Nella prima lettura il profeta Isaia comunica al popolo di Israele che la salvezza di YHWH è per tutte le genti, anche per i pagani, per gli altri che non appartengono al popolo santo. A noi può sembrare scontato ma per un pio israelita non lo era affatto. Coloro che non appartenevano al popolo eletto erano con disprezzo definiti “gojm”, le genti, i non ebrei. La vecchia traduzione della Scrittura traduceva i “gentili”, evidentemente non era questione di buona o cattiva educazione ma di appartenenza alle “genti”. I gojm erano impuri e per questo anche il semplice contatto con loro, anche involontario, era peccato, contagiava del male, tagliava fuori dalla salvezza. Tornando dal mercato o semplicemente dall’essere stati fuori casa, i pii israeliti, i farisei osservanti, si lavavano le mani, le braccia fino al gomito (il resto era coperto dalla tunica), i piedi, per purificarsi perché potevano aver toccato qualcuno o qualcosa di impuro. Ma che cosa ci fa appartenere a Dio? L’essere nati in una determinata religione? L’aver ricevuto in eredità quasi come il cognome, la lingua, la patria senza nessuna cosciente adesione? Le letture di queste ultime domeniche che la Chiesa ci ha offerto parlavano di una vigna che è Israele, la Chiesa, l’anima del fedele e finiscono con Gesù che dice: “Perciò io vi dico:vi sarà tolto il regno di Dio (modo ebraico per indicare Dio stesso, l’innominabile) e sarà dato ad un altro popolo che lo farà fruttificare”. Lo stesso Isaia ci diceva quello che ha fatto soffrire Dio e lo ha spinto a togliere la sua benevola benedizione al suo popolo: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”. Essere di Dio, appartenere a Lui, essere, e non solo dirsi, fedeli, credenti, è dare a Dio ciò che Lui vuole. Si tratta cioè di una adesione libera e decisa. Il nostro essere fragili, peccatori, feriti dal peccato, ci porta talora a percorre vie che ci allontanano da Dio. Sentieri che ci portano a fare il male. A commettere peccati. Il testo di Isaia richiama anche noi, il nuovo popolo di Dio, i fratelli di Gesù, i salvati e redenti dal suo sangue sulla croce a riflettere sul fatto il Signore Gesù è la salvezza di ogni uomo. Di coloro che sono venuti prima di Lui. Di coloro che non lo hanno conosciuto. Il banchetto che viene preparato sul monte della città santa (resa santa non dalla costruzione del Tempio ma dalla presenza di Dio, del suo Figlio Gesù e dello Spirito di Amore) è apparecchiato per tutti. Il banchetto, che per i Padri della Chiesa, è l’eucaristia, il vero corpo e sangue di Gesù, è Gesù stesso che si offre ad ogni uomo. Tutti i popoli, tutti gli esseri umani, ognuno di noi è salvo e chiamato da Dio. convocato. Ogni uomo può vedere Dio faccia a faccia. “Sarà tolto il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti”. Il ricordo corre al racconto della morte di Gesù, momento nel quale si squarcia il velo del Tempio. In Gesù il volto del Padre si svela (toglie il velo). Non è più un Dio lontano e sconosciuto, quasi irraggiungibile. Si è fatto uomo perché ogni uomo o possa vedere, riconoscere e dire di appartenergli. Ancora una volta Isaia ci invita ad esultare. Domenica scorsa l’invito era a cantare, oggi ad esultare. E ne abbiamo ben donde. Siamo salvati da Dio stesso. La morte, il peccato, il male sono sconfitti dalla volontà compassionevole di Dio.Ma c’è una condizione!
Ogni dono di Dio non ci viene imposto ma è sotto la condizione della libertà. Non sono suo per caso ma perché lo voglio.
E’ il senso della parabola che chiude questo ciclo sul Regno di Dio e su quali sono i fondamenti di questo Regno. Anzitutto sulla misericordia. Tre parabole dove si parlava della vigna di Dio che abbiamo chiarito che è un modo per intendere Israele (gli abitanti di Giuda), la Chiesa che è il nuovo popolo di Dio, l’anima di ciascuno di noi al quale è rivolta questa Parola che deve essere ascoltata, capita, amata, messa in atto. Nella prima parabola Gesù ci dice che la salvezza (il salario), il paradiso è aperto a tutti, anche a chi arriva all’ultima ora. Per chi ha cominciato a lavorare fin dall’inizio della vita il premio è già qui, ora, in questo mondo ed in questa vita ed è la gioia di lavorare per Dio. nella seconda domenica Gesù ci narra di due fratelli, uno che dice ed uno che fa. Chiarisce, definisce, che la volontà del Padre suo e nostro non va detta a parole ma fatta, compiuta nei gesti, negli atti, nelle scelte. Taci e fai! La terza domenica della vigna Gesù parla di se stesso come del Figlio mandato dal Padre a riscuotere l’affitto. Viene il momento di quello che i latini chiamavano il “redde rationem”. Dio ci ha affidato il mondo cosa ne abbiamo fatto? Dio ci ha affidato ogni uomo come lo abbiamo accolto? Dio si è consegnato nelle nostre mani come lo abbiamo trattato? Viene il momento per tutti nel quale ci dobbiamo mettere di fronte con verità, anche cruda, adulta, senza veli né parole illusorie, la nostra vita e tutto quello che ne fa parte (tempo, soldi, lavoro, famiglia, persone …)e rispondere se siamo anche noi come i vignaioli omicidi. Se abbiamo anche noi ucciso il figlio portandolo fuori dalla nostra vigna, dalla nostra vita, per impadronirci di tutto tagliando fuori Dio. Se ci siamo uccisi, siamo suicidi. Il Papa diceva proprio settimana scorsa che un uomo senza Dio è morto, non vive.
Per fortuna la parabola dei vignaioli omicidi è una bugia che Gesù che dice per scuoterci. Nella realtà non ha fatto quello che lì dice. Non ha ucciso tutti ma è morto lui per noi.
Oggi però pone una condizione per la nostra salvezza. L’unica condizione che dipende totalmente, solamente, da ciascuno di noi: la mia personale, libera, totale, radicale adesione al suo progetto. La veste dell’uomo clandestinamente entrato al banchetto è la sua adesione, la sua volontà, la sua libertà, la scelta fondamentale della sua vita.
Altrimenti non sarebbe comprensibile questa parabola.
Ancora una volta c’è un re, Dio, il Re dell’universo, il Signore dei Signori. In altre parabole si usa l’immagine del padrone della vigna, del ricco commerciante, del signore della casa con i suoi servi. Ancora una volta c’è un progetto di gioia e di salvezza al quale sono invitati i suoi amici. Simboleggiati dai vari protagonisti delle parabole che ci siamo sentito dire: il figlio maggiore che dice di sì e poi non fa; gli operai della prima ora che sono invidiosi e gelosi; i vignaioli che uccidono i servi- profeti e il figlio- Gesù. Tutti questi protagonisti come gli invitati al banchetto di nozze sono il popolo di Israele che ha rifiutato Gesù. Allora il Re chiama gli altri al suo banchetto. Gli esclusi, quelli che si pensava non fossero compresi nel piano di salvezza di YHWH. “Andate ai crocicchi delle strade e prendete tutti quelli che troverete”. Tutti, presi nella loro attività ordinaria. Tutti senza che se lo aspettassero. Così come erano. Allora perché il Re si arrabbia quando ne vede uno senza l’abito nuziale. Certamente nessuno era in giro quel giorno per le strade vestito per andare a nozze. L’invito è gratuito ma soprattutto a sorpresa, assolutamente inatteso. Ci coglie (perché quegli invitati al banchetto di nozze siamo noi!)impreparati!. Oppure no? Cosa significa l’abito. Cosa ci è chiesto per entrare alle nozze. Cosa ci è chiesto per salvarci? In paradiso chi entra? L’abito che Dio vede non è quello che indossiamo sopra di noi, non è ciò che si vede fuori ma è quello che siamo dentro. Dio, ci insegna Samuele, non guarda ciò che guardano gli uomini ma vede il cuore di ogni uomo, legge dentro. L’abito nuziale, l’abito adatto per entrare al banchetto di nozze, per essere salvati, per entrare in paradiso è la nostra coscienza. E nella nostra coscienza il desiderio di Dio. Il riconoscimento umile dei nostri peccati e del bisogno di essere salvati. La libera adesione alla volontà che Dio ha di salvarci. La tradizione usa il termine “conversione”. Riconosco di camminare su una sentiero sbagliato, che mi allontana dal Padre mio e voglio tornare a lui. Nella mia fragilità, della quale sono cosciente e ne chiedo perdono, so quanto è difficile ma Dio è con me. L’ospite inadatto è colui che si trova per caso nella sala senza volerlo, senza adesione libera, totale, personale. Fuor di metafora è come se uno fosse cattolico solo perché è nato in Italia e, per caso, per la volontà di altri, è stato battezzato senza mai però accettare e vivere le conseguenze di questo battesimo. Senza mai appartenere coscientemente a Dio ed alla sua Chiesa. È entrato nella sala perché sono entrati anche gli altri ma il suo cuore, la sua veste, la sua coscienza sono altrove, sono fuori da lì. Possiamo anche essere preti, suore, eremiti, catechisti, insegnanti di religione. Possiamo anche essere dei genitori che hanno costretto i figli al catechismo ed ai sacramenti ma anche a noi può accadere quello che è successo a quell’uomo. Dio entra in noi e non si ritrova. Diciamo, parliamo, ma non siamo. Neppure lontanamente vogliamo aprire a Dio, farlo entrare. Essere suoi. Il giudizio al quale siamo chiamati è su chi siamo veramente, sulle opere che compiamo, sulla nostra anima, sul cuore, sulla vita, sulla volontà, sulle azioni.
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