sabato 27 settembre 2008

ASCOLTA - (di Padre Valter Arrigoni)


Torno dall’eremo sinceramente contro voglia. Sono stato per oltre due mesi nel cuore della vita, nel cuore stesso di Dio. Ho toccato la vera umanità. La gioia di essere uomo. La pienezza dell’essere. L’essenziale. Senza tutte quelle aggiunte che noi chiamiamo società, mondo, benessere, necessità, bisogni. Cose senza le quali mi sembrava di non poter vivere. Cose alle quali ho sacrificato il tempo della vita. Le forze. Le energie. La salute. La pace interiore. La felicità. Le notti. I giorni. Le ore.
Gli ultimi giorni sono stato nell’eremo della fornace dove don Divo Barsotti ha iniziato la sua esperienza e la sua fraternità dei “Figli di Dio”.
Ancora più essenziale, radicale nel senso che è arrivato alla radice dell’essere. Senza corrente elettrica (la televisione è già da tempo che non so cosa è ma niente frigo, congelatore, computer, lampadine ma solo candele di cera e una torcia a pile per le emergenze). Senza acqua ma solo taniche che mio fratello mi ha aiutato a portare fin quassù dove non arriva neppure la strada. Eppure ho toccato con mano, ho vissuto, ho fatto esperienza della felicità. La vera felicità che non è un piacere ma la gioia. Non dura quanto un orgasmo o quanto l’effimera contentezza che provi quando ti vengono in tasca un po’ di soldi, oppure hai una gratificazione sul lavoro. La gioia che è pace. Stare bene con se stessi, sapere che Lui non ti tradisce, non ti abbandona,non ti delude. Sì perché la solitudine ed il silenzio hanno senso solo se sono tempo di ascolto di Dio. Tempo di esperienza di Lui. Hanno senso solo se sono un entrare nel cuore dell’umanità, della vita, di tutti con il cuore di Dio. Con la sua compassione.
Alcuni pensano che la mia vita da eremita sia stata una vacanza riposante. Una vacanza alternativa. Pensano che io abbia trovato una specie di clinica del riposo. Sono le categorie mentali che ormai hanno preso spazio nella nostra mente anche di credenti. Sono diventate di moda le vacanze nei conventi, i soggiorni di riposo dalla vita quotidiana nei monasteri. Eppure la vera pace non è il luogo ma il cuore. Il luogo bello ti aiuta ma ciò che vivi deve arrivare a toccare in radice il cuore.
Prima di tutto c’è un ascolto. Del “silentium Dei”, della natura, della tua vita, degli altri, della Parola di Dio, delle parole degli uomini. Prima di tutto c’è il silenzio. Pensavo che fosse la cassa di risonanza di tutte le parole, le esperienze, i sentimenti, le passioni, gli odi, i risentimenti, i dolori, le rabbie vissute. Invece il silenzio è come il roveto ardente dove abita Dio e nel quale tutto il negativo passato viene gettato e brucia, si consuma, arde. Tutto in Dio diventa buono. Tutto e tutti in questo tempo hanno svelato la ragione buona per la quale Dio ha permesso che accadessero gli avvenimenti che sono accaduti, che io incontrassi le persone che ho incontrato, che queste persone siano come sono a facciano o abbiano fatto ciò che fanno o hanno fatto. Dice, morendo solo e ammalato, il protagonista del romanzo “Diario di un curato di campagna” di Georges Bernanos: “Che importa,tutto è grazia”.
Tutto è grazia cioè tutto viene da Dio che sa scrivere dritto anche sulle righe storte della nostra vita come diceva Giovanni Paolo II.
San Francesco di Assisi amava ritirarsi nelle grotte, nelle fenditure della roccia perché gli sembrava di rintanarsi, di accucciarsi, di riposare nel costato aperto di Cristo. E’ l’esperienza di questo tempo. Sono stato a riposare nel cuore di Dio. E faccio davvero fatica a ritornare.
Già sento le domande che mi verranno fatte. Tutte superficiali ed inutili. “Cosa mangiavi? Come era il tuo orario? Non avevi paura degli animali del bosco (vipere, cinghiali, volpi, faine …)? Non hai mai sentito la voglia di tornare? Ti mancava la televisione?” Tutte domande mosse dall’affetto, mosse dal modo di vivere, di giudicare, di vedere secondo quello che vive, vede e giudica il mondo ed il mondo che è entrato ed ha preso possesso del nostro cuore. Si può vivere,anzi si vive la vera vita, si è veramente umani senza ciò che adesso ci sembra indispensabile. La maggior parte dell’umanità vive così. Miliardi di uomini deve vivere così. Io l’ho vissuto per libera scelta. Qui sta la grande differenza fra me ed i poveri del mondo. La libertà della scelta.
Ma adesso devo tornare, lo ripeto, contro voglia, ma è un dovere.
Nella prima lettura della domenica prossima (finalmente comincio a commentare le letture che ascolterete e non quelle che avete già sentito) Dio dice al profeta Ezechiele “Figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli Israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia.”
Il profeta Ezechiele scrive mentre il popolo di Israele si trova esule in Babilonia, schiavo, deportato, maltrattato. La sua attenzione, nel suo libro, è spesso sui pastori, i sacerdoti, le autorità religiose di Israele. Questo perché Dio fa sapere che tutto il male che è capitato al suo popolo non lo ha voluto Lui ma è la conseguenza del cattivo comportamento di pastori che invece di curare le pecore le divoravano. Non dicevano la Parola di Dio per paura di perdere i privilegi e di non trovare la simpatia del popolo. Popolo che preferiva la menzogna, l’illusione che tutto andasse bene, che Dio non guardava al male e che il male non avrebbe avuto conseguenze, preferivano questa menzogna alla verità cauterizzante ma risanante. L’alcool su una ferita brucia ma la pulisce.
Il profeta autentico,quello che viene da Dio prima Lo ascolta e poi riferisce al popolo, agli uomini, a noi, a me, ciò che Dio gli ha detto. Sta a me, nella mia libertà, ascoltare, attuare, cambiare, correggere il mio agire, il mio operare. Anche se questo mi costa dolore, fatica, sforzo, paziente lavoro. Se cambio le conseguenze saranno buone. Il fiume della grazia di Dio riprenderà a scorrere ma se non cambio allora continuerà ad esserci nella mia vita l’acqua stagnante, paludosa, mortifera del male.
Compito dell’uomo di Dio è fare l’esperienza di Dio, ritirarsi con lui nella solitudine e nel silenzio. Vivere solo di Lui e con Lui. Poi andare con la faccia di bronzo, forte e sicuro solo di Lui, fra gli altri uomini e dire ciò che Dio gli ha detto. Senza paura. Senza dipendere dal consenso, dalla chiesa piena di una massa adorante, ma essere felice di una chiesa vuota o con poche persone convinte che a loro volta cambieranno il pezzo di mondo che loro spetta. E così cambierà tutto il mondo. Tornerà ad essere il paradiso che Dio ha voluto per tutti gli uomini.
Nel Vangelo Gesù ribadisce il dovere della correzione fraterna. Il dovere dell’uomo di Dio di correggere il fratello non secondo un proprio modo di vedere o di sentire ma secondo la Parola di Dio. Si passa dal richiamo a tu per tu, fino alla convocazione dell’assemblea per finire con la scomunica (togliere dalla comunità). Secondo la Parola ascoltata che diventa parte del mio essere e pensare. La correzione del fratello è motivata dal desiderio che lui sia felice, vivo, sano, in pace e non dal mio sentirmi migliore, giudice santo e perfetto.
Questo brano di Vangelo finisce con una bellissima promessa: “Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.
La Messa è il luogo della concordia, dell’accordarsi, del non pensare solo a se stessi ma dove uno ha l’altro nel cuore,ed i suoi desideri. Non è il luogo dove casualmente ci si trova ognuno per i fatti propri, i propri pensieri, le proprie preghiere ma dove un pezzo di umanità converge per ricreare l’unità. E Gesù ribadisce “dove due o tre”, pochi, non una massa, una folla, ma pochi che credono. Ricominciamo da tre come ci insegnava anche Massimo Troisi. Ricominciamo da pochi e non temiamo se siamo pochi. Il Signore è con noi, in mezzo a noi, dentro di noi.

Padre Valter Arrigoni

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