domenica 28 settembre 2008

LA DOMENICA DELLA RESPONSABILITA’ PERSONALE - (di Padre Valter Arrigoni)


Una battuta di Woody Allen dice che il bello del lavorare in equipe è che si può sempre dare la colpa ad un altro. Io aggiungo che quando gli altri sono finiti rimane Dio come colpevole di ogni situazione cattiva che c’è nel mondo e nella mia vita. Sento spesso dire ai miei penitenti o nei colloqui personali, soprattutto con credenti, che la colpa di tutto è nella società. Così va il mondo. Sembra quasi che ci sia sopra di noi e che condiziona pesantemente la nostra vita, le scelte, i comportamenti, la famiglia, i rapporti di lavoro e di amicizia, un ente astratto, senza volto, senza nome. Mozart ha musicato una celebre opera che si intitolava “Così fan tutte”. E’ questo l’incipit, l’inizio delle Parola che Dio ci rivolge questa settimana e sulla quale fermiamo la nostra riflessione. Ci sono conseguenze personali, nella vita di ognuno di noi che deve decidere se seguire le vie di Dio, le abbiamo meditate settimana scorsa, o quelle del mondo. Ci vuole coraggio. Il coraggio di rimanere soli. Eppure come dice un adagio induista: “l’aquila non vola in stormo”. Chi decide di essere eroe (perché chi decide di essere per Dio come Dio vuole è eroe, o come diciamo noi credenti, santo) decide il coraggio della solitudine, dell’incomprensione, della derisione, dell’essere preso per folle. Prima di noi questa sorte è toccata ad Antonio, nell’Egitto del quarto secolo, a Francesco, nella Assisi del medioevo, a Teresa d’Avila ed a Giovanni della Croce nella Spagna del cinquecento. Ogni secolo ha avuto i suoi folli, i suoi santi che sono stati perseguitati anche dalla loro Chiesa e poi santificati. Un crescendo che è giunto fino ai giorni nostri. Anche io, nel mio piccolo, non certo santo, mi sono sentito richiamare alla prudenza. La scelta di essere eremita, ad esempio, è stata definita da alcuni “amici” una follia, una stramberia, l’ennesima stranezza di un’anima inquieta. Eppure vi assicuro che seguire la via di Dio se per il mondo è follia per la persona e per coloro che gli stanno intorno è di una bellezza sconvolgente. L’aggettivo è appropriato perché ti sconvolge la vita. l’esperienza dell’eremo, del silenzio, della solitudine, dell’essenzialità comporta il non avere la corrente elettrica significa niente radio, televisione, computer, congelatore, frigorifero. Tutte cose delle quali pensi di non poter fare a meno ed invece impari, sperimenti, che non sono essenziali. Il ritorno nel modo di vivere del mondo, della città è per me ancora oggi una fatica. Certe volte, in alcuni giorni e momenti vorrei prendere l’auto e tornare al mio bosco, al cinghiale, all’istrice, alla volpe. Il frusciare degli alberi. Andare a dormire con il sole che tramonta e svegliarsi quando l’alba sorge. Ma non erano le cose, l’ambiente, la cornice ma il quadro. Ero io. finalmente dentro di me. Il viaggio, la meta, il paesaggio più bello era dentro di me ed io per più di cinquanta anni non me ne ero accorto. Ho camminato a lato di questa bellezza senza entrarci per paura, per diffidenza vero di me, verso le persone, le situazioni ma soprattutto verso il Signore che mi chiamava per sedurmi (seducere, sedurre, portare dietro di sé. Lui davanti ed io dietro a Lui, in Lui e Lui in me). La prima lettura viene ancora da Ezechiele ed è parola che Dio dice agli ebrei che sono deportati in Babilonia. Danno la colpa a Dio. “Voi dite: non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque popolo di Israele: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra”. Un’altra frase della Bibbia dice “chi semina vento raccoglie tempesta”. Quello che seminiamo, questo raccogliamo. Non ci sono mezzi termini nella parola di Dio che ha anche il compito di cauterizzare le nostre ferite. Da una sorgente inquinata non può scaturire acqua pura, fresca e buona. Ezechiele riporta chiaramente ed inequivocabilmente la Parola, il pensiero di Dio. l’empio che rimane nell’empietà muore a causa di questa. L’empio che si converte e cambia vita vivrà in eterno. Fuor di metafora significa che se le ragioni delle tue decisioni non sono buone, sono gli idoli che “il mondo” impone e tu accetti,allora muori. Vivi da zombie, cammini, respiri, guadagni, hai soddisfazioni e piaceri ma sei morto e spargi morte attorno a te. I tuoi figli litigano e si accoltellano per i tuoi soldi. Frutti infelici e morti di un albero infelice e morto. Ma se cambi radicalmente, in radice, le motivazioni delle tue scelte, se con la vita testimoni la bellezza e la gioia di essere di Cristo, secondo il suo cuore, attuando il suo volere allora sei vivo e semini vita attorno a te. Ma si tratta di essere, di fare, di agire ed operare. Non basta dire. Mi permetto qui una digressione filosofica che ho meditato in questo tempo. In me è chiara e spero di riuscire a scriverla in modo che sia chiara anche per chi legge. La parola aveva una funzione descrittiva. Serviva cioè a dire, a raccontare, a descrivere appunto la realtà. Prima venivano i fatti e poi le parole per dirli. Adesso invece la parola ha assunto un ruolo falso. Un gerarca nazista diceva a Norimberga, durante il processo per i crimini contro l’umanità commessi da lui e dai suo colleghi, che una bugia detta tre volte diventa verità. Siamo in un tempo dominato dalla pubblicità, dall’informazione condizionata dal potente di turno (basta seguire i vari telegiornali, anche locali!) e siamo entrati nella logica che quello che viene detto è vero. Siamo parolai. Non solo i politici che promettono, e parlano e parlano. Tutti. Dovremmo avere il coraggio del silenzio. Di non dire. Di non parlare. Che quello che siamo, che vogliamo, che pensiamo si veda da quello che facciamo e non dalle parole che diciamo. E’ il tema della parabola che ci riporta Matteo nel suo Vangelo. Ci sono due figli ed un padre che ha bisogno che uno di loro vada a lavorare nella vigna. Uno dice che ci andrà e non si muove. L’altro dice che non andrà ma poi ci ripensa e va nella vigna a lavorare. Gesù domanda: “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. Rispondono gli astanti “il secondo”. Non si tratta di dire ma di fare. E questo fare porta la gioia incommensurabile, vera, profonda, intima dell’essere giusti, santi, veri uomini. Le conseguenze pratiche dell’ascolto di queste letture, del confronto con questa Parola di Dio, le sintetizzo in due decisioni: tacere e agire. Per una settimana impegniamoci a non parlare troppo, a non aprire sempre la bocca e lasciare uscire parole, giudizi, commenti, falsità, bugie. Impegniamoci a non dire neppure quello che può fare bene se non siamo disposti a farlo nelle azioni. L’altra parola che deve segnare, colorare, almeno questa settimana è “agire”. Chiediamoci cosa dice di noi quello che facciamo. Le azioni, le scelte, i gesti. Nel presente e nel passato. Come un esame di coscienza. Rileggo i miei gesti e mi chiedo:”chi sono veramente?”.
San Giacomo scrive nella sua lettera: “sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira. Perché l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia ad un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena si è osservato, se ne va, e subito dimentica come era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla … uno potrebbe dire tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”

Padre Valter Arrigoni

Nessun commento: