che hanno trafitto”. “Jesus autem tacebat” . in mezzo al gridare arrabbiato dei soldati, del sommo sacerdote Caifa, di suo suocero Hanna, dei falsi testimoni Gesù, dal canto suo taceva. Al rumore della violenza dei soldati che lo schiaffeggiavano, gli sputavano addosso, lo flagellavano, gli gridavano derisioni ed offese, Gesù taceva. Il suo sguardo di Dio fatto uomo, di uomo sacrificato, di uomo di benevolenza e di pace si posava con tenerezza, pace, dolcezza, perdono su chi gli faceva del male. Fermiamoci in silenzio a contemplare questo sguardo. Guardiamo e tacciamo. Questa notte c’è stato un terremoto terribile in Abruzzo e subito sono partite le parole. Inutili e vuote. Orribilmente scontate dei giornalisti, dei politici, di tutti i mestieranti del dolore. Finte compassioni. False condoglianze. Non vere promesse. Perché non rimanere in silenzio, guardare e darsi da fare senza parole? Perché non provare una vera compassione, che vuol dire”soffrire insieme”. Il silenzio non è non avere niente da dire ma lasciare che sia la vita, il cuore, l’anima a parlare. Silenzio vero ed umano, divino come quello di Gesù, non è non avere niente da dire, ma lasciare che parli la nostra vita, il nostro essere. Un proverbio dice “si nasce soli, si soffre soli, si muore soli”. Un aspetto del silenzio è la solitudine. Gesù che è stato circondato dalle folle per tutta la sua vita pubblica, cinquemila persone alle quali ha dato da mangiare pane e pesci, dodici apostoli, che lo seguivano, le pie donne che lo servivano. Tutta la gente che ha visto i suoi miracoli ed ascoltato i suoi insegnamenti. Di tutta questa gente alcune persone si sono trasformate in nemici che volevano la sua morte ed altri, i suoi più intimi, sono fuggiti lasciandolo solo. Lo stesso Pietro giura e spergiura di non conoscerlo. Hanno paura di subire la stessa sorte. Di essere anche essi crocifissi se riconosciuti suoi seguaci. Bestemmiatori come lui. Condannati a morte e crocifissi senza pietà, senza dignità, nudi davanti agli occhi di chi passa, di chi guarda con curiosità morbosa. Gesù soffre e muore solo. C’è la sua mamma, c’è Giovanni, la Maddalena, le altre Marie eppure lui grida la sua solitudine: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Già all’inizio di questa notte di Passione, nell’orto del Getsemani, i suoi discepoli si addormentano. Si sente solo ed abbandonato. Eppure accetta questa solitudine. Il silenzio cosmico. Addirittura il silenzio di Dio Padre al quale si rivolge (“Tu puoi allontanare da me questo calice”). Il “silentium Dei”. Dio che non viene in aiuto alla nostra morte ed al nostro dolore. O forse Dio che è presente in un modo diverso da quello che ci aspettiamo. Dio che è presente ma solo nel silenzio lo possiamo sentire. Nella nudità, nella solitudine, nella morte. Pietro dopo averlo rinnegato tre volte “pianse amaramente”. Il peccato, il tradimento lo hanno reso capace di lasciarsi penetrare, occupare nell’intimo dal vero Gesù, dal volto misericordioso, pieno di tenerezza e di perdono del Signore. Solo nel silenzio che lo contempla potremo vivere l’incontro con Gesù. Parteciperemo a processioni, sacre rappresentazioni, riti rumorosi, tradizionali, spesse volte organizzati dalla pro-loco ma vi chiedo di trovare il tempo per fermarvi, prendere in mano un crocifisso e contemplarlo. Imparare da Cristo che soffre e muore come si vive. Altrimenti il nostro sarà un cristianesimo senza Cristo. Non nel senso del consumismo del Natale, ma proprio dell’esistenza, della vita, del nostro dirci cristiani senza lasciare a Gesù uno spazio nel nostro modo di vivere e di essere. Il silenzio diventi in questa settimana santa del 2009 anche qualche momento di solitudine nel quale essere soli con se stessi e con Cristo. La seconda parola, il secondo spunto della riflessione, è la frase che il Centurione romano, un pagano, uno che non conosceva Gesù (né un ebreo e neppure uno dei discepoli) dice secondo l’evangelista Marco: “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse:’Veramente questo uomo era Figlio di Dio’”. Penso spesso alla scena che si presentava a coloro che passavano, quel venerdì, davanti al Calvario, davanti alle tre croci. I delinquenti venivano infatti crocifissi in un posto dove potevano essere visti da molti perché la loro punizione fosse di monito agli altri perché non facessero le stesse cose. Passavano quel venerdì per entrare nella città di Gerusalemme, tanti perché era la vigilia di una festa importante, di quelle nelle quali i pii israeliti dovevano recarsi al Tempio. Passavano e vedevano tre uomini crocifissi. Uno di questi tre è Dio fatto uomo. E’ l’unica salvezza, l’unica risurrezione, l’unico perdono, l’unica vita vera. Cosa lo differenziava dagli altri due? Niente, assolutamente niente. Dio che si fa uomo, in tutto simile all’uomo, a me, si rivela come vero ed unico Dio, per come muore. Dio mi incontra sulla croce ed io posso incontrare Dio solo sulla croce. La croce di ogni uomo. Solo se divento capace di amare ogni uomo, di rispettarlo, di aiutarlo, addirittura di adorarlo divento capace trovare Dio, di amarlo, di pregarlo, di adorarlo. Inchinarsi davanti all’umanità sofferente. Cristo non è nella statua che portiamo in processione. Cristo non è nel crocifisso artistico di molte delle nostre chiese ma è in ogni uomo. Sono frasi, parole, concetti ripetuti tante, infinite, volte da me ma anche da tanti in questi duemila anni, eppure non hanno scalfito né la vita né il modo di pensare e di agire neppure di molti di coloro che si professano cristiani. Il silenzio, la solitudine, l’adorazione di Gesù contemplato anche nel volto del fratello che soffre (in questi giorni di coloro che vivono il dramma del terremoto) è la preghiera. Pregare non sono le parole che diciamo (che spesso sono il rumore che facciamo davanti a Dio) ma pregare è stare con Dio ogni istante della vita. Avere sempre presente il Signore, non come una idea lontana, astratta, ma come la presenza dell’amico dentro la mia vita. Il vangelo di domenica iniziava con il gesto della prostituta, in casa di Simone, che profuma con un profumo costosissimo Gesù. Un inutile spreco secondo alcuni dei presenti. Proprio come è inutile, per molti, il tempo dedicato alla preghiera. Pregando lasciamo entrare Gesù nella realtà della nostra vita dapprima e poi nel mondo. Come il profumo che si espande. Prima nel mio cuore, nella mia cela interiore, e poi da me nel mondo che mi circonda.
Silenzio che diventa solitudine, silenzio che diventa contemplazione di Dio attraverso il volto e le situazioni dei fratelli, silenzio che è la mia preghiera. Silenzio davanti alla croce di Gesù. Silenzio con Gesù sulla mia croce. Silenzio come unica possibilità per sentire la sua voce che mi parla. Silenzio come unica possibilità, sabato, nella notte, di incontrare il Risorto.

venerdì 16 gennaio 2009

"Sfida al Cardinal Bagnasco" (di Maria Petti)

Bus ateo scossa ai credenti
(Di Franco Garelli, tratto da “La Stampa” di Mercoledì, 14 Gennaio 2009)


E ora, dopo i bus atei, ci saranno quelli della fede? La campagna pro-incredulità promossa a Genova, che dal 4 febbraio vedrà due linee di autobus tappezzate da scritte che «di Dio si può fare a meno», armerà i muscoli di quanti sono allergici agli slogan choc contro il sacro? L’iniziativa che non ha precedenti nel nostro Paese è dell’Unione degli atei e dei razionalisti italiani (Uaar), vogliosa di ristabilire la par condicio «comunicativa» sulle questioni religiose, spingendo i mass media a dar risalto non solo ai messaggi della Chiesa ma anche alle posizioni dei «senza religione».
Il vento dell’ateismo spira dunque ancor forte in Italia e attraverso questa iniziativa intende far breccia soprattutto nel capoluogo ligure da qualche tempo diventato il simbolo di una contesa.
La contesa tra la pretesa della Chiesa cattolica di rappresentare i sentimenti più autentici degli italiani e un’area laica che rivendica la propria esistenza e presenza nella società pluralistica. È fin troppo evidente che questa campagna sull’inesistenza di Dio è una specie di sfida atea in casa del cardinal Bagnasco, vescovo della città e presidente della Cei, reo d’essersi dimostrato poco tenero nei confronti di alcune minoranze culturali. In giugno la curia genovese ha fatto di tutto per ostacolare lo svolgimento del Gay Pride in quella città, fissato nello stesso giorno del Corpus Domini. Inoltre, il prelato ha più volte ribadito le posizioni della Chiesa sui temi cari ai cattolici (famiglia, vita, bioetica, eterosessualità, scienza), sminuendo - questa l’accusa - quanti hanno orientamenti diversi. La campagna pubblicitaria s’iscrive quindi nel clima ad alta tensione che da qualche tempo caratterizza i rapporti tra Chiesa e mondo laico, parte del quale reagisce con fastidio a una Chiesa sempre più protagonista nel campo culturale ed etico, e che continua a identificare l’Italia tout court con l’Italia cattolica. Come ci dice il mercato editoriale, oggi il libro di argomento religioso vende bene, ma a un doppio livello: non soltanto i testi di spiritualità o che parlano a favore della fede, ma anche i pamphlet che denunciano le ingenuità di una religione ancora arcaica e incantata e quelli che denunciano lo strapotere clericale nella società.
Genova e l’Italia, comunque, non detengono il primato della svolta antireligiosa e anticlericale. Da tempo iniziative analoghe sono presenti in alcune metropoli del mondo, tra cui Londra, Washington e varie città spagnole. Si tratta di rigurgiti o reazioni a gruppi religiosi che manifestano attivamente nella società pluralistica le proprie convinzioni, che si mobilitano contro il divorzio e l’aborto, portatori di quella cultura pro-life che tende a contrastare quella pro-choice. In Belgio, addirittura, gruppi di atei hanno da tempo costituito una sorta di associazione para-religiosa a difesa dei propri orientamenti e valori, rivendicando dallo Stato un finanziamento pubblico alla stessa stregua di quello accordato alle diverse confessioni religiose. Anche l’ateismo può essere un oggetto di propaganda, come le chiese promuovono i valori religiosi. Anche l’Italia, dunque, sembra partecipare di tendenze presenti in ogni dove.
A ben guardare, la pubblicità pro-ateismo può anche servire alla causa della fede religiosa. Nel senso che può scuotere dall’indifferenza molti credenti per caso o per tradizione, che si trascinano nel tempo un vago orientamento di fede senza un’adeguata riflessione e approfondimento. La promozione dell’incredulità può anche spingere qualcuno a uscire da uno stallo sulla questione religiosa che gli impedisce una più piena comprensione di sé e del mondo. Forse è anche guardando a questa opportunità che gli ambienti ecclesiali (sia genovesi che nazionali) non hanno troppo preso sul serio l’iniziativa, per cui non è detto che essa dia il via a una catena di reazioni, che, nel caso specifico, arricchirebbe le aziende di trasporto delle nostre città. I bus atei ci possono stare, rientrano nella provocazione creativa, se dietro essi non si nasconde una crociata di cattiverie contro la religione e la Chiesa.
Articoli come questi non mi fanno rabbia, dispiacere sì; ma è anche vero che la fede è un dono e che atei e credenti vedono l’uomo, la vita, il mondo, tutto ciò che ci circonda in maniera opposta. Peccato però che queste persone intelligenti e razionali, che hanno fatto della loro presunta intelligenza un dio, non sanno dare un significato alla gioia, alla vita (il massimo delle loro aspirazioni può essere “godiamocela finché possiamo!”, sì, va bene, ma poi?!), ma soprattutto al dolore, alla morte e, contraddizione delle contraddizioni, a se stesse.
Questi sono articoli che non mi fanno certo perdere la fede, e nemmeno ci riescono le “intellighenzie” che stanno dietro a queste iniziative, anzi… mi spingono ad aggrapparmi ad essa ancora di più e sperimento ancora più forte il dono che mi è stato fatto e a dare Dio e tutto ciò che lo riguarda meno scontato. Eh sì perché, a ben pensarci, e lo dico soprattutto a me stessa, l’abitudine per un credente è molto pericolosa: si rischia, senza accorgersene, di finire ad adorare un Dio di carta, mentre Dio si è fatto carne, altro che carta! Sono polemica? Ma se non lo si è per ciò che riguarda le cose di Dio, per chi o cosa lo si deve essere?! Ognuno è libero di scegliere ciò che vuole, però scusate, e lo dico spassionatamente, io ho scelto Dio al nulla.

Maria Petti

giovedì 15 gennaio 2009

"Riflessioni" (di Lucia Fretta)

Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione della sorella Lucia Fretta, impegnata in prima linea nel progetto "Agape Fraterna" ed in quello più gioioso, ma non meno importante, della musica, canto ed animazione "Granelli di Sabbia".

Ciao a tutti, volevo inviarvi queste lettere di San Giovanni che erano le letture delle messe della settimana scorsa dopo l'Epifania; penso che dicano qualcosa di importante e di utile anche per noi sia come persone che vivono nel mondo a contatto ogni giorno con gli altri uomini (anche se non li conosciamo) sia come gruppo di fratelli... penso che veramente ci possono aiutare a riflettere e a pensare... personalmente mi metto in discussione e penso soprattutto che, se ci vogliamo bene in Gesù, dobbiamo continuare a crescere insieme se ci teniamo ed essere sinceri e leali gli uni verso gli altri... amarci e rispettarci perchè se mettiamo questo fondamento sempre ed esclusivamente unito alla semplice preghiera (sottolineo PREGHIERA) si può costruire la casa sulla roccia e quindi qualsiasi tipo di tempesta arriverà si potrà affrontarla ed annientarla... credo molto in questo e sono più che sicura che le cose che vengono da Dio e coltivate solo in Lui possano andare avanti!!!!
Lucia Maria Fretta.
7 GENNAIO
FERIA DEL TEMPO DI NATALE DOPO L'EPIFANIA
MESSALE
Prima Lettura 1 Gv 3,22 - 4,6
Mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono da Dio.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo.
Carissimi, qualunque cosa chiediamo la riceviamo dal Padre, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quel che è gradito a lui. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui. E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato. Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell'anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell'errore.
8 GENNAIO
FERIA DEL TEMPO DI NATALE DOPO L'EPIFANIA
MESSALE
Prima Lettura 1 Gv 4, 7-10
Dio è amore.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo.
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
9 GENNAIO
FERIA DEL TEMPO DI NATALE DOPO L'EPIFANIA
MESSALE
Prima Lettura 1 Gv 4, 11-18
Se ci amiamo gli uni agli altri, Dio rimane in noi.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi. Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Per questo l'amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell'amore.
10 GENNAIO
FERIA DEL TEMPO DI NATALE DOPO L'EPIFANIA
MESSALE
Prima Lettura 1 Gv 4,19 - 5,4
Chi ama Dio, ami anche il suo fratello.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
Carissimi, noi amiamo Dio, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello. Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti, perché in questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede.
DOMENICA DOPO L'EPIFANIA
BATTESIMO DEL SIGNORE

Seconda Lettura 1 Gv 5, 1-9
Lo Spirito, l'acqua e il sangue.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e os­serviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l'acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio.

martedì 30 settembre 2008

Apparire... (di Maria Petti)


Riceviamo da Maria una riflessione ispirata da un articolo che affronta il problema dei media.


I “segni” religiosi
Superare un linguaggio logorato


Linguaggio e notizie “religiose” sono una presenza forte nei media. Scorrendo giornali, Tv, radio, film, pubblicità, Internet, ovunque troviamo segni che provengono dalla esperienza religiosa. Diventa quindi di importanza strategica interessarsi del fenomeno. Sia perché non tutto ciò che viene offerto è buono, sia perché l’etichetta “religiosa”, da sola, non basta. Ad esempio, la Bibbia in tivù può essere un fatto interessante. Ma è anche una sfida per coloro che tengono veramente al testo sacro. Perché per molte persone quello televisivo è e sarà l’unico contatto con la Bibbia, divenendo così, per loro, “la” Bibbia. Non sempre corrispondente, però, a livello di significati e di racconto stesso, all’originale. Una conoscenza che, di conseguenza, in partenza giunge “de-formata”.
Il sistema dei media è vorace di ogni tipo di contenuto, specie dei segni ricchi di senso. Ma l’uso è a proprio consumo, per fini propri. Ecco dunque il problema: i media, è questo il rischio, distorcono quanto maneggiano.
E, per quanto riguarda il sacro e il “religioso”, questo fatto ha delle conseguenze di rilievo. I media, assumendo il “religioso”, lo tolgono dal suo contesto naturale. Inserito nel palinsesto di una programmazione o nell’impaginazione di un giornale, il “religioso” si carica dei significati e delle emozioni provenienti dai messaggi entro cui si trova.
Verifichiamo, ad esempio, l’abuso che si fa della croce e del crocifisso.
Abbondantissima la sua presenza nella pubblicità.
Ma di quale croce si tratta? Un oggetto ornamentale, niente di più. Un segno prezioso ostentato. Anzi, furoreggia come moda. Si va dalla croce semplice e sobria sugli abiti, sino a quella dissacrante, irriverente che vediamo nel punk e nel metal. Ma anche la croce protagonista dell’abbigliamento di qualche sfilata. La si vede al collo di star come Madonna. Naomi Campbell, scollatissima, ne sfoggia anche tre a diverse altezze. È un gioiello sexy al collo di Anastacia. Cher non solo la porta al collo, ma esibisce pantaloni disseminati di croci. I re del rap (da Puff Daddy in giù) esibiscono al collo croci di diamanti e oro. Marylin Manson si circonda di croci. I Sex Pistols puntano alla trasgressione.
La moda ha catturato le mille sensazioni emanate dalla croce e ne ha fatto il gioiello per eccellenza: dai modelli più classici alle rivisitazioni coreografiche di Dolce & Gabbana, ai giochi e agli abbinamenti shock di Versace, che adorna le sue ladies miliardarie con croci di mille diamanti. È feticismo, adorazione, in bilico tra il sacro e il profano, tra passione e redenzione. Qualcosa in cui credere, qualcosa con cui vezzeggiarsi. Come le croci sui tessuti, sulle scarpe, sui gemelli; come orecchini o pendenti da una collana. Trasformata, giocata, divertente e preziosa, si esalta il suo potenziale decorativo. Visti certi contesti, è difficile parlare di simbolo religioso.
Di fronte a un linguaggio come quello religioso, logorato dai media, è necessario intervenire variando con fantasia la nostra comunicazione. Con nuovi mezzi, nuovi linguaggi, nuovi simboli forti. Provare e innovare continuamente.
Ed essere attenti, nel comunicare, non solo ai contenuti ma anche alla relazione. Le persone non cercano solo contenuti religiosi, ma una relazione, una esperienza di fede.
C’è una grande attesa. L’attesa, la nostalgia per un rapporto diverso con Dio, con una Chiesa diversa, con un prete differente che sta al tuo fianco.
C’è bisogno di Parola di Dio. Un tesoro troppo spesso comunicato in maniera morta. C’è la richiesta di dare voce alla Parola che dà senso, di curare prodotti culturali che vadano incontro a queste domande. La Parola di Dio va fatta conoscere, altrimenti, non comunicando più, perde il suo significato.
Nel sistema dei media di Christian Ricci - Tratto dal mensile bibliografico “Pagine Aperte” n. 4/2008 – Maggio 2008. Edizioni San Paolo
Approfitto di questo articolo che ho voluto inviarvi per testimoniare, nel mio piccolo, l’uso disincantato e provocatorio (ma provocare chi poi?) che si fa dei simboli religiosi; nel mio caso un Rosario. Un giorno, alla ricerca di foto da utilizzare per un lavoro, mi sono imbattuta su un blog dove era pubblicata una foto di nudo femminile: preso di spalle, seduto, con tanto di Rosario appeso al collo, in senso inverso data la posizione, la corona gli scendeva lungo tutta la schiena fino a far posare il crocifisso proprio sul fondoschiena… Non che io sia contraria ai nudi, purché artistici (questi esaltano la figura umana, il corpo e quindi l’operato di Dio), ma a quel nudo, seppure bello come forme e linee, non sapevo proprio dare una collocazione, chiedendomi cosa mai volesse comunicare, rappresentare.
Scrollando la testa, in senso di diniego, non scandalizzata per lo scempio ma dispiaciuta, questo sì, mi sono detta che il crocifisso meriterebbe più rispetto, perché rappresenta un uomo che sta soffrendo e morendo. Anche se magari non si è credenti, ma almeno il rispetto per la sofferenza lo vogliamo conservare? Almeno il rispetto per la sofferenza!

Maria Petti