martedì 9 settembre 2008

L'incontro (di Maria Petti)

Ho il cuore e la mente che sono un vortice di sentimenti, emozioni e sensazioni, e in questo marasma proverò a dare testimonianza della mia esperienza di Dio.
Rivedendo ciò che mi è successo con il senno di poi, penso proprio di essere stata chiamata mentre mi trovavo nel “regno del consumismo”, al Centro Commerciale “Oasi”. Per farlo, il buon Dio, ha “usato” una persona, un frate al quale mi ha anche affidata ma, anche questo, lo avrei capito strada facendo… Ci sarebbero infatti voluti due anni prima che giungessi al convento dei Frati Cappuccini del quale, a malapena, sapevo l’esistenza ma Dio, attraverso quel frate, aveva gettato un seme o meglio, delle “briciole” che pian piano, nel corso di quei due anni, mi avrebbero portata al colle “Ronchetto”. Qui mi sono sentita accolta, cercata e ho iniziato la “Scuola di Dio”, a conoscerlo meglio, a sentirlo vicino, dentro di me, a sentirne il bisogno e la bellezza (nel vero senso del termine). Ho sempre cercato Dio, ma lo facevo a mio modo. Sono sempre stata attratta da Lui, ma Lo immaginavo soltanto, non Lo “sentivo”, non Lo “avevo”. Probabilmente perché Lo cercavo anche attraverso letture un po’ stravaganti che rasentavano, a volte, la fantascienza e il tutto, alla fine, mi portava al nulla perché non avevo un punto di riferimento e, soprattutto, una guida. Guida, ma anche fratello, che me Lo ha fatto assaporare, sentire e conoscere come nessun’altro prima aveva fatto, sacerdoti compresi. Mi ha insegnato, ma soprattutto fatto comprendere molte cose: la gratitudine alla coraggiosa e bella Vergine Maria (che prima mettevo un po’ da parte). La stima per il Papa nel vedere in lui la suprema guida che Dio ci da su questa terra. Il valore della testimonianza e dell’esempio dei Santi ma, ancora più di tutto questo, l’amore e il rispetto per la Chiesa di Gesù (per la quale, ringraziando il cielo, non ho mai avuto astio) dimostrandomi che noi abbiamo bisogno della Chiesa, che senza di lei non c’è Dio (e infatti prima non Lo trovavo perché Lo cercavo al di fuori) e che la Chiesa sono anche io, siamo anche noi laici. Mi ha mostrato l’importanza della Messa vissuta nella gioia e nella fiducia in Dio, per non parlare del significato dell’Eucaristia; che lo Spirito Santo non è una parola, un concetto astratto, ma esiste veramente e che interviene nella nostra vita, che è una persona. Mi ha messo in guardia dalla religione, dal Dio “fai da te”, dal voler prendere solo ciò che fa comodo; che con Dio non si scherza e quindi ad essere seri nell’approccio con Lui. Mi ha aiutata a vederlo nei fratelli (anche se purtroppo non sempre riesco, c’è ancora molto da lavorare), nella vita, negli avvenimenti di questa e guardare, sentire così il tutto in modo diverso, nuovo; che il cristiano affronta la vita tenendo i piedi ben piantati a terra (ma gli occhi rivolti al cielo) e vive la sua realtà senza cercare di fuggire da essa e lì deve cercare, vedere e trovare Dio. Mi ha insegnato che l’essere cristiano non è un qualcosa “all’acqua di rose” ma una lotta, un mettersi in gioco esigendo anzitutto da se stessi, prima che dagli altri; che il cristiano DEVE (imperativo) vedere il male, molto abile nel camuffarsi, e a prendere una posizione nei suoi confronti netta, decisa e non far finta che tutto vada bene e che non esista (magari nascondendosi in grandi elogi e parole al vento: “Dio qua, Dio là, Dio è grande” etc. etc., quasi che Lui debba “tamponare” le magagne e la mancanza di coraggio). Altra cosa preziosa che mi ha insegnato e fatto comprendere è “l’arma” della preghiera, il suo valore, la sua importanza, la sua bellezza e, da buon francescano, che questa deve essere semplice, umile e fiduciosa perché è Dio il primo ad essere semplice, ad amare la spontaneità perché Lui è amore e l’amore, almeno quello vero, è semplice, spontaneo; non pretende ma aspetta, scruta, osserva. Così, strada facendo, tra i vari “obiettivi”, ho le Sacre Scritture che pian piano ho intenzione di leggere (ahimè non posso dire di conoscerle, a parte i Vangeli che ho letto più volte anche prima dell’Esperienza) e infine, dopo quasi tre anni e mezzo, quest’estate è arrivato anche il momento della verifica presso la “Scuola di Dio” divenendo un’ estate di prova, dolore e nostalgia ma, come dice un detto: “Dio chiude una porta e spalanca un portone” e così facendo, mi ha portata oltre, fuori, a conoscere altri fratelli, a sentirne le testimonianze e le preghiere e a riconoscermi in essi; non contento, mi ha messo in comunione con alcuni fratelli che già conoscevo e mi ha fatto condividere con loro momenti, anche di pura gioia, molto importanti per questa fase del cammino così particolare e delicata. Ho avuto la conferma (è incredibile la modalità e il tempismo con cui il Signore risponde alle tue domande, ai tuoi dubbi) che non bisogna mai fermarsi ma cercare, provare nuove vie, ma sempre e solo con l’aiuto di una guida perché da soli non ce la si può fare (non a caso Gesù ci ha donato la sua Chiesa). Ho compreso ancora meglio che Dio è ovunque e che l’esperienza di Lui la fanno le persone, non i luoghi, seppure importanti e carichi del loro significato e della loro peculiarità. Anzi, il fermarsi esclusivamente ad essi può divenire una situazione di comodo che rischia di non permettere di mettersi in gioco, di confrontarsi con altre realtà e di evolvere. Sono le persone, i fratelli, la cosa più importante in un esperienza di Dio perché è attraverso di loro che Lui opera e attraverso di loro ti conduce come e dove vuole Lui. È stata un’estate, grazie alla sofferenza, anche di discernimento e di apertura degli occhi che mi ha permesso di mettermi in guardia da eventuali “lupi travestiti da agnelli”; è stata dunque un’estate di grazia che mi ha dato molto e che, osservando tutto ciò che man mano accadeva intorno e dentro di me, mi ha portata ad una riflessione: in un’esperienza di Dio, di preghiera, avere un atteggiamento “egocentrico”, del prendere soltanto, del far girare tutto attorno a sé e vivere il tutto, fratelli compresi, in funzione di se stessi (diciamo pure a proprio uso e consumo) è, secondo me, mancanza di carità, oltre che di umiltà. Concludendo, sicuramente io non ho alcun merito in tutto questo, in ciò che mi pare di aver compreso (magari sbaglio, ci mancherebbe, ne ho da imparare…), in tutto ciò che ho ricevuto in questi tre anni e mezzo tra doni, persone e avvenimenti che non meritavo e non merito: è Dio che opera. A noi spetta solo dirgli il nostro “Sì”, e anche questa è una grazia.

Maria Petti


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