Il vangelo di questa Domenica continua il tema del giudizio finale iniziato che ci accompagna in questa fine anno. E’ il mese di novembre, tradizionalmente dedicato alla riflessione sulla morte. Nei cimiteri ( in greco koimeterion significa dormitorio, i morti sono coloro che dormono il sonno della pace) molte tombe, che nel resto dell’anno sono dimenticate, quasi in uno stato di abbandono con i loro fiori secchi e marci, con la cera colata e seccata di lumini spenti e mai sostituiti per un anno, adesso sono ricche di fiori freschi, di lumini accesi con il volto di padre Pio in bella vista. Non perché ci si ricordi dei defunti (“chi è morto giace e chi è vivo si da pace”) ma per far vedere ai vicini una ostentazione di cose che copre il vuoto del ricordo e dell’affetto. Ho visto tombe sepolte sotto mazzi di fiori, ceri dalle forme più svariate, addirittura oggetti come li mettevano i pagani nelle tombe dei guerrieri o delle dame. Come si usava fare in Egitto e nelle culture antiche.
Il ricordo dei morti ci porta a riflettere anche sulla nostra morte. E la morte è l’altra parte della vita così come la notte è per metà del giorno che finisce ma per l’altra metà del giorno che inizia, del nuovo giorno. Anche la fine dell’anno liturgico porta la Chiesa e la Chiesa porta noi a meditare sul giudizio finale. Sul fatto che dovremo riconsegnare ciò che ci è stato affidato ma non è nostro.
Il Vangelo di Matteo, che come abbiamo spesso ricordato è un ebreo, che pensa da ebreo e che ha come riferimento culturale e religioso il mondo ebraico è diviso in cinque libri (il Pentateuco i primi cinque libri della Bibbia e per alcuni ebrei l’unica Bibbia) a loro volta divisi in due parti: i discorsi di Gesù ed i fatti del Signore (apoftegmata kai pragmata). Dio prima dice e poi realizza ciò che dice. Come accade anche nella Messa dove prima c’è la liturgia della Parola e poi il fatto, la liturgia eucaristica. Quello che inizia con il capitolo XXV è il discorso escatologico cioè che ha per argomento le cose finali, le ultime realtà. Dopo la morte del singolo secondo la teologia cattolica c’è un giudizio parziale in conseguenza del quale possiamo andare in Purgatorio. Un tempo che ci purifica, ci educa a vedere Dio, come Dio. quasi un tempo donatoci dopo la morte nel quale prepararci alla salvezza. Alla fine del tempo e del mondo ci sarà il giudizio universale dopo il quale non esisterà più il Purgatorio, non ci saranno che l’inferno (forse vuoto!) ed il Paradiso. Nel capitolo XXV di Matteo ci sono tre racconti: delle vergini sagge e delle vergini stolte, che è più giusto chiamare dello sposo che arriva all’improvviso; la parabola dei talenti, che è quella sulla quale ci fermiamo a riflettere in questa penultima domenica del tempo ordinario ed infine la descrizione del giudizio universale, che sarà il Vangelo della festa di Cristo Re.
Qualche giorno fa, il venerdì della XXXI settimana, abbiamo ascoltato la parabola dell’amministratore disonesto. Raccontava di un amministratore che era stato accusato di sperperare i beni del padrone e per questo veniva licenziato. Allora furbamente chiama i debitori del padrone e riduce il loro debito creando così con loro un rapporto di gratitudine che lo aiuterà quando sarà senza lavoro. Gesù finisce il discorso lodando l’astuzia dell’amministratore disonesto. Molti sono rimasti quasi scandalizzati al sentire questa finale. Ma se la capiamo come un invito ad usare nelle cose di Dio la stessa furbizia, abilità, scaltrezza che mettiamo nelle cose del mondo. Se fossimo nelle cose di Dio (Parola, Sacramenti, Carità ...) adulti e bravi come lo siamo con i soldi, il lavoro, la carriera, gli investimenti, gli acquisti! Invece sembra che più diventiamo adulti più siamo lontani da Gesù. Relegato a qualcosa della nostra infanzia. Pochi sono cresciuti nella fede come sono diventati adulti, magari di successo, nelle cose del mondo! Ma di questa parabola sottolineo il ripetersi sette volte del termine amministratore, amministrare, amministrazione. Introduce alla parabola di oggi che inizia raccontando di un uomo che partendo per un viaggio chiama i suoi servi (dieci, come le vergini, nel racconto parallelo di Luca: dieci che significa tutti gli uomini, buoni e cattivi) ed affida loro “i suoi beni”.
La vita, il mondo, le persone che incontriamo, le cose. Gli animali, la natura, l’aria, l’acqua, tutto quello che è creato e che io vedo e tocco appartiene al Signore, è suo bene. Io sono solo l’amministratore ed un giorno il Signore torna, all’improvviso come è accaduto per lo sposo della parabola delle vergini, e mi chiede che cosa ne ho fatto dei suoi beni. Le domande che questa parabola mi pone e che sottopongo a ciascuno di voi sono: quali sono i beni di cui sono responsabile? Quale è il bene più prezioso? Per chi sono responsabile oltre che per il Signore? Quali sono i miei talenti cioè gli strumenti che Dio mi ha donato e dei quali dovrò rendere conto soprattutto per come li ho usati nel custodire “i suoi beni”?
I suoi beni che mi sono affidati li ho scritti prima. Dice un proverbio indiano che il mondo non lo riceviamo in eredità da chi è venuto prima di noi ma che lo abbiamo in consegna per chi verrà dopo di noi. L’ecologismo, la giustizia, il mondo intero non sono l’interesse di pochi ma il cuore di tutti. La lotta contro l’inquinamento, e a Foggia e provincia ne sappiamo qualcosa (anche se da qualche tempo tutto tace !!!! forse il denaro, tantissimo, compra anche le istituzioni e la verità, la libertà?)non è di pochi anarchici ma di tutti perché tutti respiriamo, beviamo, mangiamo e ci troviamo col cancro. Ma non solo le cose mi sono affidate, soprattutto le persone. Domenica scorsa Paolo ai Corinzi diceva che ogni persona, ogni corpo umano è tempio di Dio e dimora dello Spirito Santo, “chi distrugge il Tempio di Dio, Dio distruggerà lui”. Si distrugge il Tempio quando si rende una persona schiava, quando non si rende giustizia, quando si mette a lavorare in nero, quando si costringe alla prostituzione, quando non si lotta per la giustizia per tutti, quando si considera qualcuno un essere inferiore, quando si usa violenza, quando cioè l’altro è una cosa da usare e non il tabernacolo di Dio, immagine e somiglianza dell’Altissimo.
Il bene più grande è Dio stesso, la fonte della vita, Colui dal quale tutto deriva la sua esistenza. L’origine dell’uomo e della sua dignità. Io ne sono responsabile. Nella preghiera del Padre nostro noi diciamo “sia santificato il tuo Nome” che significa che attraverso di me ogni uomo (anche il più sofferente e lontano) sappia che Tu (il Nome è la persona, in questo caso Dio stesso) sei il Santo. Sono responsabile di Dio, lo devo far conoscere, lo devo testimoniare, devo portare a Lui tutti gli uomini che incontro. Devo essere la via verso Dio e di Dio verso gli uomini. Allora è chiaro che sono responsabile (devo rispondere) non solo a Dio ma a tutti i miei fratelli e le mie sorelle se non ho portato Dio a loro e loro a Dio. Se li ho fatti restare fermi e non li ho fatti camminare. Se invece di insegnare loro a pregare li ho fermati alla recita di rosari e devozioni senza mai far incontrare loro il gusto ed il piacere dell’ascolto della Parola. Di una preghiera che è silenzioso ascolto e non tante parole dette con la testa d un’altra parte.
Il talento è la particolare bravura che Dio ha donato ad ogni uomo mettendolo nella vita. io personalmente ho il talento della parola, altri quello dell’ascolto, dell’organizzare, del fare affari, della prudenza, dell’insegnare, dello scrivere, del suonare, della bellezza, del sapere ... ognuno deve, questa volta il verbo è proprio dovere, sapere e conoscere il suo dono. Ci verrà chiesto come abbiamo usato questo dono per Dio e per i nostri fratelli. Domenica scorsa Gesù ci ha detto che ci sarà il momento del giudizio, del rendiconto oggi ci dice su che cosa saremo giudicati: chi e ciò che ci è stato affidato, che abbiamo dovuto amministrare. Neppure la mia vita è mia! La vita la renderò vissuta, usata, utile oppure morta e sepolta come il talento del servo “pigro” o meglio del servo che ha pensato solo a se stesso, ai suoi comodi, al suo benessere. Anche nella chiesa ci sono persone che non hanno a cuore il bene degli altri, neppure quello di Dio ma solo il proprio quieto vivere ed il proprio benessere. Non voglio più essere uno di questi. Anche io per non urtare sensibilità, per non dare fastidio, per non essere sempre l’eterno polemico fastidioso, per non essere sempre giudicato e condannato ho taciuto, mi sono seduto, non ho fatto quello che dovevo e mi era richiesto. Adesso basta!
Il ricordo dei morti ci porta a riflettere anche sulla nostra morte. E la morte è l’altra parte della vita così come la notte è per metà del giorno che finisce ma per l’altra metà del giorno che inizia, del nuovo giorno. Anche la fine dell’anno liturgico porta la Chiesa e la Chiesa porta noi a meditare sul giudizio finale. Sul fatto che dovremo riconsegnare ciò che ci è stato affidato ma non è nostro.
Il Vangelo di Matteo, che come abbiamo spesso ricordato è un ebreo, che pensa da ebreo e che ha come riferimento culturale e religioso il mondo ebraico è diviso in cinque libri (il Pentateuco i primi cinque libri della Bibbia e per alcuni ebrei l’unica Bibbia) a loro volta divisi in due parti: i discorsi di Gesù ed i fatti del Signore (apoftegmata kai pragmata). Dio prima dice e poi realizza ciò che dice. Come accade anche nella Messa dove prima c’è la liturgia della Parola e poi il fatto, la liturgia eucaristica. Quello che inizia con il capitolo XXV è il discorso escatologico cioè che ha per argomento le cose finali, le ultime realtà. Dopo la morte del singolo secondo la teologia cattolica c’è un giudizio parziale in conseguenza del quale possiamo andare in Purgatorio. Un tempo che ci purifica, ci educa a vedere Dio, come Dio. quasi un tempo donatoci dopo la morte nel quale prepararci alla salvezza. Alla fine del tempo e del mondo ci sarà il giudizio universale dopo il quale non esisterà più il Purgatorio, non ci saranno che l’inferno (forse vuoto!) ed il Paradiso. Nel capitolo XXV di Matteo ci sono tre racconti: delle vergini sagge e delle vergini stolte, che è più giusto chiamare dello sposo che arriva all’improvviso; la parabola dei talenti, che è quella sulla quale ci fermiamo a riflettere in questa penultima domenica del tempo ordinario ed infine la descrizione del giudizio universale, che sarà il Vangelo della festa di Cristo Re.
Qualche giorno fa, il venerdì della XXXI settimana, abbiamo ascoltato la parabola dell’amministratore disonesto. Raccontava di un amministratore che era stato accusato di sperperare i beni del padrone e per questo veniva licenziato. Allora furbamente chiama i debitori del padrone e riduce il loro debito creando così con loro un rapporto di gratitudine che lo aiuterà quando sarà senza lavoro. Gesù finisce il discorso lodando l’astuzia dell’amministratore disonesto. Molti sono rimasti quasi scandalizzati al sentire questa finale. Ma se la capiamo come un invito ad usare nelle cose di Dio la stessa furbizia, abilità, scaltrezza che mettiamo nelle cose del mondo. Se fossimo nelle cose di Dio (Parola, Sacramenti, Carità ...) adulti e bravi come lo siamo con i soldi, il lavoro, la carriera, gli investimenti, gli acquisti! Invece sembra che più diventiamo adulti più siamo lontani da Gesù. Relegato a qualcosa della nostra infanzia. Pochi sono cresciuti nella fede come sono diventati adulti, magari di successo, nelle cose del mondo! Ma di questa parabola sottolineo il ripetersi sette volte del termine amministratore, amministrare, amministrazione. Introduce alla parabola di oggi che inizia raccontando di un uomo che partendo per un viaggio chiama i suoi servi (dieci, come le vergini, nel racconto parallelo di Luca: dieci che significa tutti gli uomini, buoni e cattivi) ed affida loro “i suoi beni”.
La vita, il mondo, le persone che incontriamo, le cose. Gli animali, la natura, l’aria, l’acqua, tutto quello che è creato e che io vedo e tocco appartiene al Signore, è suo bene. Io sono solo l’amministratore ed un giorno il Signore torna, all’improvviso come è accaduto per lo sposo della parabola delle vergini, e mi chiede che cosa ne ho fatto dei suoi beni. Le domande che questa parabola mi pone e che sottopongo a ciascuno di voi sono: quali sono i beni di cui sono responsabile? Quale è il bene più prezioso? Per chi sono responsabile oltre che per il Signore? Quali sono i miei talenti cioè gli strumenti che Dio mi ha donato e dei quali dovrò rendere conto soprattutto per come li ho usati nel custodire “i suoi beni”?
I suoi beni che mi sono affidati li ho scritti prima. Dice un proverbio indiano che il mondo non lo riceviamo in eredità da chi è venuto prima di noi ma che lo abbiamo in consegna per chi verrà dopo di noi. L’ecologismo, la giustizia, il mondo intero non sono l’interesse di pochi ma il cuore di tutti. La lotta contro l’inquinamento, e a Foggia e provincia ne sappiamo qualcosa (anche se da qualche tempo tutto tace !!!! forse il denaro, tantissimo, compra anche le istituzioni e la verità, la libertà?)non è di pochi anarchici ma di tutti perché tutti respiriamo, beviamo, mangiamo e ci troviamo col cancro. Ma non solo le cose mi sono affidate, soprattutto le persone. Domenica scorsa Paolo ai Corinzi diceva che ogni persona, ogni corpo umano è tempio di Dio e dimora dello Spirito Santo, “chi distrugge il Tempio di Dio, Dio distruggerà lui”. Si distrugge il Tempio quando si rende una persona schiava, quando non si rende giustizia, quando si mette a lavorare in nero, quando si costringe alla prostituzione, quando non si lotta per la giustizia per tutti, quando si considera qualcuno un essere inferiore, quando si usa violenza, quando cioè l’altro è una cosa da usare e non il tabernacolo di Dio, immagine e somiglianza dell’Altissimo.
Il bene più grande è Dio stesso, la fonte della vita, Colui dal quale tutto deriva la sua esistenza. L’origine dell’uomo e della sua dignità. Io ne sono responsabile. Nella preghiera del Padre nostro noi diciamo “sia santificato il tuo Nome” che significa che attraverso di me ogni uomo (anche il più sofferente e lontano) sappia che Tu (il Nome è la persona, in questo caso Dio stesso) sei il Santo. Sono responsabile di Dio, lo devo far conoscere, lo devo testimoniare, devo portare a Lui tutti gli uomini che incontro. Devo essere la via verso Dio e di Dio verso gli uomini. Allora è chiaro che sono responsabile (devo rispondere) non solo a Dio ma a tutti i miei fratelli e le mie sorelle se non ho portato Dio a loro e loro a Dio. Se li ho fatti restare fermi e non li ho fatti camminare. Se invece di insegnare loro a pregare li ho fermati alla recita di rosari e devozioni senza mai far incontrare loro il gusto ed il piacere dell’ascolto della Parola. Di una preghiera che è silenzioso ascolto e non tante parole dette con la testa d un’altra parte.
Il talento è la particolare bravura che Dio ha donato ad ogni uomo mettendolo nella vita. io personalmente ho il talento della parola, altri quello dell’ascolto, dell’organizzare, del fare affari, della prudenza, dell’insegnare, dello scrivere, del suonare, della bellezza, del sapere ... ognuno deve, questa volta il verbo è proprio dovere, sapere e conoscere il suo dono. Ci verrà chiesto come abbiamo usato questo dono per Dio e per i nostri fratelli. Domenica scorsa Gesù ci ha detto che ci sarà il momento del giudizio, del rendiconto oggi ci dice su che cosa saremo giudicati: chi e ciò che ci è stato affidato, che abbiamo dovuto amministrare. Neppure la mia vita è mia! La vita la renderò vissuta, usata, utile oppure morta e sepolta come il talento del servo “pigro” o meglio del servo che ha pensato solo a se stesso, ai suoi comodi, al suo benessere. Anche nella chiesa ci sono persone che non hanno a cuore il bene degli altri, neppure quello di Dio ma solo il proprio quieto vivere ed il proprio benessere. Non voglio più essere uno di questi. Anche io per non urtare sensibilità, per non dare fastidio, per non essere sempre l’eterno polemico fastidioso, per non essere sempre giudicato e condannato ho taciuto, mi sono seduto, non ho fatto quello che dovevo e mi era richiesto. Adesso basta!
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